Punti di vista

di Antonio Cotroneo

Il Professionista bestemmiava mentre si affrettava lungo la solita strada. Era tardissimo, Cristo…sicuramente gli altri erano già sul posto, cercando di fargli le scarpe. Proprio non sapeva cosa gli stava succedendo, una cosa del genere non gli era mai successa. Svegliarsi così tardi, per lui, era inconcepibile, anche se in effetti per la maggior parte della gente era ancora molto presto. La fortuna non bacia i poltroni, si diceva sempre, e lavorare fino a tarda notte non era mai stata una giustificazione valida per dormire più del dovuto.
Beh, inutile recriminare, ormai. Del resto non era più nel fiore degli anni, e questi episodi sarebbero forse diventati più frequenti con l’andare del tempo. Passando davanti all’edicola diede una voce a Ruggero : “Passo dopo, ora non ho tempo”. “Come vuoi”, rispose lui senza alzare gli occhi dall’elenco che aveva davanti ,”basta che te ne ricordi, che l’ultima volta te li ho dovuti portare io i giornali”.

Il Professionista non gli rispose, non aveva tempo per discutere. Affrettò ancora di più il passo e una scarpa prese a fargli male. Porca Eva, proprio quelle scarpe doveva andarsi a mettere, stamattina ? Ma non poteva immaginare che la macchina non avrebbe voluto saperne di partire. Con queste premesse, la giornata per lui era già di quelle da dimenticare. Si lisciò meccanicamente, con la sinistra, le falde della giacca del vestito nuovo, con la destra aggiustò la presa sulla cartella di cuoio lavorato che gli dava un’aria estremamente professionale, e intanto pensava agli impegni della giornata. Se glielo chiedevi, il Professionista ti diceva di occuparsi di ricerche ma non specificava mai di che tipo di ricerche si trattasse, un po’ per riserbo professionale, un po’ perché forse non ti riteneva abbastanza in gamba da capire. Oggi doveva occuparsi di una ricerca importante, o almeno così aveva detto alla signora Giulia del negozio di alimentari che stava di fronte all’edicola – mai che si facesse gli affari suoi, quell’avida che non gli faceva mai credito. I soldi lui li aveva, la giacca che aveva indosso costava forse più di quanto lei guadagnasse in una giornata del suo latrocinio legalizzato ; non ne portava mai molti con se per paura delle rapine, ecco tutto. Il Professionista sentì, dietro le spalle, il rumore di un autobus che arrancava verso la fermata ancora lontana davanti a lui. Fece un cenno all’autista, sperando che si fermasse per farlo salire. L’autista lo ignorò e tirò dritto per la sua strada. Il Professionista bestemmiò a raffica e iniziò a correre verso la fermata, ma era una lotta impari e lo sapeva ; quando vi arrivò, trafelato e smoccolante, l’autobus stava già ripartendo e l’autista continuava a ignorare i suoi cenni e i suoi richiami. Il Professionista si appoggiò di schiena contro un muro ; sudava copiosamente e ansimava, il fiato quasi non gli bastava ma non smetteva di bestemmiare. Una donna lo guardò disgustata e mormorò qualcosa che lui non poté sentire ma che certamente non era un commento lusinghiero. Il Professionista non ci faceva più caso, ormai. Aveva imparato a riconoscere quel genere di donna : tutte santarelline, sempre pronte a scandalizzarsi per una battuta forte o per una parolaccia, in realtà erano marce nel profondo delle loro anime. Le sentiva parlare tra loro della Buona Educazione che davano ai loro figli, dei Valori Profondi che trasmettevano loro, della costante e inarrestabile decadenza di questa nostra civiltà in cui chi, come loro, era buono, gentile e caritatevole verso i meno fortunati rischiava continuamente di prendersela in quel posto, con rispetto parlando. Poi, non appena una di loro si congedava e lasciava il gruppo, ecco fioccare i commenti più sboccati, le insinuazioni più maligne, le illazioni più assurde nei confronti della cara amica.
Non meritavano una risposta.
Il Professionista si guardò attorno. C’erano poche persone, oltre l’indignata : un ragazzo con uno zainetto istoriato di disegni realizzati, sembrava, con evidenziatori fluorescenti, un uomo che sembrava suo coetaneo e che leggeva un quotidiano sportivo, una donna vistosa e ben vestita che lo scrutava e una ragazza che aveva l’aria di essere una commessa o cameriera, con quell’espressione di sgomento tipica di chi sa di avere davanti una lunga e faticosa giornata. Al Professionista sembrava di averla già vista da qualche altra parte, ma del resto lui incontrava tanta gente e comunque non era mai stato un buon fisionomista. Guardò l’ora sul grande orologio da strada e decise di chiamare un taxi. Tirò fuori dal taschino il piccolo telefono e compose il numero che ricordava a memoria. Attese per un tempo interminabile che un messaggio registrato smettesse di ringraziarlo per la scelta e lo lasciasse parlare con un operatore. Quando, dopo un numero imprecisato di ringraziamenti, l’operatore gli disse che non avevano macchine da inviare, erano spiacenti, riprovasse dopo venti minuti, il Professionista sfoderò tutto il suo repertorio di bestemmie, parolacce e insulti; ma non c’era niente da fare, doveva rassegnarsi e sperare che l’autobus arrivasse in fretta. La VistosaBenVestita continuava a scrutarlo, cercando di non dargliela a vedere. Il Professionista la guardò negli occhi con la sicurezza di chi sa di essere attraente ; tutto, in lui, emanava fascino, di questo ne era intimamente consapevole, e il completo nuovo, poi, lo rendeva ancora più affascinante. Gli era costato caro, quel completo, ma ne valeva la pena. Si grattò il collo, lì dove il piccolo taglio che si era fatto radendosi gli causava prurito.
La VistosaBenVestita sembrò esserne disturbata, ma anche affascinata ; forse il taglietto aveva ripreso a sanguinare e a lei il sangue dava fastidio… Il Professionista era uno tosto, uno che sapeva volgere ogni situazione a proprio vantaggio, e quella era un’occasione buona per attaccare bottone e ammazzare così il tempo che doveva sprecare a quella fermata d’autobus. Si avvicinò alla VistosaBenVestita sfoderando un sorriso a tutti denti, consapevole dell’effetto che faceva sulle donne, e le chiese con voce suadente : “Mi scusi, signora, non avrebbe per caso un cerotto da cedermi ? Stamattina mi sono rasato molto di fretta e adesso ho paura di macchiare la camicia…”. La VistosaBenVestita, evidentemente, aveva un qualche serio problema comportamentale. Il Professionista non aveva nemmeno terminato di parlare che già lei urlava a pieni polmoni :
“Non si avvicini ! Se ne vada ! Mi lasci in pace o chiamo la Polizia !”, e adesso l’interesse era completamente scomparso dai suoi occhi, restava solo il disgusto. Il Professionista rimase interdetto. Qualcosa scattò nel suo cervello e lo rese incapace persino di bestemmiare come al solito. Si limitò a guardarsi lentamente intorno, senza però vedere gli altri, che ostentavano indifferenza. Era assolutamente indifeso e in balia degli eventi, non riusciva a muovere un passo. La VistosaBenVestita continuava a urlargli addosso ma lui non la sentiva più, lo colpiva con la borsetta di marca che portava con se e lui non se ne accorgeva nemmeno.
Si riscosse all’improvviso, ed era già lontano da quella pazza isterica. Sentiva qualcosa di morbido nella mano sinistra e la guardò : era una mano, piccola e trascurata nella sua, grande e ben curata. A seguire veniva un braccio e, infine, al braccio era attaccata una ragazza dall’aria di cameriera o di commessa, che a lui sembrava di aver già visto da qualche parte. “Dove mi sta portando, signorina ?”, le chiese il Professionista sorridendo, sempre pronto a cogliere una buona occasione. “Qui vicino, in farmacia”, rispose la ragazza, “così può farsi medicare quel taglietto”. Il Professionista aggiustò la presa sulla cartella di cuoio lavorato e strinse un po’ la mano della ragazza. Le ragazze oggi sanno proprio come prendere l’iniziativa, pensò, mentre il suo autobus gli passava dietro sbuffando.

La ragazza sbadigliò di sonno e di noia. Venti minuti che stava lì e il suo autobus non arrivava ancora. Guardò meccanicamente, per la centesima o millesima volta, il grande orologio da strada piazzato di fronte alla fermata.Era guasto, e segnava le tre da così tanto tempo che lei non ricordava di averlo mai visto funzionare. Ma ci cascava sempre, era più forte di lei. Sbadigliò di nuovo e si voltò a controllare se l’autobus, bontà sua, fosse in vista. In effetti un autobus stava arrivando ma il suo numero, benché ancora indistinto per la lontananza, non sembrava quello giusto. Era uno di quelli vecchi, di quelli che lasciano in servizio in periferie come quella. L’autista ignorò l’uomo che si affannava a fargli cenni che lo caricasse a bordo e tirò dritto. Non era il suo autobus, ora il numero lo vedeva chiaramente. L’uomo che lo rincorreva arrivò alla fermata quando il vecchio catorcio stava già ripartendo e urlava insulti all’autista, che si fermasse. L’autista non perse nemmeno tempo a rispondergli e anzi accelerò. La ragazza non prestò alcuna attenzione all’uomo, che si era accasciato contro un muro. Lo vedeva ogni mattina a quella fermata e ormai faceva parte del paesaggio. Oggi però era in ritardo, di solito era già lì quando lei arrivava. Prendeva il suo stesso autobus ma lei non sapeva dove andasse, lei scendeva prima e forse lui arrivava fino al capolinea, fuori città. L’uomo, intanto, stava bestemmiando a tutto spiano. La signora Ines lo guardò e mormorò a mezza bocca. “Ogni giorno, devo cominciare ogni giorno nel peccato mortale. Dovrebbero rinchiuderli, questi poveracci”. Anche la signora Ines prendeva lo stesso autobus e la ragazza doveva sorbirsela per tutto il tragitto, con i suoi pettegolezzi e quella sua abitudine di dare patenti di moralità alle persone che lei proprio non sopportava. Anche con lei ci aveva provato, quando aveva saputo che era andata a vivere con il suo ragazzo. Aveva iniziato a dirle che forse sarebbe stato meglio se si fossero sposati, che così vivevano nel peccato. Lei l’aveva azzittita con una rispostaccia e da allora la signora Ines stava un po’ sulle sue. La ragazza scrutò di nuovo la strada, alla ricerca dell’autobus. Lo sguardo gli cadde sull’uomo appoggiato al muro, che adesso aveva smesso di bestemmiare e si guardava intorno. Notò che non aveva i suoi soliti abiti : oggi indossava un completo scompagnato, liso ma in uno stato migliore rispetto agli abiti con cui lo aveva sempre visto. Peccato che fosse troppo corto per lui, le maniche della giacca lasciavano scoperti gli avambracci sporchi e graffiati, e i calzoni gli arrivavano appena a metà dei polpacci magri. Le scarpe, invece, le sembravano le stesse di sempre, tutte sfondate e tenute insieme da legacci di fortuna. L’uomo aveva con se le sue solite buste di plastica, nelle quali forse teneva tutte le sue cose. La ragazza aveva molta compassione per quell’uomo, soprattutto adesso che qualcuno gliene aveva raccontato la storia. Pare che avesse perso la ragione quando sua moglie, tanti anni prima, lo aveva lasciato per andarsene con il suo migliore amico. Da allora aveva mollato il lavoro e la carriera – dicevano che avesse persino una laurea – e aveva vissuto per strada. Ultimamente qualcuno lo aveva visto dormire in una vecchia automobile abbandonata, tutto avvolto nei giornali che si procurava da Ruggero, il ragazzo dell’edicola. L’uomo estrasse dal taschino una scatola di caramelle e iniziò a parlarci dentro, di nuovo bestemmiando e insultando un immaginario interlocutore. Che peccato, pensava la ragazza, rovinarsi così per una stronza. Ma, allo stesso tempo, trovava quella storia molto romantica. Ivano, pensava, una cosa del genere per me non la farebbe mai. Le voleva bene, di questo era sicura, ma era già tanto se dava segno di accorgersi quando era in casa, sempre perso davanti a quel suo computer. Poverino, in fondo però non era nemmeno colpa sua se doveva portarsi il lavoro a casa. L’uomo, intanto, si grattava il collo e la ragazza notò il profondo taglio sul quale lui aveva messo della carta di giornale, forse per fermare il sangue che però adesso aveva ripreso a scorrere. Chissà, forse si era fatto male mentre rovistava tra i rifiuti oppure qualcuno lo aveva graffiato selvaggiamente, forse proprio a causa di quel vestito.
Lei non sapeva cosa fare. Non aveva la voglia né la vocazione per fare la missionaria, però…se a quel poveraccio fosse successo qualcosa di grave a causa della loro indifferenza, lei ne avrebbe sentito il rimorso per tutta la vita. A far piazza pulita della sua inerzia e dei suoi dubbi ci pensò la Strafica. La Strafica era un pezzo che a lei stava sullo stomaco, sempre precisa, linda e tirata a lucido come se avesse dovuto partecipare ad una sfilata. Ma non era per quello che le stava sullo stomaco, oddio si, anche per quello, che invidia che le faceva : avrebbe voluto essere capace di vestirsi così, ma a parte tutto il resto le mancavano proprio i soldi. E poi non aveva alcun senso perdere un’ora di sonno e truccarsi bene per quei quattro cafoni che frequentavano la tavola calda. Insomma, la Strafica le stava sullo stomaco ma aveva cominciato lei, guardandola con quel sorrisino di sufficienza. “Ma guardati”, le diceva quel sorriso, “ma non ti vergogni di andare in giro così conciata ?”. La Strafica guardava tutti con sufficienza, soprattutto l’uomo con la ferita sul collo, che adesso le si era avvicinato con la mano insanguinata. Il rumore del traffico aveva coperto la sua voce e lei non aveva sentito cosa l’uomo avesse detto alla Strafica : qualunque cosa fosse, però, lei l’aveva presa molto male e si era messa a urlare. Ma guarda che stronza, pensò la ragazza quando vide la Strafica cominciare a colpire l’uomo con quella borsetta che doveva costare metà dello stipendio al nero che le dava il padrone della tavola calda. Ebbe paura che l’uomo diventasse violento, ma si accorse subito che piuttosto sembrava caduto in una sorta di catalessi. Era come se non fosse più lì, era innocuo e la Strafica non poteva non essersene accorta ma continuava a colpirlo sul petto con quella sua borsetta del cazzo. E’ proprio una stronza, pensò la ragazza, e si mise decisamente in mezzo ai due beccandosi pure qualche borsettata dalla Strafica, alle quali rispose con un “vaffanculo, stronza” che fece sussultare la signora Ines, vaffanculo anche a lei. Si tirò dietro l’uomo e si diresse verso la farmacia più vicina, sperando che fosse già aperta. L’uomo non opponeva resistenza, si limitava a muovere i piedi meccanicamente, sempre senza mollare per un solo attimo le sue buste di plastica. La ragazza cercava di non pensare al sangue sulla mano che stava stringendo, alle possibili malattie che quel sangue poteva trasmetterle. Cercava solo di pensare che stava facendo il suo dovere.
L’uomo le parlò all’improvviso, e nella sua voce non c’era paura né sorpresa. “Dove mi sta portando, signorina ?”, le chiese con un sorriso che mostrava due file di denti guasti. Oddio, ci sta provando con me ? si chiese la ragazza, e quasi le venne da ridere per l’assurdità della situazione nella quale si era cacciata. “Qui vicino, in farmacia”, gli rispose, “così può farsi medicare quel taglietto”. Sentì dietro di sé l’autobus che arrivava e per un attimo pensò che il padrone l’avrebbe certamente rimproverata per il ritardo. Poi, stringendosi nelle spalle, continuò a camminare verso la farmacia.

Tutti i diritti dell’opera che avete appena letto appartengono ad Antonio Cotroneo

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