Ninu ‘u barrista

di Antonio Musotto

Nino abbassa la saracinesca del bar. Il rumore ormai lo conosce a memoria, si abbassa, mette i lucchetti e gira la chiave nella serratura. E’ l’una di notte, come fa da vent’anni Nino ‘u barrista piglia la strada e se ne va a casa, la sveglia è già messa alle sei.

Alle nove apro l’ambulatorio, già alcuni anziani sono appoggiati al muro, un nano che ride dai manifesti strappati promette ancora più soldi per tutti, loro stanno con i libretti e le ricette da ricopiare in mano, chiacchierano tra loro ma appena mi vedono “sarbascenza dutturi!” poi si mettono seri e zitti, ansiosi di occupare le sedie della sala d’attesa.

La mattinata passa, con i mutuati parliamo sempre delle stesse cose, la pressione “le pigliai le pinnole, quelle rosa, dutturi”, la moglie stolida “un ci si po’ cummattiri cchiù, ci vinni l’arterie, ci scrivessi un medicinali, dottore”, i figli che non si fanno sentire mai “ma se ci serbunu piccioli, dottore, s’arricampano subito”, la pensione che non ci basta “l’euro nnì rovinò, mancu un café al bar potemu accattari”, il governo che è sempre inevitabilmente ladro o becchino “stu curnutu tutti morti vole l’anziani e i pensionati”.

Sono le undici, l’ambulatorio è momentaneamente vuoto, il momento giusto per fare una pausa. Un café: ci vuole un café. Spedisco Maria, la vedova che mi fa da segretaria, al bar di Nino, “portami un café, se lo vuoi te lo pigli pure tu, e lasciaci venti centesimi di mancia” le dico porgendole una moneta da due euro.
Ho dovuto assumere Maria come segretaria factotum dello studio per una forma di impegno morale che avevo contratto col marito Giuseppe, detto Pinu u’cantoniere, in quanto era lui che ogni pomeriggio veniva a portarmi il caffè e mi diceva “appena mi metto in pensione ci faccio l’infermiere dottore!”
E arrivò anche il giorno che Pinu u’cantoniere si era messo in pensione, era passato dallo studio col solito cafè nella bottiglietta di crodino col tappo di plastica gialla, e sorridendo mi aveva detto “mi sono comprato il camice, da domani in questa sala d’aspetto comando io!”.
Solo che durante la notte un infarto se lo era rubato; trascorsi i giorni di lutto stretto, cominciò a venire la vedova, Maria, a portarmi il cafè. Mi sentii in obbligo di dirle che volevo che fosse lei a sostituire il marito, e quella non se lo fece dire due volte. Sono passati cinque anni, lei si veste sempre di nero, ed ha una chiacchiera che stona tutti, pazienti, passanti e collaboratori scientifici.

Nel frattempo che Maria si fa la strada per arrivare al bar, prima restando invischiata al negozio di sua cugina Melina, il tempo di conzare quattro curtigghi, entra nell’ambulatorio un informatore scientifico, che si meraviglia per la sala d’aspetto deserta.

“mi salvai stamattina, nessuno a dirmi minchia n’autru cummessu c’è!” dice ridendo Antonio Campallegro, uno di quelli con cui si può discutere, che non c’è pericolo di vedersi raccontare tutta la storia del prodotto farmaceutico di cui si occupa, uno di quelli che gli interessa anche che i malati abbiano una buona medicina, non solo la più costosa. Che in fondo è quello che interessa pure a me, che stì vicchiareddi campino dignitosamente, come dice il ministro, che abbiano una accettabile qualità di vita. Antonio mi veniva a trovare alla guardia medica quando ancora non avevo pazienti miei, ormai è parte del mio lavoro. Una volta siamo partiti insieme per andare ad un congresso a Catania, mi parlò della passione per la bicicletta, per la musica e per le buone letture. Ne restai contagiato, e da allora non facciamo altro che scriverci sms, nei periodi in cui lui non passa in questa zona, per segnalarci il cd o il libro assolutamente imperdibili. Abbiamo anche provato ad organizzare un weekend con le rispettive famiglie, che viene sempre rinviato.

Antonio mi lascia alcune penne sponsorizzate, faranno felici Maria e i suoi nipotini, e fa per alzarsi.
“ce lo pigliamo un cafè, Michele?” mi dice Antonio, e dato che Maria ancora non è tornata, chissà dove è rimasta invischiata con le sue chiacchiere appiccicose, metto il cartello “il dottore è in visita domiciliare” e esco con lui.

Arriviamo al bar, due passi sotto al sole fanno ritrovare la voglia di ridere, facciamo la solita farsa per decidere chi deve entrare prima, e alla fine entriamo insieme, scostando la tenda di tagliatelle di plastica trasparente, scomodando alcune mosche che si stavano abbronzando.

“Dutturi buongiorno!” dice Nino appena ci avviciniamo al banco, “due cafè” dice subito Antonio mettendo alcune monete sul banco, “offro io, non ci permetta al dottore di pagare altrimenti ci brucio il negozio” aggiunge Antonio strizzando l’occhio.
Nino si avvicina alla macchina del caffè, cromata e enorme, sembra il radiatore di una automobile americana, saranno vent’anni che è sempre la stessa, funziona a gas e va benissimo.
I movimenti sono i soliti, svuotamento del tufo nel cassettone, riempimento con il caffè macinato, due tazzine sotto agli ugelli, giù la leva che manda l’acqua bollente in pressione, il tempo di contare mentalmente fino a quindici e le tazze con il liquido aromatico e caldissimo vengono messe sotto ai nostri nasi.

Nino si appoggia al bancone, dopo essersi asciugato le mani con uno strofinaccio, “si beva il cafè, dottore, che poi ci devo parlare”, mi dice guardandomi negli occhi.
Mi accorgo che i suoi sono particolarmente arrossati, sarà che dorme poco, penso , forse ha disturbi alla vista, o l’ipertensione di cui soffriva suo padre, la mia sequela diagnostica viene interrotta da Antonio “che fai sogni? Amunì che ho lasciato la mia borsa da te e ancora devo andare a Serradifalco”.

“Nino, a mezzogiorno chiudo l’ambulatorio, poi passo e parliamo” Nino annuisce e prepara altri caffè.
Da una delle sedie in fondo al bar si sente una voce, è Turiddu u’babbu, il genio scemo del paese.
“dottore” mi dice “la vita è come il cafè”
“che vuoi dire Turiddu?” Rispondo io.
“che se quando nasce ci danno il cucchiaino, può arriminare il cafè e la vita diventa dolce, altrimenti lo zucchero della vita resterà in fondo alla tazza.”
Pronuncia questa frase e si allontana, con suo passo da genio scemo.
Antonio mi guarda in faccia e si mette a ridere.
Mentre usciamo quasi mi scontro con Maria “eeeh lei ccà è dutturi, mi fermò mia cugina Agatina, m’avia a cuntari na cosa…” dice gesticolando e scuotendo il testone pieno di capelli grigi, “lascia perdere Maria, il cafè l’abbiamo già pigliato, tornatene allo studio” rispondo io.

Non viene più gente, mi affaccio davanti alla porta dell’ambulatorio, la piazza sembra la stessa di ieri e del mese scorso e è la stessa da duecento anni, e sono gli stessi anche gli anziani vestiti di velluto nero che occupano le panchine sotto gli ailanti, “qui non cambia mai niente” mi dico mentre saluto Maria, “domani alle tre del pomeriggio giusto dutturi?”

Rientro al bar da Nino, mi vede, fa un fischio a Gerry, eufonico esterofilo diminutivo di Gerlando, il nipote che l’aiuta “sugnu ccà nnavanzi, col dottore”.
Usciamo, nelle sedie di metallo cromato e plastica colorata non c’è nessuno, è troppo presto per gli schiffarati che si alzano all’una, troppo tardi per i pensionati che a quest’ora sono già a mangiarsi un piatto di pasta squadata .
“che c’è” dico a Nino.
“u ficatu…il fegato, dottore il fegato mi dole, mi mancia, mi punci, un pozzo dormiri, un mi pozzu calari…”
istintivamente porto la mano a palpare sotto le costole, provo a sentire la colecisti, in effetti il fegato sporge parecchio “ahi ahi, minchia dutturi, con rispetto parlando, mi fa male!” grida Nino facendo un passo indietro.

L’osservo, gli chiedo “che mangi per ora? Ti sei messo a mangiare grasso? Ova? Sasizza? Tumazzu?”.
Nino abbassa lo sguardo. Non risponde.
“allora? Me lo devi dire, se vuoi aiuto, non è che ti posso scrivere analisi e medicinali senza sapere la causa… allora?”
“E’ che… è che… nsomma dutturi, i clienti entrano al bar, pure i picciotteddi…”
“e che c’entrano i clienti? Ti fanno fare bile? T’acchiana u’nirbusu?”
Nino mi guarda negli occhi, prende fiato “no dottore, è che prima entravano al bar e dicevano nino due cafè nino tre cafè, ora invece dicono aperitivo, prepara l’aperitivo, facci un cocktail, e io preparo aperitivi, e finisce che resta sempre n’anticchia e me lo bevo io, pare male buttarlo…”
Vittima della globalizzazione, di stò aperitivo…
“per un mese non bere alcolici, poi ti faccio fare gli esami del sangue, e se hai ancora dolore, vai all’ospedale a fare una ecografia, poi se vuoi morire di cirrosi epatica sono fatti tuoi…”
nino cala la testa, fa nzù, non vuole morire col fegato squagliato.
“fammi un cafè, che me ne vado a fare le visite domiciliari …”.
I movimenti sono i soliti, svuotamento del tufo nel cassettone, riempimento con il caffè macinato, una tazza sotto all’ugello, giù la leva che manda l’acqua bollente in pressione, il tempo di contare mentalmente fino a quindici e la tazza con il liquido aromatico e caldissimo viene messa sotto al mio naso.
Passo il pomeriggio a fare visite, e rifiutare rosolii, caffè, marsala, passito, zibibbo, buccellati, fascelle di ricotta, agnellini vivi, poi torno a casa.
E’quasi l’una, spengo la televisione davanti alla quale mi sono piacevolmente rincoglionito, Miro, il setter gordon che mi fa da scaldapiedi mi guarda, scodinzola in quel modo che significa una cosa sola nel suo linguaggio canino, “devo pisciare, Michele”.
Mi alzo a fatica dal divano, Miro ha capito e va a prendere il suo guinzaglio, me lo porta tra i denti, scendiamo in strada, la notte è umida e una nebbiolina leggera si insinua tra le strade e le vanedde del paese.
Finalmente il cane trova l’albero adatto alle sue esigenze di marcamento del territorio; mentre la fa, fissa una luce nella piazza, che si spegne.
Nino abbassa la saracinesca del bar. Il rumore ormai lo conosce a memoria, si abbassa, mette i lucchetti e gira la chiave nella serratura. E’ l’una di notte, come fa da vent’anni Nino u’barrista piglia la strada e se ne va a casa, la sveglia è già messa alle sei.

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