Michelangelo Cammarata. L’amorosa cicala

di Marco Scalabrino

Capitalizzato il piacere di avere ricevuto un libro nuovo, fresco fresco di stampa, ben apprezzato il gesto di omaggio e di affetto, gustata col tatto, gli occhi, l’intelletto la silloge, rimangono sul tavolo, illuminati dalla luce calda della lampada a basso consumo dell’abat-jour, il libro e un interrogativo.
L’haiku, non staremo qui a discorrerne più di tanto, è un antico componimento giapponese, la cui estensione è cinque-sette-cinque sillabe, di argomento filosofico, esistenziale, religioso e richiamo alla natura; la tanka, ci ricorda in prefazione Alfio Inserra, ne estende la inglobandovi due settenari.

Lontano migliaia di chilometri e centinaia di anni – sebbene ad onor del vero esso ha sempre avuto molti estimatori in Italia ove tuttora viene assai praticato, se ne celebrano concorsi letterari, proliferano le pubblicazioni – ecco Michelangelo Cammarata riproporre l’haiku, benché d’una foggia “caudata” ( il Nostro difatti non ricalca né l’una – quella dell’haiku strictu sensu – né l’altra – quella della tanka – bensì “italianizza” la formula, piuttosto adoperando nei due versi di coda, in luogo del settenario, l’endecasillabo ).
Ebbene, desidero parteciparvi in proposito talune mie brevi considerazioni, in questo agevolato forse dalla ventura di conoscere un po’ Michelangelo Cammarata. La persona, certo; ma più la sua weltanschauung: quella enunciata ne I GERMOGLI DI GROUND ZERO (2003) e quella che trapela, da qualche tempo, dagli scritti che fanno capolino sul WEB.
In virtù di ciò ritengo di potere affermare che l’attuale scelta, il metro che oggi egli ci propone, l’odierna misura, che a un superficiale approccio può apparire una angusta prigione o da una angolazione del tutto antitetica un agevole rifugio, non è un dato, per così dire, tecnico, non è frutto di estemporanea infatuazione, non è effetto di repentina mutazione lirico-genetica. Né tanto meno è da interpretare quale ripudio dell’Occidente, della filosofia e della dottrina occidentale.
Ci troviamo, invero, al cospetto di un Autore al quale, a motivo della spiccata sensibilità, della coltivata propensione, della singolare esperienza, si richiede, si impone anzi, vieppiù comprimendo la dimensione già serrata dei testi di I GERMOGLI DI GROUND ZERO, la ricerca di una scansione più acconcia all’animo dell’uomo di questa generazione, l’urgenza di strutturare con pochi, essenziali tratti la cornice storica in progress che ci circonda, l’impellenza di esprimere ulteriori, distinti habitus nell’armonia di inusitati modelli.
Quella forma allora, quel metro, quella misura sono, come del resto nel caso del nostrano sonetto, specifiche di un universo compiuto, distintive di un microcosmo risolto, peculiari di un bonsai della poesia. E, al contempo consapevole esercizio di libero arbitrio e di severa disciplina, rispondono alla interiore esigenza di raffrontarsi, di verificarsi, di riposizionarsi nel continuum del mondo.
In questa fattispecie si situano – con esiti assai felici – tutti gli elementi che contribuiscono a comporre quel profilo:
L’ESISTENZA: il dono della vita in uno sguardo, un colpetto di tosse un bisbiglio ne ritracciano i confini, lasciando in giro tracce di sorrisi;
IL TEMPO: il tempo sgrana dai baccelli dell’anima stille d’amore, si è steso stamattina a respirare la vita, ha parole da mostrarmi ma pochi argenti;
LA PAROLA: un ingorgo di parole come ogni parvenza non appaga, il sorriso di un libro invita a un tuffo nel lago di parole, le parole fanno l’occhiolino alla speranza;
LA NATURA: luna, rugiada, brina, orizzonte, vulcano, sabbie, brezza, inverno, neve, ombre, pioggia, battigia, fuoco, notte, stelle, pioggia, nubi, primavera, nebbia, ghiaccio, alba, tramonto, aurora, scirocco, buio, onda, estate, rigagnolo, arcobaleno, cielo, autunno …
FAUNA e FLORA comprese: scoiattolo, cane, puledro, piccioni, meduse, farfalle, galli, ape, usignolo, lucciole, agnelli, sarde, nibbio, cuculo, rana, albatri, grilli, pavone, gufo, albatro… abeti, more, quercia, glicine, ciclamini, rosa, ciliegio, mandorlo, pino, tulipano, palme, oleandro, primule, petunia, castagno, melo, pesco …
e, parimenti, le COSE DEL MONDO: disco, flauto, arpa, pianoforte, violino, faretre, bulino, immondizia, confetto, rosario, scacchiera, borsello, sciarpa, guglia, specchio, imposte, parete, vetri, finestre, antenne, orecchini, concerto, presepe, festa, fame, sepolcro, cenere, clessidra, lume, palcoscenico, preghiera, polvere, panca, bandiere, campanile, marranzano, candela, chiesa, nenia, solitudine …
L’ATTUALITÀ e LA CRONACA: gocce di sangue salpano dal massacro di Nassyria, undici marzo il Calvario è gremito di Crocifissi;
e QUANT’ALTRO – fruscii, ronzio, rantolo, bozzolo, ragnatela, stalattiti, pozzanghera, indolenza, anelito, messaggino, smorfie, raggiri, tremolio, equivoco, noia, silenzio, vendetta, pietà, urlo, odio, ressa, fede, schiuma, fumo, sogni …
Fausta conseguenza di tutto ciò, la realizzazione individuale del sistema linguistico che, attraverso una terminologia inconsueta, particolareggiata, coglie l’opportunità di espandere i propri confini in funzione, soprattutto, della sostituzione di quelle voci ormai stanche, logore, ovvie.
Una espansione denotativa che contempla una non comune dovizia lessicale; concepisce una ammaliante icona della POESIA: la poesia distacca le parole abbarbicate ai silenzi del tempo; confeziona accattivanti SUGGESTIONI: una conchiglia ha ingoiato tutta l’acqua del mare, il grigio del gabbiano è una cravatta sull’abito da sera, al largo il mare è pescoso di ritmi, il grappolo degli anni ha tanto succo, nella mia stanza un angolo di cera illumina la pelle della sera, urlo dell’acqua euforica s’aggrappa al sediolino dell’otto volante …
ci permette, in , un seducente itinerario tra gli endecasillabi ( Ungaretti definì l’endecasillabo ):

In arguti zampilli di parole
lungo il sentiero delle nostre vene
l’agrore della vita ha le sue ali
la voluttà del sole ci palpeggia.

I minuti arruffati dalla gioia
la coppa del futuro mi si porge
affiora un nuovo senso delle cose
e ci guida per mano verso il vespro.

A contestare al tempo i suoi sberleffi
se il vento è stanco e siede sopra i rami
l’esile ago che segna sempre amore.

Un canestro di note è la tua voce
che fanno l’occhiolino a una speranza.
C’è ancora amore nel mondo. C’è ancora.

[L’amorosa cicala, 2005, Genesi editrice]

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