Madonna mia

di Giovanni Piazza

Poema tragicomico colmo di speranza per l’umane sorti, in endecasillabi a rima alternata nel complesso, ma baciata sul finire della strofa.

I
Vita tranquilla, quella di paese,
con il tempo inchiodato a una speranza
e le vite che sembrano già spese,
da quel vissuto mai tanto abbastanza
che corre nell’immobile in attesa
che il fine concretizzi la sua resa.
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From Soda Fountain to Moonshine Mountain. Un assaggio

di Marco Scalabrino

THE NIPMUCK TRAIL
(di Tom Hubbard)

He who guides others better than himself
Finds in his wanderings a sore enjoyment.
It seems he parts from those who respect him and even love him,
As from those who despise him; where is the difference?
He is the silent scout, his gestures seen from afar
Through the barring branches of the forest of centuries.
And could it be, even now,
He is visible still, at the rise and turn of the path,
At the service of his sometime followers?
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Aspettando i barbari

Perché questa poesia di Kavafis? Non posso dirvelo. Il perché leggetelo su Mirkal. (ma.mi.)

ASPETTANDO I BARBARI

Che aspettiamo, raccolti nella piazza?

Oggi arrivano i barbari.

E perché mai tanta inerzia in Senato?
E perché i senatori siedono e non fanno leggi?

Oggi arrivano i barbari.
Che leggi devono fare i senatori?
Quando verranno le faranno i barbari.

Perché l’imperatore s’è levato
così per tempo e sta, solenne, solenne, in trono
alla portta maggiore incoronato?

Oggi arrivano i barbari.
L’imperatore aspetta di ricevere
il loro capo. E anzo ha già disposto
l’offerta d’una pergamena. E là
gli ha scritto molti titoli ed epiteti.

Perché i nostri due consoli e i pretori
sono usciti stamani in toga rossa?
Perché i bracciali con tante ametiste,
gli anelli con splendidi smeraldi luccicanti?

Perché brandire le preziose mazze
coi bei caselli tutti d’oro e d’argento?

Oggi arrivano i barbari,
e questo fa impressione ai barbari.

Perché i valenti oratori non vengono a snocciolare i loro discorsi, come sempre?

Oggi arrivano i barbari:
sdegnano la retorica e le arringhe

Perché d’un tratto questo smarrimento
ansioso? (I volti si son fatti serii)
Perché rapidamente le strade e le piazze
si svuotano , e ritornano tutti a casa perplessi?

S’è fatta notte, e i barbari non sono più venuti.
Taluni sono giunti ai confini,
han detto che di barbari non ce ne sono più.

E adesso, senza barbari, cosa sarà di noi?
Era una soluzione quella gente.

(Tratto da Poesie di Costantino Kavafis, Oscar Mondadori, Milano, 1961. A cura di Filippo Maria Pontani)

BARLUMI SU UN’AMERICA INTUITA DA UN’ITALIA

di Ugo Magnanti

Ugo Magnanti, poeta senza volto (almeno su Google) invia la silloge che segue. L’accompagna con un breve testo che, però, m’impone di leggere e dimenticare. Così ho fatto. Ho violato la promessa di non anteporre testo introduttivo. Spero mi perdonerà. (m.m.)

1

Se sull’orlo della gola fantastica
accudisco le labbra, e scelgo questa
testa disorientata, allora aggiungi
l’onda della mano: “alzati, balliamo”,
sì, sull’orlo della gola fantastica.
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Cronache di naufragi

di Mauro Pettorruso

ombre di vita e di pensiero” (F. Pessoa)

Il poeta è un fingitore, non un narratore. Indossare una maschera significa smascherarsi, selezionare un dettaglio dal molteplice: questa è l’anima dell’esplorazione. Versi in prima persona di un io straniato. In un luogo non detto ma vero, un io compie la parabola dei respinti muovendo le sue “ombre di vita e di pensiero”

***

Esserci è un giaciglio

nel ventaglio potenziale della vita

come appesi sulla soglia

è rivedersi in un gorgòglio

del tombino o in un abbaglio.

***
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In excelsis malis. Confessioni di un angelo caduto

di Fabrizio Corselli

I testi di Fabrizio Corselli introducono, col loro stile alto e ricercato, a una poesia densa di metafore e chiaroscuri.

Lacera impervie le fulgide vene di un Cristo

anonimo, e infetto altresì malato

un crocifisso, di ruggine ancor più satollo

come lama che di un fascio di tremula carne

ne assapora e ne scortica l’empia ferita,

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In memoria di Alfredo

di Grazia Maria Scardaci

Mi affrettavo a rileggere le pagine del suo diario, quasi appunti di vita, sterili e poco conformi alla sua veste nel vivere; si rallegrava della compagnia e con un suo unico sguardo comunicava mille pensieri.
Lo scialle nero, tipico delle vedove, era sostituito dai miei capelli, tanti, lunghi e foltissimi, del colore del lutto; circondavano il mio collo e svelavano le mie spalle, contuse a volte, torturate altre, ma sempre larghe e pronte a difendere la mia famiglia.
Il colorito olivastro della mia pelle creola celava le lacrime, e gli occhi, i miei occhi dalle folte ciglia, non necessitavano più di nessun trucco per scolpire, come ciuffi, i distesi i lembi di ciglia, quasi come di prezzemolo su di un terreno ormai arso dalle lacrime.
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