I giudizi di Monckey

di Giovanni Nurcato

La XIV edizione del premio Racconti di Primavera si è conclusa con la vittoria del racconto I Giudizi di Monkey, di Giovanni Nurcato. Come già l’anno scorso, rendiamo disponibile on line il racconto vincitore, sperando piaccia anche ai lettori in rete.
Ass. Cult. Direttamente, Turi.

– Marmo… per quale ragione, secondo te, fanno le panchine di marmo Monkey? Le infiggono così fortemente in terra col calcestruzzo che neanche dieci uomini, ma che dico dieci, venti, trenta uomini possono spostarle. Perché le fanno così secondo te?
– Non lo so e non mi interessa Al, e non capisco come cazzo questo sia un problema per te. Panchine… Questo qui mi farà diventar matto come lui.
Monkey era fuori di sé.
– Te la dico io qual è la ragione Monkey. Il motivo è lo stesso per cui, oltre alle targhe, montano alle automobili, così come alle porte delle case e a tutto il resto, anche le serrature, ecco perché. C’è gente di merda in giro, te lo dico io. C’è bisogno di proteggersi. Sarebbero sufficienti panchette leggere e, perché no, anche divani, belli, imbottiti e invece? Monumenti di pietra o di ferraccio pesante con le radici nell’asfalto, come gli alberi. Guarda quella per esempio…
Monkey, seccato, guardava da tutt’altra parte.

– Guardala, l’hanno installata là certamente prima che montassero quei cartelloni pubblicitari dirimpetto e ora chi si siede lì, per via dei cartelli, non vede più il mare. Fosse stata più leggera la si sarebbe potuta spostare, e invece no. Per via dei vandali, dei ladri e di tutte le altre merde che ci sono in giro, noi altri dobbiamo prendercela in saccoccia. Non possiamo spostare le panchine dove ci fa più comodo. Quella panchina è lì e puoi sedere solo lì, e se vuoi vedere il mare ti fotti, devi alzarti e venire fin qua. Ti sembra niente? – Se mi parli ancora di panchine Al giuro che ti pianto qui. Tu stai diventando pazzo. Tu sei un ossessionato Al – ringhiò Monkey con quella sua vocina gracchiante, poi, indispettito, girò la capoccetta tonda dalla parte opposta ad Al e zittì.
Mancavano sei – sette minuti all’arrivo della corriera.
– Parli così perché a te non piacciono le panchine, Monkey, ecco perché e, e forse neanche il mare.. ecco!
– No! Parlo così perché mi stanno sulle palle i pazzi rompicoglioni come te, solo per questo parlo così. Ma di che mi meraviglio, eri ragazzo e già sragionavi, come potevi diventare da vecchio… Panchine…ma vaffanculo!
Al arrossì, s’offese.
– Racconterò tutto a Doroty, Monkey. Non posso aprire bocca che mi contrasti. Non me ne lasci passare una. Vivere insieme a te è diventato veramente impossibile.
– Parlagliene! Parlagliene se hai il coraggio. Tua sorella ti conosce meglio di me. È la quarta volta, negli ultimi cinque anni che le vai a chiedere un letto. Non riesci a durare da nessuna parte. Come cominciano a conoscerti, un calcio in culo e via, sei fuori.
– Non sono sbagliato io, e Doroty lo sa bene. È il mondo che è sbagliato, fossero tutti come me non esisterebbero le banche, la polizia, l’esercito e forse neanche i pompieri.
– Fossero tutti come te Al saremmo alghe, ecco cosa saremmo. Amebe! Hai consumato quel po’ di cervellino secco che ti rotolava nel cranio come una nocciolina nel barattolo vuoto, solamente per mettere insieme stronzate su stronzate. Hai cinquantadue anni e ne dimostri settanta, guardati, sdentato, molle come una pera cotta. Guarda quelle dita marroni di nicotina. Se solo ne avessi voglia potresti ancora fare qualche giornata di lavoro, basterebbe andare al sindacato a chiedere, e invece? Tutta una vita hai preferito rubacchiare i contributi che lo stato dà per i matti, senza mai fare nulla per questa società che ti tiene sul groppone. Sei uno scarafaggio Al. Fossi il padreterno ti schiaccerei sotto le suole.
– Giudizi, giudizi, solo giudizi. Come vorrei vederti morto Monkey. Alla fine tu, tu sei come tutti quanti gli altri, chiacchiere, chiacchiere e nient’altro. Quelli come te guardano il mondo andare a rotoli e se ne fottono. Io non ci sto invece, io protesto. Per lo meno ne parlo, io, non mi giro dall’altra parte, io. Guarda quella lì dirimpetto.
– Chi? – fece Monkey girando di scatto la testa.
– Quella di fronte a noi, sotto la pensilina. Jeans basso e zatteroni rossi.
– Ebbene?
– Ne ha fatte due in un sol momento – spiegò Al. – Ha sputato la cicca sulla panchetta e gettato il pacchetto vuoto delle sigarette in terra. Guardala, quella che si gratta la fica in questo momento.
– Al, noi dobbiamo intenderci Al – l’interruppe Monkey ribollente, mostrando di non poterne proprio più.
– Stammi bene a sentire, Al, tu devi farti vedere da un dottore. Tu peggiori di giorno in giorno.
– Non ti inalberare Monkey, arriva gente. Abbassa il tono, questa tua vocina da corvo frocio si sente a cento metri di distanza e si punta nei timpani, abbassa questa cazzo di voce.
– Va bene Al, come dici tu. Va bene, mi calmo, ma tu c’è bisogno che ti curi. Devi sfollare la tua testa di cazzo dai fantasmi e pensare per te, solo per te, sennò saremo in due, prima o poi, ad essere internati. Al, tu parli degli altri, ma ci pensi a cosa hai fatto? La signora Rosemary è morta, morta! E l’hai uccisa tu. Voleva solo farti del bene, quella santa donna, un piatto caldo, due faccende, e tu, merda che non sei altro, l’hai uccisa. Parli degli altri, parli…ma pensa un po’ per te Al che è meglio.
Monkey era indignato, e quand’era così la sua vocina diventava ancora più sgracchiettante e incomprensibile.
– Zitto, maledetto, zitto! – sbuffò a bocca chiusa Al.
– Lo vedi o no che non siamo più soli? – Non erano più soli infatti, un uomo, dai tratti sudamericani, sopraggiunto ansimando, prese a fissarli stranito. Al fece qualche passo di lato dandogli la schiena poi, rivolto a Monkey, basso basso…
– La vecchia era già ammalata amico, era malata.
– Lo so anch’io che era malata Al, è proprio per questo non le avrà certo giovato il cucchiaino di veleno per topi che ogni giorno le giravi assieme allo zucchero nel caffè. Se quella donna avesse avuto parenti, invece di finire in un sacco di plastica serrato da una zip, qualcuno avrebbe preteso un’autopsia e per te sarebbe stata la fine, capito fratello? La fine!
– Abbassa la voce Monkey, non te lo voglio più ripetere. Tu quella donna non la conoscevi. Cosa sai tu di quella donna? Sapevi che in gioventù aveva fatto la puttana? La puttana Monkey!
– Sapevo che faceva la puttana ma sapevo anche che era l’unica, a questo mondo, a rivolgerti delle attenzioni. Tu l’hai giudicata per il suo passato e uccisa, maledetto. Sei un assassino. Dici che io giudico, sei tu quello che giudichi Al, e lo fai, ahinoi, con quell’alveare che hai al posto della testa. E va bene Al, la Rosemary aveva fatto la puttana, aveva però avuto il tempo di diventarlo, ma Edward, il figlio dei Dantino, quello aveva solo otto anni quando l’hai ucciso, che peccati aveva commesso? Ti ci buttasti addosso, nello stagno, fino a che non si riempì come una damigiana. Sei solo un assassino Al. Pensaci. Quello di cui il mondo di sicuro non avrebbe bisogno sei proprio tu Al, tu e nessun altro.
– Te l’avrò spiegato centinaia di volte Monkey. Quell’ Edward era un mostro. Sapeva che avevo terrore dei rospi e pure non si perdeva un’occasione, lui e quella rottinculo della sorella, per imbottirmene i pantaloni. Passare davanti casa loro, quando tornavo da scuola, era diventato un incubo. E se Nadine non fosse morta di leucemia, avrei ucciso anche lei, stanne certo, come il fratello. Cosa avrebbe potuto dare al mondo una così. Sento ancora gli sghignazzi suoi e di Edward mentre mi premevano in terra per riempirmi di quelle orribili bestiacce.
– Ma erano solo due bambini, pezzo d’animale, bambini capisci?
– Bambini, bambini, io li odio i bambini, quel tipo di bambini. Anch’io ero un bambino, non ci pensi? Bambini, proprio come mi rispose il nonno quando gli confidai delle aggressioni di quei due. Siete bambini, mi diceva, siete bambini, dovete vedervela fra di voi. Ma intanto i rospi nelle mutande, viscidi, urticanti, me li beccavo io, non lui. Per via di quei rospi non sono più riuscito a toccarmi i genitali, e tu lo sai bene, non riesco neanche a lavarmi. Vallo a spiegare ai medici e agli assistenti sociali perché non mi lavo.
Lei dovrebbe lavarsi più spesso, signor Jonson, l’igiene… L’igiene un cazzo, e i rospi?
– Adesso riattacchi con la solfa dei rospi Al. Di’ piuttosto che, anche quella volta, fu tutta colpa della tua vigliaccheria. Non ricordi come riferisti i fatti a tuo nonno? Pensavi, desideravi che dalla tua comunicazione distaccata, da grand’uomo, lui dovesse capirti e prendere una posizione. Dovevi piangere Al, dovevi avere il coraggio della tua paura. Ammettere i tuoi limiti, solo così quel pover’ uomo avrebbe potuto capirti e aiutarti. Invece, vigliaccamente, giudicasti anche lui. Preferisti spingere la carrozzina giù per le scale e poi finirlo schiaffandogli il mezzo busto di cemento di Kennedy sulla cocuzza. Bella simulazione, un vero capolavoro. Le hai dimenticate queste cose Al?
Al si tese in volto.
– Ti ho detto mille volte che questa è acqua passata Monkey. Tu invece non ti perdi occasione per riparlarne.
– Acqua passata? Acqua passata un cazzo! Non solo non è mai passata, ma è anche diventata un gran pantano, un pantano che ti rimesterò sotto il naso ogni volta che potrò Al, è una promessa –
Il parlottio dei due fu interrotto dall’arrivo della corriera, il rumore dei motori bollenti e la puzza dello scarico delle marmitte riempirono l’aria. Gli stantuffi, in alto sull’entrata, ritirarono di scatto le ante.
– Jacksonville – disse Al al conducente stendendogli due biglietti da cinque.
– Voglio stare io dal lato del finestrino Al, non mi piace stare all’interno, mi manca l’aria – fece Monkey.
Un uomo, uno malmesso, fazzoletto nero di grasso al collo, dalle file posteriori, si alzò e, tenendosi per i sostegni dei sedili, barcollando venne avanti.
– Porco d’un cazzo, allora non m’ero sbagliato, era proprio la tua vocina Monkey, e dove c’è Monkey c’è anche Al, non è vero?
– Nick Rigaroa, maledetto meticcio, da dove cazzo sbuchi fuori?
Sbottò Al. Monkey agitò le manine in segno di saluto.
– Vado dai miei figlioli, due miglia dopo Daytona, e tu Al?
– Vado a trovare mia sorella su a Jacksonville.
– Ah! Amity, tua sorella.
– Doroty – Precisò Al.
– Già, già, Doroty. Si sposò con Stampfer il postino, me la ricordo bene.
– Stampfer è morto nel settantadue – lo informò Al.
– Cinque – corresse Monkey.
– Bha! Settantadue, settantacinque, è già un po’, insomma, che Stampfer è ai piani superiori. A te come ti va Nick? L’ultima volta che ti ho visto, se non ricordo male, seguivi un programma di disintossicazione. Bevi ancora?
– Più di prima Al. Anche tu a sgarrupo non scherzi, ti trovo molto invecchiato Al.
– Gli anni passano Nick, beh, torna al tuo posto, stiamo imboccando l’autostrada. Ci salutiamo dopo.
Sparito Nick Rigaroa Monkey incollò la sua testolina tonda al vetro.
– Che tipo quel Nick, no Monkey? Sei molto invecchiato, mi dice, ma s’è visto lui? Mi verrebbe voglia di andare là dietro a rompergli il muso. Non ti vedi da un secolo con uno e quello, come prima cosa che fa? Ti giudica sei vecchio, sei messo male…ma vaffanculo Nick, tu e tutta la tua tribù.
– Giudicarti? Che giudicarti? – gli rispose secco Monkey. – Ha solo espresso un parere Al, un parere, un’ opinione sul tuo aspetto di merda. Sai cos’ è un parere Al? Lo sai? Ti senti sempre al centro dell’attenzione Al, questo è il problema. Ti senti sempre sotto accusa. Sei un debole Al, non sei che uno stronzo. Per la stessa ragione facesti sbattere dentro quel povero scemo di Pit la scimmia e, allora, avevi solo dieci anni. Lo chiudesti nel pollaio con tutti i polli che tu, tu avevi sgozzato.
– Ho sempre odiato i polli Monkey è più forte di me, questo lo sai no? Guarda Monkey, la tappezzeria dei sedili è dello stesso colore della tua cravattina, guarda, uguale al tuo papillon.
– Ma i polli, Al, non c’entrano niente e io e te lo sappiamo bene, e non cambiare discorso che mi dai ai nervi!
– Non voglio parlarne Monkey, c’è questo qui di fianco – mugulò Al, con la mano sul muso, indicando il tipo che gli sedeva di fianco.
– Me ne fotto di quel tizio Al, è ora che ti dica le cose come stanno.
– Ma è quel che fai da sempre Monkey, coprirmi di merda. Ti prego però, non parlarmi di polli proprio ora, ti prego.
– Voglio parlartene invece. Fece proprio bene il maestro Miller a umiliarti davanti a tutta la classe, non è vero Al? Hai sempre assomigliato a un pollo. Il collo a zeta, il naso a becco, la camminata… Sei un pollo Al, un pollo un pollo un pollo…
– Non parlarmi di polli, Monkey, ti prego
– Pollo! Pollo! Pollo! – infieriva Monkey.
– TA-TA-TA-TA non ti sento! TA-TA-TA-TA – Al sfuggiva come poteva.

L’uomo seduto di lato ad Al, dopo una prima mezzora di stupore e sconcerto, prese ad agitarsi sul sedile, poi, afferrato il coraggio a due mani, gli si rivolse.
– Ehi, amico!
– Dimmi! – gli fece Al girandosi di scatto.
– Amico, già qua dentro si muore dal caldo, non avrai mica intenzione di chiacchierare con quel burattino per tutto il tempo, fino a Jacksonville?
Al lo guardò immobile senza espressione, poi si sfilò Monkey dal braccio destro, avvolse il suo corpicino floscio attorno alla capoccetta a palla, se lo cacciò in tasca e, senza replicare, rivolse lo sguardo, vuoto, ai campi di mais, oltre il vetro, che scorrevano veloci alla sua destra.

(C) Giovanni Nurcato. Racconto vincitore della XIV edizione del Premio Racconti di Primavera, organizzato dalla Associazione Culturale Direttamente di Turi (BA)

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