Un viaggio in Sicilia

di Giorgio Morale

Dormito otto ore di fila. Paolo si sveglia con la gola secca: muto, sporco, catarroso. I suoi compagni di scompartimento dormono, muti anche loro.
Paolo quasi rimpiange quei treni degli emigranti dove si mescolavano risa e pianti, odori di cacio e di sudore, la radio ad alto volume e le spiegazioni a non finire, le cortesie e i litigi, i canti e il vino, che gli scossoni facevano schizzare sui vestiti.
Paolo ricorda: un’estate, un viaggio sempre guardando dal finestrino, il vento in faccia, l’aria tutta gelsomini, la luna che seguiva il treno. Lui parlava coi suoi amici e i ferrovieri parlavano con tutti.
Tra Roma e Napoli c’è un lungo tratto senza fermate. Il procedere del treno si fa regolare, come la sistole e la diastole; il movimento regola le funzioni corporee e i pensieri; il rumore pervade corpo e mente, fino a che è il suono a portare e non la forza della motrice: puro suono, puro movimento, che lievita e conduce e anestetizza.

Il treno si ferma in aperta campagna: sbuffa, stride, si blocca. Dov’è adesso lo strepito del Novecento? Qui c’è solo un silenzio d’attesa, la terra che riposa, il verde che resiste da millenni, la luce che non ha ostacoli e tutto offre alla mente.
Si riparte. Attraverso stazioni piccole come giocattoli, con due soli binari e i vasetti di fiori rossi che paiono dipinti. Ovunque fabbriche abbandonate, bandierine multinazionali e campi da tennis, palme e market, case in costruzione, a metà del lavoro, e case vecchie semicrollate, le une e le altre sorrette dallo stesso scheletro.
Il treno, ancora il treno. Ancora a giocare con lo spazio e il tempo, le distanze e la velocità che le annulla.
Un tempo questa strada divenne molto frequentata. Avola, Siracusa, Milano, Colonia. Erano le sue stazioni. I primi anni Paolo andava ancora a casa, d’estate o nelle feste.
Solo nella prospettiva incerta degli addii sua madre raggiungeva una sua credibilità. Commiato inevitabile erano gli scongiuri che preservassero il figlio dalla perdizione ripetuti con infinita pazienza e silenziosi affidamenti al protettore con chissà quale pratica atavica. Nel viaggio Paolo ritornava con la mente alla madre, ai suoi gesti quotidiani.
Cosa fai a quest’ora” si domandava. “In Germania è già buio. Tornata dalla fabbrica, mangerai ancora il tuo brodo senz’olio? Quante volte ti sveglierai stanotte per uno dei tuoi mali? Riuscirai almeno ad addormentarti? A quale tempio porterai, dono votivo, la tua sofferenza?”.
Arrivi e partenze. Attese nelle stazioni, seduto sulla valigia di cartone. Nelle sue stazioni non c’erano turisti, ma emigranti. Paolo ricorda sonni brevissimi e risvegli improvvisi, come quando da piccolo sua madre lo svegliava per andare a messa – il giorno del suo onomastico e le feste comandate. Era tutta la sua ricchezza la libertà dei poveri, l’incertezza.
I binari in vicinanza delle stazioni si moltiplicavano come cellule scissipariche e poi procedevano paralleli come le righe di un quaderno di cui Paolo cercava di decifrare la scrittura prima che tutti confluissero in un’unica striscia. Paolo si chiedeva se su quella striscia era possibile fare il giro del mondo. Oppure seguiva le ondulazioni delle parallele imperfette dei fili elettrici e il ritmico succedersi dei pali a separare le varie frasi musicali. Oppure le disuguali suddivisioni dei campi – coltivati, arati e incolti – come tanti settori di un cerchio che aveva il centro in un orizzonte infinito.

* * *

Il suolo natio, eccolo qui: bello come il sole su un funerale. Chi voleva cambiare è stato cambiato. Tu invece rimani uguale: a cominciare dalle sbarre del passaggio a livello, i muriccioli della periferia, le lapidi, il ferroviere che in bicicletta va a fare gli scambi.
E’ il paese che chi lascia inseguendo una chimera non vorrebbe più rivedere. Che saluto è possibile, quando non possiamo fissare gli occhi su alcunché, senza avvertire un senso d’accusa e di riprovazione? Queste cose ci hanno visto nascere e prime ci hanno accolto. Ma cosa dire? Cosa raccontare? A Paolo sembra che, se parlasse, sarebbe come ricostruire un sogno o cercare segnali in un deserto o ipotizzare un sentiero nel mare. Egli confida che il clima possa sciogliere il ghiaccio, dargli un legame con la terra, un soffio di vita.
“O forse quello che manca è il coraggio di parlare chiaro?” pensa. “Ma per rivelare che cosa?”.
Ha il presentimento di qualcosa d’indicibile, il peso di un’afonia di anni.
Prima d’incontrare il padre Paolo ha sempre paura che il genitore debba morire. Anche adesso ricorda che da bambino aveva questa paura e si tormentava:
“Se muoiono loro, come faccio?”.
Il mondo gli appariva deserto e sconosciuto. Ricorda anche un sogno: uno dei due genitori doveva morire e a lui era demandata la scelta. Adesso, se non altro, le scelte sono più facili. Qualunque scelta è più facile.
Appena giù dal treno, la terra fugge sotto i piedi di Paolo, come se egli fosse troppo leggero per esercitare una pressione, dispiegare la sua gravità, impedire al corpo di volatilizzarsi. E’ come se fosse appena atterrato dopo la prima corsa sulle montagne russe.
I suoni sono distorti, soffocati, in parte trattenuti dentro i corpi dall’aria calda e compatta, in parte filtrati dal brusio nelle orecchie.
Verso casa. Paolo sbircia dal finestrino della macchina. Il caldo si vede. Sono tante fiammelle che salgono tremolando dall’asfalto. Le indicazioni sui segnali stradali sono appena leggibili; i colori delle case, che Paolo ricordava nuovissimi, se li è mangiati il sole; le case sono di un bianco abbagliante.
Eppure una volta qui il cielo era più azzurro. La gente mangiava allegramente per le strade, non chiudeva la porta di casa per darsi un contegno. Quando passavi, ti salutava e t’invitava, ti parlava dei progetti e dei casi della vita. Paolo faceva la parte d’onore quando suo nonno lo portava con sé nelle osterie. Suo nonno si fermava alcuni passi prima dell’ingresso, stava in ascolto e, riconosciute le voci dei presenti, intonava una canzone – forse improvvisata, forse adattata per l’occasione – e gli amici, da dentro, rispondevano, dando vita a un alterco cantato. Dopo il rituale si entrava, ed erano olive e vino.
Il ricordo del nonno, per un attimo, tiene la mente di Paolo. Lo stupiva, bambino, come gli arti superiori del nonno non riuscissero a coprire la distanza che li separava dagli inferiori, impediti dalla circonferenza del ventre: il quale, quando lo sentiva gorgogliare, Paolo immaginava come una botte piena di vino, che il nonno custodiva amorevolmente.

Nelle ore del meriggio non si usciva di casa: si chiamava l’ “ora del caldo”. Si diceva che in quell’ora – d’estate – chi andava fuori poteva incontrare gli spiriti e divenirne preda. Per Paolo era l’ora più misteriosa. All’ombra degli interni, aguzzava le orecchie per sentire se qualcuno girava per le strade, e un po’ compiangeva, un po’ ammirava quello sciagurato che osava arrischiarsi. Le strade si ampliavano e trasformavano in labirinti. Il sole batteva, le cicale frinivano, le vipere – gli dicevano – saettavano fra gli sterpi: erano le ore più lunghe. Più tardi Paolo aveva collegato quella superstizione al mito di Pan, alle allucinazioni prodotte dal caldo sui viandanti e alla vittoria della natura sull’uomo, in quell’ora che abolisce l’attesa, in cui non c’è un alito di vento, nulla si muove, eppure la natura scoppia di vita, di luce, di caldo.
Dentro, il corpo si svestiva, la sensualità si destava, la pelle, sudata, strisciava sui muri, cercando un contatto con qualcosa di fresco. Forse un po’ di calce restava attaccata alla pelle, forse un po’ si scrostava: così Paolo la masticava e l’assaggiava, e un po’ la sputava, un po’ la mangiava, come le galline.

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