Storia d’amore (forse) musica e…

di Maddalena Mongiò

Dei miei sensi impiegavo solo vista e olfatto: guardavo la testa della ragazza, una testa tonda, sferica, lucida e arricciavo il naso al puzzo indiscreto delle sigarette.
Strano! Solo vista e olfatto!
Guardavo lo stanzone con i muri dall’intonaco scrostato che lasciava intravedere pietre rettangolari un po’ annerite. Il fumo denso era abbarbicato sulla volta a cupola annebbiando un grosso lampadario a bracci, un lampadario di ferro che sorreggeva candele sbrodolanti cera.
Ero circondata da un gruppetto di ragazze e ragazzi con i maglioni larghi, coloratissimi, lunghi a coprire metà coscia, di lana grossa. Notai solo i maglioni e le sigarette appese all’angolo delle labbra. Era un gruppetto rumoroso, i ragazzi si passavano una bottiglia di birra  e ridevano, ridevano senza averne  motivo, ridevano per la bottiglia presa dal collo, ridevano per le teste che si urtavano guardando insieme nella bottiglia, ridevano per la cicca che sfiorava il maglione di una ragazzina anoressica pigiata contro il muro, insomma ridevano, ridevano e io dovevo faticare per concentrarmi su di lei, sulla ragazza dalla testa rasata.

Non era bella, non lo era per niente, eppure catturava gli sguardi! non si poteva fare a meno di guardarla. O di ascoltarla? Fu a quel punto che usai l’udito, che chiusi gli occhi lasciando che il suono entrasse violento, che scivolasse dal padiglione al cuore e lì risuonasse come vuota grancassa aumentando i battiti e accelerando il corso del sangue. Una chitarra prepotente gareggiava con la voce di lei graffiante e roca, una voce maschia, decisa, che non ammetteva incertezze. Sentivo gli occhi farsi umidi, la gola stringersi ad uno spasmo che saliva direttamente dalle viscere, volevo andare via, uscire, respirare riempire i polmoni d’aria, ascoltare la musica da fuori, ascoltarla stando al freddo abbracciata ai soffi del vento di dicembre. Mauro! Dissi piano a voce bassissima mentre attorno a me il silenzio era rotto solo dalla chitarra che slinguava note poderose. Quante volte era stato lì ad ascoltare quella musica proprio non lo sapevo, sapevo che andava lì e ci stava tutta la notte a guardare la testa rasata della ragazza, sapevo che andava lì chiudeva gli occhi e ballava al suono di lei. E poi… poi si allontanava, andava nella stanza da bagno si guardava allo specchio arrotolava il maglione sul braccio guardava le vene le sfiorava avvinghiava il braccio con il laccio emostatico e con una siringa dall’ago sottile si iniettava eroina. Poi sedeva per terra e guardava! Se fosse stato capace di dipingere o scolpire o suonare avrebbe composto grandi opere, davanti agli occhi sfrecciavano formidabili immagini che avrebbero voluto una mano capace di fare, come quel giorno che si vide disteso per terra in un rettangolo di mattoni giallo oro, un rettangolo di due metri per due circondato da quattro palazzi dalle finestre strette come solo una feritoia può esserlo. Quattro palazzi amaranto che salivano in cima sino a toccarsi stringendo tra loro un nido di pipistrelli e poi la chitarra, sempre l’immancabile chitarra, scivolò piano, scivolò slinguando note amare accoccolandosi accanto a lui.
Mauro era amato e coccolato, Mauro era il fratello più dolce che avrei potuto desiderare, Mauro ci amava, amava tutti noi, madre padre sorella amici forse anche la ragazza dalla testa rasata, ma amava anche lei: l’eroina. L’amava per “convinzione ideologica”, così diceva. Nessuno si faceva più di eroina, era una droga d’altri tempi, una droga demodé, ma lui l’amava perché lo avvicinava al mistero, l’amava perché insieme sfioravano la morte, l’amava perché apriva un pertugio a quella porta che da vivi non oltrepassiamo. Così passava il tempo fra uno stantuffo di ero e una sbornia di Nirvana, Vasco Rossi, Led Zeppelin. Aveva riempito la stanza, la sua, di chitarre su imitazione delle mitiche, e poi un’intera parete di dischi in vinile e cd e cassette. Passava ore a guardare i fianchi delle chitarre, quei fianchi che trovava più sinuosi di quelli di una donna. Qualche volta mia madre protestava per quella musica che prepotente si impadroniva delle stanze, per quella musica che a lei non pareva neppure potesse essere definita tale, quella musica che non ti faceva immaginare nulla, così diceva! E lui, Mauro, sorrideva e cercava di spiegarle che non voleva immaginare nulla, che non gli serviva per fantasticare, per quello c’era altro! Gli serviva per urlare, certo per urlare: l’ideale il sogno il presagio la paura il coraggio l’iperbole il vuoto il nulla.
Riaprii gli occhi, la ragazza non cantava più, era vicina a me, bevevo a sorsi lunghi, mi avvicinai, la guardai, lei non mi guardava, la chiamai e le dissi: “Sono la sorella di Mauro”. Solo questo riuscii a dire, solo questo e nient’altro, eppure avevo un tumulto di domande che rumoreggiavano in gola che cercavano un ariete per sfondare la bocca chiusa per correre veloce ai padiglioni di lei. Volevo chiederle se Mauro era felice con lei, se avevano fatto l’amore, se si erano abbracciati, baciati, toccati, se avevano parlato di lui di noi di loro, se avevano progetti, se Mauro aveva paura di doverci lasciare per andare con lei, con l’ero! quando questa puttana indiscreta avrebbe deciso di blandirlo con la promessa di nuove scoperte, di meraviglie mai viste e mai ascoltate. Volevo chiederle se sapeva, se qualcuno le aveva detto che Mauro era partito per andare a Bologna, in quel mitico negozio sulla piazza dove si trovavano dischi introvabili. Era partito in treno, era partito di notte, si era “fatto” nel bagno della stazione ed era salito in treno. Aveva dormito per una ventina di minuti poi si era alzato per andare ancora in bagno. Barcollava un po’ e la gente lo guardava chi con disprezzo chi con pietà, chiuso nel cesso si era slacciato i pantaloni e aveva pisciato poggiando la mano al muro. Aveva un po’ di nausea, stette a guardare il piscio che non galleggiava nel fondo del water, poi uscì, aprì la porta di comunicazione dello scompartimento, ma fu investito dall’aria gelida di dicembre e risucchiato da una forza misteriosa che con cattiveria lo scaraventò sotto le rotaie. Questo volevo chiederle e dirle, ma rimasi in silenzio e la ragazza dalla testa rasata mi guardò, strinse gli occhi come un felino che si prepara ad attaccarti, poi con un balzo deciso risalì in pedana agguantò il microfono e riprese a graffiare con voce maschia e decisa.

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