Il prevosto

di Giuseppe Casa

Mentre rimettevo in ordine i vecchi files di paroledisicilia.it, questo racconto mi è ricapitato sotto gli occhi. Si tratta di un testo di Giuseppe Casa, autore tra i più originali e anticonformisti della scene letteraria nazionale. Pubblicato su Stilos e anche su questo sito (ma nella vecchia edizione statica) ho il piacere di riproporlo.(ma.mi.)

Negli anni settanta mia nonna fu costretta a lasciare la sua vecchia casa in centro per andare ad abitare nelle case nuove, tra la ferrovia e la statale. Non avevano un’ottima posizione, ma da lontano si scorgeva il mare di Licata. Le vie avevano nomi di città del nord in cui nessuno era mai stato. Via Rovigo, Via Vercelli, Via Bassano del Grappa, via Pordenone. Le case poi erano tutte identiche. Il suo appartamento aveva tre stanze. In una ci teneva le galline, che si era tirate dietro dalla vecchia casa, e dalle quali si aspettava molte uova. Le galline con gli spostamenti e tutto, non avevano una buona cera.
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Piccole Ombre

di Francesco Mastronardi

Proseguiamo la pubblicazione dei racconti finalisti della XIII edizione del Concorso Letterario Nazionale Racconti di Primavera. Stavolta tocca a Francesco Mastronardi, di Castellana Grotte, Bari. (ma.mi.)

Nessuna cura.
E nessuna ragione.
Era questa la legge non scritta che vigeva oltre quel ponderoso portone di abete putrido.
Lassù, dove cominciava il regno assoluto di Sua maestà il cancro.

Nondimeno, finanche un malcapitato e disattento visitatore che si fosse imbattuto involontariamente in quel vecchio padiglione avrebbe potuto comodamente consultare il testo di quella legge inderogabile.
Era scritta dappertutto.
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Un bacio

di Mauro Mirci

Il breve racconto che segue è frutto della partecipazione a un curioso concorso bandito da Stefano Amato, titolare del blog Renault 4. Il tema era libero, ma nel racconto dovevano fare la loro comparsa: un bacio, un morto ammazzato (non importa come), due armadilli, un furto d’auto. Lunghezza massima: 285 parole. L’incipit obbligatorio: “Adesso vi dirò come sono andate veramente le cose.”
Il concorso è stato vinto da Paolo Melissi, titolare di un altro blog che vale la pena leggere: melpunk.splinder.com. Il suo racconto può essere letto lì. Ma questa premessa è durata troppo. Un bacio.

Adesso vi dirò come sono andate veramente le cose.
Un bacio, solo quello le avevo chiesto. Speravo che le mie rughe (poche per la mia età, molte, forse, per i suoi occhi) le rimanessero invisibili.
E un bacio stavo per ottenere. Nipote, alunna o figliastra, che importa; giovane incomprensibile alla mia genìa di ex-trentenni – quasi quarantenni ormai. Appetibile.
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Rosso riflesso

di Paola Lisimberti

Pubblichiamo, come promesso, il racconto vincitore della XIII edizione del Concorso Letterario Nazionale Racconti di Primavera. L’autrice è Paola Lisimberti, da Ostuni. Buona Lettura. (ma.mi.)

– Sarebbe bello poter ricordare momenti migliori o peggiori di questo. Tutti quelli che mi tornano alla mente sono poco più che insignificanti. Se la mia età non fosse un peso insopportabile potrei anche affermare che ci si sente bene all’approssimarsi degli anta, gli ineluttabili e inesorabili, anche se non si è combinato un cazzo in tutta la propria vita. Sistemo tutto qui e me ne sto in un angolo ad aspettare.
– Hai quarant’anni?
– No, in realtà ne ho trentasette.
…ma con chi parlo?
– Perché dici che non hai combinato niente?
– Mi sembra di sentire mio padre…L’Università non l’ho finita. E sì che avevo anche trovato il modo di passare quell’esame che non riuscivo mai a superare.
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Dino

di Drazan Gunjaca

Non ho scritto nulla da mesi. A dire la verità, non ricordo l’ultima volta che mi sono messo a scrivere. Dapprima scrivevo per riflettere sulla realtà in cui vivo, più tardi, è stata la stessa realtà a riflettersi in quello che scrivevo, il che raramente può finire bene. Purtroppo, non sono stato un’eccezione a questa regola mai scritta, anche se ho cercato di esserlo… Come ho detto in uno dei miei libri, le eccezioni confermano la regola, ma per quando agguanto lo status di eccezione, mi avranno già distrutto.
Comunque, questa non è la mia storia. Non è neanche un racconto. È… non ho la più pallida idea di cosa sia. So soltanto che stamattina non ho bevuto il solito caffè, senza il quale non connetto, non funziono. Non funziono nemmeno ora. Dunque, mentre ero seduto a un tavolo sulla terrazza del solito bar, aspettando con ansia il mio primo caffè, ho assistito a una scena di fronte al bar superata soltanto dal destino stesso.
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Il segreto della montagna

di Antonio Musotto

Il brano che segue è già apparso sul blog di Antonio Musotto. Leggetelo: ne vale la pena. (ma.mi.)

Sulla collina un uomo fuma
La macchina è stata vista
In pochi millesimi di secondo la combinazione rapida degli elementi chimici
Scatena l’inferno
Il vetro si sbriciola la lamiera si accartoccia la carne si strazia.
“Sono tua madre, Giovanni, ti sto aspettando.
Sono tuo padre, Giovanni, ti sto attendendo.”
Sulla collina il Diavolo fuma ancora un ‘altra sigaretta.
“non posso fermarmi, ho ancora la testa piena di cose da dire”.
Sulla costola della montagna cieca, Satana ed i suoi servi scherzano
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Certe volte vorrei

di Mauro Mirci

Hanno portato il nuovo espositore e il signor Nino mi ha sorriso. E’ stato un sorriso sincero, di quelli che si fanno a chi si è affezionati.
Il giorno che sono arrivato qui ero un punto interrogativo, un quesito al quale solo il tempo poteva rispondere. L’ultimo TSO era stato brutto. Mi aveva detto il brigadiere dei vigili urbani che gli infermieri avevano dovuto infilarmi la camicia di forza mentre mia madre piangeva e si copriva gli occhi. – A uno gli hai quasi staccato mezza mano con un morso – ha aggiunto.
Ricordo d’un tratto che rimangono da sistemare le gomme e le caramelle. L’espositore di libri e giornali, troppo alto, le copriva, così abbiamo deciso di spostarle dietro la cassa, accanto alle sigarette. Immagino le facce spaesate dei clienti quando cercheranno le Halls e troveranno invece i titoli del Corriere. Chissà se i loro occhi indugeranno sulle parole scritte oppure scivoleranno alla ricerca delle caramelle perdute.
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Le tazze

di Missy

Mia madre guarda sempre le tazze in Beautiful e mi dice:
“Vorrei proprio sapere cosa bevono gli americani dalla mattina alla sera in quelle tazze”.
Si, perché in Beautiful c’è sempre qualcuno con una bella e robusta tazza colorata in mano: si alzano, si siedono, baciano, scopano, tradiscono, si sposano, divorziano e partoriscono sempre con la tazza in mano.

Adesso vorrei che mia madre potesse vedermi andare in giro per i corridoi, le stanze del mio dipartimento, sedermi, salutare, parlare al telefono, sorridere e andare alle riunioni con la mia bella tazza californiana tra le dita, colore arancio caldo, di fattura messicana, proprio come in Beautiful.
Decidiamo strategie di acquisto, se aprire o chiudere accordi col Met, avviare una mostra o restaurare una scultura, ma non possiamo far nulla senza la nostra bella tazza decorata in mano, piccolo trofeo psicologico da esibire, disegno delle singole personalità, tratto distintivo del proprio carattere.
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Una lettera d’amore

di Giovanni Monasteri

Ci frequentavamo da poco tempo. La mia lettera d’amore era sul tavolo apparecchiato per due. La scena, diversamente dalla cena, era stata preparata con cura: due piatti, due bicchieri, i tovaglioli ben ripiegati (tovaglioli di stoffa! Ma che lusso!), le posate scintillanti, una caraffa d’acqua fresca e quella lettera. Era lì, sotto il bicchiere capovolto, ripiegata come i tovaglioli. Mi era stato fatto divieto di toccare i bicchieri e la caraffa prima che gli spaghetti fossero pronti. «Lasci impronte digitali dappertutto », mi aveva detto, mentre aggiustava di qualche millimetro la distanza tra la forchetta e il piatto. Ogni cosa era disposta sul tavolo come pedine su una scacchiera all’inizio della partita.
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Scirocco in cannila

di Antonio Musotto

Lo scirocco spettina il mare sconzando le onde all’incontrario, e la spuma si scippa dalle creste.
Una di quelle giornate da starsene chiusi a casa, lontani dai vetri arroventati delle finestre, a cercare refrigerio sotto il getto gelido della doccia, e non surriscaldare il cervello con pensieri e gesti inopportuni.
Fuori, fetu di uovo marcio, e naschi e bocca subito secche, e il sapore della sabbia mandata da Gheddafi; fuori il ventazzo arrimina i capelli dei passanti, spettina macari le idee, e impiccica le gonne alle cosce bollite delle donne che camminano a fatica, tenendosi una mano sulla pettorina, che c’è pericolo che il vento gliela strappi, la cammisa, e si possano esporre centimetri quadrati di minne a sguardi curvilinei di maschi estranei, affacciati davanti le putie e i bar, pronti a toccarsi il pacco e sussurrare frasi oscene a mezza voce, con espressione porcina stampata sulla faccia deformata dall’odore agro del sesso immaginato.
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