Storia di Giufà e del ponte sullo Stretto di Messina

di Megalomaria

“Dobbiamo decidere”, disse Giufà a Colapesce, “se farglielo fare, questo ponte, o no. Tu sai nuotare, ma io preferisco andare all’asciutto, senza bagnarmi i piedi. Voto a favore del ponte.”

Siccome faceva maggioranza, il ponte fu votato per il sì.

Lo costruirono, lo inaugurarono e lo aprirono al transito. Pronte, su entrambe le sponde, c’erano interminabili file di mezzi che ci volevano salire. Iniziò il passeggio. Tutti salivano, ammiravano, lentamente passavano, per il piacere di stare lassopra.

Arrivati dall’altra parte, il piacere finiva, perché si ritrovavano sulle trazzere sterrate, e furono fortunati quelli che, con i loro fuoristrada a trazione integrale, riuscirono a raggiungere Palermo – o Salerno – dopo una settimana di viaggio polveroso

Rette parallele

di Angelo O. Meloni

Squilla il telefono.
“…pronto…”
“Buongiorno.”
“‘rno.”
“Sono Marta, del centro servizi Tellechom.”
“Io sono Marco.”
Le due voci corrono su due binari paralleli, ognuna posta sul proprio vettore diretta verso opposte direzioni.
“Vorremmo sapere se Lei è al corrente della nuova offerta adsl Tellechom.”
“Sì… che ore sono?”
Marta risponde: “Sono le dieci.”
E Marco: “Grazie. Buongiorno.”
“Ma non vuole sentire la nuova offerta a tre centesimi al minuto, senza spese di attivazione e canone?”
“Tre centesimi al minuto uguale uno virgola ottanta euro all’ora. Il doppio di quello che pago ora.”
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Quello dei veleni

di Antonio Musotto

Mi ero dovuto trasferire a Bologna dopo che la società per cui lavoravo aveva ritenuto opportuno sospendere la vendita dei suoi prodotti nella regione in cui vivevo; era roba discreta, ma da solo non riuscivo a controbattere la concorrenza, ed i medici prescrivevano altre scatolette.
Mi guardavano in faccia, i giuda, mi dicevano, si si dottore certo le sue medicine le conosciamo certo le sue medicine sono efficaci. Ma sulle loro dannatissime ricette c’era sempre scritto il prodotto della concorrenza.
Ero certo che avrei ricevuto un richiamo per il fatto che le vendite non decollavano, e quando avevo chiesto più investimenti, l’eufemismo che si adopera per dire più soldi per convincere quei bastardi a prescrivere, mi era stato detto che dovevo aspettare, che quelli mi dovevano conoscere, che ce l’avrei fatta prima o poi.
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Source del libertè

di Elisabetta Favale

Napoli, 15/marzo/2004

Interrogatorio del sig. Esposito Giovanni fu Pasquale.

Maresciallo: Sig. Esposito, vuol dire a me e al mio collega cosa faceva un’ora fa in piazza plebiscito?
Esposito: Raccoglievo provocazioni.
Maresciallo: Si vuol spiegare meglio?
Esposito: Aspettavo che i gesti delle persone che si aggiravano per la piazza mi provocassero.
Maresciallo: Provocassero cosa?
Esposito: Ira.
Maresciallo: Vediamo se ho capito bene: lei si guardava intorno nella speranza che qualcuno facesse qualcosa in modo da poter reagire e sfogare la sua ira?
Esposito: Esatto.
Maresciallo: Perché?
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Marietto

di Missy

Ho amici piccoli e amici grandi.
Di Vanni ho già parlato. Il mio amico Vanni e la sua estate sessualmente bollente con una svedese molto alta e disinibita, giocosa e a tratti lesbica, piombata improvvisamente a deliziarlo nella sua piccola cucina in formica bianca, zona Isolotto, Firenze.
E c’è Marietto, torturato e vivisezionato da tempo da ragazza minuta, quasi infinitesimale, con volto sexy bruno e indisponente, un nome microscopico che si pronuncia rapido come un colibrì, ciglia lunghe e setose, il tutto stipato dentro un caratterino da infermiera delle SS, in altre parole, l’incarnazione esatta di come si possa esser velenosi nelle sembianze di una sparuta goccia di profumo femminile.
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Tracannando la Sicilia

di Pippo Zappulla

L’uomo ritornò nella sua terra dopo anni annorum, da Napoli a Catania in nave, un altro continente, lì pioveva qui c’era il sole. Sbarcò con auto propria direttamente fra le macerie del porto-mercato, dietro al duomo, sporcizia cartacce plastica spazzatura straziata da cani e gatti, prese per Siracusa barcamenandosi fra un dedalo insensato di sopraelevate, da giovane passava per la plaia ora inaccessibile ai turisti, che ci vanno a fare. Buche sporcizia plastica.
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Breve

di Fabrizio Pizzuto

Non è proprio un idea, è più un suono… non direi un suono indistinto, è un suono molto chiaro, un suono disturbato, noise, ma sensato… ecco, direi che è una serie di suoni, c’è una coerenza, ma sulla distanza.

Oppure potrebbe essere un’ossessione, non so, come essere sempre in bolletta, o ipocondriaci, o depressi, qualcosa di invisibile ma appiccicaticcio, apparentemente indistruttibile, un eterno presente di suoni.

Il rumore secco e ripetitivo dei passi, stivali da donna, pavimento in marmo, l’immaginario si ferma alle ginocchia, mi sfugge il motivo, non lo ritengo importante, era solo un esempio.
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Storia d’amore (forse) musica e…

di Maddalena Mongiò

Dei miei sensi impiegavo solo vista e olfatto: guardavo la testa della ragazza, una testa tonda, sferica, lucida e arricciavo il naso al puzzo indiscreto delle sigarette.
Strano! Solo vista e olfatto!
Guardavo lo stanzone con i muri dall’intonaco scrostato che lasciava intravedere pietre rettangolari un po’ annerite. Il fumo denso era abbarbicato sulla volta a cupola annebbiando un grosso lampadario a bracci, un lampadario di ferro che sorreggeva candele sbrodolanti cera.
Ero circondata da un gruppetto di ragazze e ragazzi con i maglioni larghi, coloratissimi, lunghi a coprire metà coscia, di lana grossa. Notai solo i maglioni e le sigarette appese all’angolo delle labbra. Era un gruppetto rumoroso, i ragazzi si passavano una bottiglia di birra  e ridevano, ridevano senza averne  motivo, ridevano per la bottiglia presa dal collo, ridevano per le teste che si urtavano guardando insieme nella bottiglia, ridevano per la cicca che sfiorava il maglione di una ragazzina anoressica pigiata contro il muro, insomma ridevano, ridevano e io dovevo faticare per concentrarmi su di lei, sulla ragazza dalla testa rasata.
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