Ouroboros

di Mauro Mirci

Nel febbraio del 2004, mentre mi trovavo a Palermo, iniziai un libro di Piergiorgio Odifreddi, C’era una volta un paradosso, che parla, appunto, della storia del paradosso nella logica, nella matematica e nella filosofia. Avevo da poco terminato di rileggere l’Aleph di Borges, che fa del paradosso il punto di partenza e di arrivo del costrutto narrativo. Questi due libri mi fornirono lo spunto per Ouroboros. E l’accostamento ai versi di Fumblin’ with the blues non è casuale. Entrambi, racconto e canzone, sono il resoconto in prima persona della vita di un perdente; tuttavia, entrambi parlano di amore e di speranza.

Ora Ouroboros ha forse ha finalmente raggiunto – dopo numerosi tentativi e grazie alle forbici di Antonio Piras, che lo ha cortesemente pubblicato su Fantasymagazine.it – una forma quasi definitiva. Lo ripubblico anche su paroledisicilia. Buona lettura (ma.mi.)

La nostra vita è esistita. Lei, io, la nostra casa. Anche il nostro tempo è esistito, pure se il tempo è un concetto che ormai mi sfugge e stinge nella mia memoria.
C’era Maura. La sua immagine sorridente si sovrappone a quella di un corpo inerte disteso per terra, circondato da un’aureola di sangue. Io l’osservo dalla soglia. Non ho la forza di urlare, di chiedere aiuto. C’è solo quella canzone che sembra volermi deridere, propagandosi dagli altoparlanti dello stereo. Un attimo che dura un’infinità.
Poi urlo: – Maura…

Fallin’ in love is such a breeze…

Rispondimi!…

But it’s standing up that’s so hard for me…

Maura, Dio mio, cosa ti hanno fatto?…

I want to squeeze you but I’m scared to death…

Parla, parla, ti prego…

I’d break your back…

Maura!… Aiuto! Aiuto!…

You know your perfume, it won’t let me be. (1)

Ero accanto a lei.
Lo specchio mi restituiva l’immagine di un uomo in ginocchio. Stringeva il corpo inanimato di una donna. Il sangue gli macchiava le mani e i vestiti.

Sono davanti alla porta. Busso.

Non sono mai riuscito a capire perché. Forse sono pazzo, ho pensato. Nella mia pazzia tutto potrebbe assumere la forma che percepisco. Certo, forse sono pazzo, in effetti, cosa lo impedisce? Impazzire è anche perdere la cognizione dei propri sistemi di riferimento. Ma in questo possibile smarrimento di sistemi referenziali che senso avrebbe opporsi alle immagini del mondo che mi entrano dentro? Tanto vale viverla questa follia nuova così simile alla realtà.
In ragione di questo potrei non essere pazzo.
Non lo so. Non potrei mai saperlo. E allora che senso avrebbe dirsi pazzo e comportarsi come tale? Che vantaggio ne avrei?

Sento dei passi dietro la porta chiusa. Sento gli scatti della serratura.

Dov’ero quando è successo? E’ cominciato tutto con questa domanda. Poi è stato un conteggio di minuti, coincidenze e ritardi. La ricapitolazione delle parole scambiate con un passante, con la portiera, con il professore del primo piano.
Tempi.
L’ossessione dei minuti sprecati.
Ho trascorso le mie giornate compilando elenchi di memorie. Orari e tempi soprattutto. Tre minuti trascorsi con la portiera, forse quattro. Due col professore, credo. L’ascensore sempre occupato. Altri minuti persi nell’indecisione se fare le scale a piedi oppure attendere la cabina.
– Ma lei non ha proprio visto nessuno scendere le scale? – mi ha chiesto uno dei poliziotti al commissariato.
– Nessuno – ho risposto. Chissà se saprò mai chi occupava l’ascensore.
Anche i poliziotti hanno steso precise scalette della giornata, dei tempi, dei ritardi.
– E’ stata una questione di minuti – mi hanno assicurato.
E’ incominciata così, la mia ossessione: solo una questione di minuti.

Si apre uno spiraglio – una linea di luce bianca – tra stipite e battente. Il viso di Maura lo occupa. Sembra contenta di vedermi.
– Come mai prima, stasera?
Assieme alla sua voce, mi accoglie anche quella di Tom Waits.

Quando è successo, Maura aveva messo su il CD che le avevo regalato a Natale. Ho sempre immaginato che quella sera fosse impaziente e ansiosa. Suonano alla porta. Lei corre ad aprire. Poi è a terra. L’aureola rossa nata sotto i suoi capelli si allarga sul pavimento. Poco dopo arrivo io.

Pausa.

Incredulità, angoscia, ansia, frenesia, speranza. Braccia tremanti che stringono il corpo di Maura. Il mio petto ospita un cuore che sta per esplodere. Poi urlo.
Cosa è successo in quell’intervallo tra l’apertura della porta e il momento in cui l’aureola rossa ha iniziato ad allargarsi sul pavimento?

Quando è successo, forse, discutevo con la portiera. Questo pensiero non mi dà pace. Forse, mentre Maura moriva, ascoltavo annoiato le chiacchiere inutili di una donna sciatta.
Sono i pensieri che mi hanno accompagnato più di tutti nei primi momenti del mio dolore. Avrei dovuto essere in casa con lei.
E le parole dei poliziotti, anche quelle, certo.
– Forse un balordo ha tentato un furto. Ha visto qualcuno scendere mentre lei saliva? L’omicidio è avvenuto poco prima che lei trovasse il corpo. Quando s’è accorto che l’ascensore era in discesa? Ha dei sospetti? Capiamo il suo dolore. Si tenga a disposizione.
Mi tengo a disposizione, certo. Dove volete che vada?

Se è vero che sono pazzo, devo essere impazzito allora. Continuavo a domandarmi dov’ero, cosa facevo quando è successo, cosa avrei dovuto fare o non fare per giungere sul pianerottolo e trovare la porta ancora sbarrata. Per non sentire le parole di Tom Waits libere e randagie sul pianerottolo.

Ho scoperto che il dolore e il rimorso sono un cancro che cresce dentro il petto. Assieme al rimorso è giunto il sospetto. Uno dei condomini, perché non uno di loro?
Maura mi amava, viveva per me.
Oppure no?
A chi aveva aperto la porta, quella sera?
Contavo minuti e costruivo supposizioni. Compilavo elenchi di possibili amanti, di assassini plausibili. Scandagliavo la memoria alla ricerca di particolari e indizi che mi aiutassero a ricostruire quella sera.
Ho consumato mente e corpo in questa ricerca estenuante, in questa speculazione viziosa.
Talvolta, stremato, ho dovuto arrendermi alla fatica, concedermi lunghe ore di sonno affannoso popolato di incubi e di immagini del suo volto.

Per poi ricominciare, al risveglio, a contare minuti e segnare tempi.

Poi è successo. Non lo prevedevo, certo, ma mentirei se affermassi che non lo speravo. Era un sogno. D’accordo, un’illusione.
Però è successo.
Il risucchio di un vortice, una forza alla quale non desideravo resistere.
Incomprensibile.
Eppure intuivo che quanto mi accadeva era una conseguenza logica e inevitabile dei miei tormenti e delle mie attese. Forse è stato il desiderio di riparare a un errore, forse semplicemente una forza d’amore.
Forse la volontà di Dio.
Sì, dev’essere stato Lui.
O il Demonio.
Davanti a me il rettangolo familiare della porta chiusa. Dentro di me la consapevolezza di essere tornato a quella sera.
“Che ora sarà? Quanto tempo ho?” ho pensato, cercando di origliare la sequenza dei brani del CD. Un barlume di musica filtrava attraverso il legno e l’acciaio.

You know she trills me with all her charms
When I’m wrappen up in my baby’s arms
My little angel gives me everything
I know someday she’ll wear my ring (2)

Avevamo stabilito la data delle nozze. Dopo quella sera ho odiato questa canzone.
“Ora la rivedrò” ho pensato. “Rivedrò il suo viso com’era prima che mi lasciasse; prima che venisse circondato da quell’aureola di sangue; prima che la polizia mi costringesse a riconoscerlo sul tavolo metallico dell’obitorio.” Ho premuto il pulsante del campanello. Poi ho anche bussato: un disperato battere di nocche sul legno trattato. Un movimento dietro la porta. Ha aperto. Sono rimasto incantato ad ammirarla.

Ero certo di avere sognato: nessun uomo è immune da incubi quando è tormentato dai rimorsi..
Seduto sul bordo del letto cercavo di ricordare. Ero lì, a consumarmi nel mio delirio per lei, e subito dopo davanti alla porta. E ora di nuovo solo, di nuovo disperato.
“Ouroboros”, ho pensato.
L’Ouroboros è il serpente che mangia la propria coda. Divora sé stesso, immettendo nell’organismo che sta assimilando l’alimento necessario affinché la propria carne si rigeneri e fornisca nuovo cibo alle proprie fauci. Simboleggia la continua rigenerazione dell’universo dalle ceneri del Big Bang, il moto perpetuo, lo scorrere circolare del tempo, il Paradosso logico e tangibile.
Ho anche pensato di uccidermi, quella sera che sul bordo del letto mi contemplavo le mani. E’ una dicotomia terribile, quella che mi è capitata di vivere: vittima e artefice del nostro destino. Ho sentito mancarmi l’aria. Lo strumento che mi consentiva di riunirmi a Maura era anche ciò che la allontanava da me. Chissà se, in un’altra realtà, un altro me stesso non aveva mai scoperto quello strumento, e quindi Maura era viva, con me…
…con lui…
…oppure con un altro, che importa, ma viva: sangue pulsante e intimità da violare dolcemente – non io, che importa, non io, ma forse me stesso -. Ho pensato di uccidermi, dicevo, arrendendomi solo all’estrema difficoltà dell’impresa, constatato che non possedevo armi adeguate per darmi una morte veloce, capace di sopravanzare di un passo il mio persistente attaccamento alla vita.
Allora ho sperato che sarei impazzito.
Non è successo. L’Ouroboros mi si è mostrato. Un’immagine vivida e rilucente, forse una reminiscenza scolastica, o qualcosa vista su internet, non so. Frammenti di informazioni si sono condensati nella mia mente, hanno costituito il nucleo di una spiegazione primordiale. Infine ho capito.

Archimede ha dimostrato che l’area di un cerchio di raggio r è uguale a pigreco r2, senza mai tener conto del cerchio di cui si proponeva di calcolare la superficie. Perché io non dovrei riuscire a ingannare l’Ouroboros, a dirottare lo scorrere delle spire del serpente che divora la propria coda e mentre si fagocita rigenera se stesso, avvalendomi del medesimo metodo di esaustione?
Anche Zenone dimostrò che la lenta tartaruga avrebbe sempre sconfitto Achille pié veloce se solo questi le avesse concesso un vantaggio. Ecco, Zenone lo dimostrò utilizzando la logica per i fini dell’illogico.
Sussiste forse dubbio che Achille, se condotto su un campo di gara a sfidare un’inerme tartaruga, pur concedendole grandi vantaggi, non riuscirebbe a sconfiggerla? Che speranza avrebbe mai la lenta tartaruga? Ma Zenone dimostrò che essa avrebbe vinto. E allo stesso modo ogni logica è contro di me. Ogni volta affronto il paradosso ed esso mi sconfigge. Ogni volta Maura muore.
Ogni mio viaggio nel passato – come ogni corsa di Achille – è una lotta contro il paradosso.
Vi sembro pazzo?
Provate. Misuratevi in corsa con quell’animale strisciante. Provateci. Ditemi poi quanti metri dietro di voi si trovava quando avete tagliato il traguardo.
Ma Zenone ha dimostrato che non è possibile.
Quindi, perché io non dovrei riuscire a tagliare il mio traguardo?

– Come mai prima, stasera?
L’unica cosa che riesco a prevedere: queste sue parole. Il resto è affidato al caso, al destino, al principio di indeterminazione. La prima volta entrai in casa con irruenza. Non avevo ancora imparato quanto fosse inutile l’irruenza.
– Vai in camera da letto. Non stare davanti alla porta.
Volevo allontanarla il più possibile dal posto dov’era stata uccisa.
– Perché?
– Non capisci, Maura. Non devi stare qui.
– Che succede? Sei pallido.
Non l’ascoltavo. Chiusi la porta alle mie spalle e mi ci appoggia con tutto il peso del corpo, come per trattenere fuori il resto del mondo. Il sorriso sparì dalla sua bocca.
– Se hai deciso di farmi una scenata, fallo da persona civile – disse. Io non capivo.
– Come l’hai saputo? – mi incalzò.
– Cosa?
La sua espressione preoccupata.
– Maura, perché dovrei farti una scenata?
Taceva. Aveva gli occhi sbarrati e taceva. Era una risposta quel silenzio? Era la risposta che temevo?
– Maura, amore, perché? Ho fatto tutto questo per te – dissi. E avrei voluto raccontarle del dolore per averla perduta, delle lunghe notti insonni trascorse a rendicontare minuti e stilare elenchi. A ricordare le minuzie grazie alle quali ora avrei potuto salvarla. Maura continuava a tacere.
Forse prima ho sbagliato: la mia follia – se è vero che sono pazzo – è nata quella sera, davanti al suo viso muto, mentre subivo la sua confessione silenziosa. Sentivo di averla ritrovata e già persa.
-Mi fai paura – disse.

Friday left me fumblin’ with the blues

Solo macchie di colore. Figure sfocate.

And it’s hard to win when you always lose (3)

Ero in piedi accanto al suo corpo raggomitolato per terra. Un’aureola di sangue si allargava sul pavimento.
Tom Waits cantava Fumblin’ with the blues.

Maura mi sorride.
– Non entri?
– Attendo il tuo permesso.
Ride. – Che scemo che sei! – E spalanca la porta. Sento lo stomaco contrarsi. La musica per un attimo tace.
Ho dedicato la mia vita alla sua salvezza. La mia anima, ormai, è una polpa molle e delicata, protetta in maniera insufficiente da una dura scorza di assassino. Innumerevoli volte ho varcato questa soglia e ascoltato Jersey girl e Fumblin’ with blues, le due tracce che fungono da colonna sonora di questi pochi minuti che ho scelto di rivivere all’infinito.
Innumerevoli volte il suo sangue ha macchiato le mie mani.
Mi sorregge solo la consapevolezza che, per quanti sforzi io compia, Maura morirà comunque ogni volta. Per mia mano, se tornerò in questo istante, davanti alla sua porta. Per mano di chissà chi se rimarrò nel mio tempo a torcermi nel rimorso di un ritardo piccolo ma non insignificante.
Ma so che riuscirò a forzare la logica circolare dell’Ouroboros. Il metodo di Zenone è paradossale ma implacabile nella sua logica incontrovertibile. La lenta tartaruga è sempre, di un infinitesimo, avanti ad Achille. La lenta tartaruga, che sembra destinata a perdere, e invece vince. Ma io riuscirò un giorno a tagliare il traguardo prima di lei, perché nella realtà non esiste tartaruga che possa battere nella corsa un essere umano

Il mio destino è di ucciderla per resuscitarla. Più volte il suo sangue bagnerà le mie mani, maggiori saranno le possibilità che possa nuovamente dormire accanto a me. Sono sicuro. Maura mi attenderà sempre, e il suo sorriso è lì, in fondo a una regressione infinita di tentativi.
Ci sarà un giorno che questa regressione infinita avrà termine. Maura aprirà la porta, mi tenderà le braccia e io la stringerò. E non avrò più motivi per ucciderla.
L’Ouroboros sarà sazio.

(1) Innamorarsi è eccitante
ma è un’impresa troppo dura per me.
Vorrei stringerti ma sono spaventato a morte:
potrei spezzarti la schiena.
Il tuo profumo non mi dà pace.
(da Fumblin’ with blues, di Tom Waits)

(2) Il suo fascino mi elettrizza.
Quando sono stretto tra le braccia della mia piccola.
Il mio piccolo angelo mi concede ogni cosa.
Sono sicuro che un giorno porterà il mio anello.
(da Jersey girl, di Tom Waits)

(3) Venerdì mi ha lasciato brancolante e malinconico
ed è duro da vincere quando sei abituato a perdere
(da Fumblin’ with the blues, di Tom Waits)

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