Nubile. Io ti attacco nel sangue

di Maddalena Mongiò

Il rito della lettura ha dei passaggi obbligati, innanzitutto la scelta del libro da leggere poi la scelta dell’edizione che, spesso, è d’obbligo sia quella economica, poi una volta a casa riguardare la copertina e leggere tutte le frattaglie retro fronte e anche dorso e poi dulcis dei dulcis aprire il libro sentirne l’odore, proprio così odore! La carta stampata ha un odore suo, unico, inimitabile, un marchio per l’olfatto che assieme ad altri elementi dà vita a una scatola del sapere o del divago o di quel che volete, non sostituibile e in fondo a questo percorso vi è l’annegare nel racconto. Questo rito si è ripetuto con il romanzo “Io ti attacco nel sangue” ed. Lain di Clara Nubile. La grafica è accattivante, il titolo ti si attacca addosso, questo ho pensato quando l’ho avuto tra le mani. Questo romanzo è come la tela di un ragno, pagine e pagine ben scritte a narrare la storia di Laura e Maja, alias Cosimo da Porto Badisco, a narrare un viaggio in un’India piovosa e lamentosa, a narrare le storie di un gruppo di ragazzi e poi… d’un tratto, proprio come in una tela di ragno ti ritrovi invischiato a palpitare insieme a Laura, a Ernestina la nonna, a Rosaluna la madre, ti ritrovi avviluppato in questo incastro di vite disperate.

C’è il sud, il sud della criminalità organizzata, del mondo contadino, dell’immancabile taranta, un sud che si confronta con altre latitudini e longitudini: l’India, Giacarta, Bologna. Un sud che di questo mondo “ai margini”, di questo mondo “irregolare” ne ha fatto un mito. Un sud che prima o poi noi sbranaparole di periferia dovremo raccontare per quello che le pagine della cultura cattedratica dimenticano, il sud dei poeti, dei letterati, della gente operosa, dei mecenati. Nessun luogo è patria per Laura, la protagonista di questa opera prima di Clara Nubile, in nessun luogo si sente a casa: Brindisi un posto da dimenticare, questo afferma categorica, ma odia anche Bologna, l’India e ama-odia anche Maja il suo fidanzato. Il filo conduttore del romanzo è il mal di testa che l’accompagna come un vicino inopportuno, anche questo gli si è attaccato addosso e non la lascia, un dolore che a fare del facile psicologismo potremmo dire figlio del conflitto. Tuttavia in questa storia amara e tragica quel che vi è da sottolineare è la leggerezza della scrittura, Clara Nubile sfiora i personaggi e gli eventi lascia parlare chi, di norma non ha voce, per liberarsi dalla trappola dell’intimismo, così sono le ortiche o un neonato o una audiocassetta a raccontare semplicemente e senza affanno i momenti più tormentati e tormentosi di questa storia. Allora sei tu, tu che sei lì incollata alle pagine a volerla aiutare a chiudere per un attimo gli occhi e il libro e sperare che lei, l’autrice, l’aiuti, la salvi, la soccorra, le dia una chance, una chance a questa giovane donna, una chance a Laura che ha giocato la vita nella partita sbagliata. Un romanzo non è mai solo un plot, una storia, l’intreccio narrativo è solo il velo, basta fermarsi un attimo lasciare che il vento dei pensieri smuova la patina superficiale e subito si delineano i segreti, i pensieri nascosti. Così in questo vagare tra città e continenti ripensi a questa nuova forma di emigrazione che noi del sud ben conosciamo, l’emigrazione dei nipoti delle valigie di cartone, l’emigrazione per studiare, conoscere, un’emigrazione fatta di tempi veloci ché basta un volo per andare dall’altra parte del mondo, un’emigrazione lontana anni luce da quelle navi che partivano cariche di uomini e aglio e sudore e speranze e ricordi. In questo vagare tra città e continenti ritrovi il filo rosso dell’irrazionalità che agita uomini e donne e diviene rito, simbolo, simbolismo, una irrazionalità che attiene tutta alla sfera della sessualità e dell’amore, perché il romanzo è un concatenarsi di amori dannati, di amori rubati, di donne che subiscono e fanno subire che si concedono interamente a un uomo e si negano totalmente a un altro uomo. Vi sono storie e tante e tante voci a raccontarle, perché è narrato tutto in prima persona con continui cambi di prospettiva. Vi sono luoghi, tanti luoghi, eppure sono appena accennati, Bologna fredda, l’India piovosa e fangosa, Brindisi da dimenticare, Parigi con le strade di cioccolato, pochi cenni per lasciare il primo piano a loro, solo a loro a Don Pizzica camorrista crudele ma palpitante per le sue donne; al padre debole, pavido ma con un guizzo finale di tragico coraggio; a Ernestina la nonna che incombe con il suo passato di travolgente femminilità; a Rosaluna che voleva solo un uomo che le spezzasse la schiena a furia d’amore; a Boris Vian il pallido francese che ama Laura ma non tanto da poter rinunciare a lei. Nessuno è completamente buono o cattivo, credo lo abbia affermato per primo Dostojeski, così loro non sono mai completamente buoni o cattivi, sono come i corpi immersi in un liquido che ricevono una spinta verso l’alto, sono quelli che ti restituiscono fame d’amore perché sono stati affamati, vendetta perché sono stati saccheggiati.

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