L’ultimo

di Mauro Mirci

Sei tutto ricompreso nella tua solitudine stinta, inaridita, mentre rimesti con un dito una goccia d’acqua sulla vitrea superficie del tavolo e disegni ghirigori minimalistici.
Il tuo campo visivo è limitato alla parete verde marcio che hai di fronte, movimentata solo dalle macchie d’umido e dai graffi impressi nell’intonaco.
Sai che hai commesso un errore a venire qua, ma volevi sentire la gente, la vita che scorre, anche se devi accontentarti di raccoglierne l’eco riflessa sulla parete verde marcio di un locale della metropolitana aperto tutta la notte. Vorresti, ma eviti di guardare i pochi avventori che stanno alle tue spalle, perché hai paura che qualcuno di loro possa riconoscerti per quello che sei. Ma sai che potrebbero riconoscerti, o almeno sospettare, pur senza guardarti negli occhi, anche solo per quell’insistito ignorarli, e allora anche non rivolgere lo sguardo verso quella gente è un errore che potrebbe costarti caro.
La tua sopravvivenza dipende dall’isolamento che sei riuscito a importi, razzolando ai margini della società, piluccandone le briciole, nascondendoti dietro ogni angolo.
Stasera no, però. Hai fame di vita normale e sei venuto a cercarla in questo locale malfamato perché oggi non sei riuscito a sopportare il solito odore di fumo e di scarpe vecchie della tua camera ammobiliata.
T’accendi una sigaretta e sbuffi il fumo verso la parete, voluttuosamente, assaporandolo mentre ti rotola in bocca prima d’uscire lento attraverso le labbra, come se nel luogo in cui ti trovi avesse un sapore diverso da quello secco e amaro che biascichi annoiato, disteso sulle coltri stazzonate del letto, aspirando lunghe boccate, controvoglia eppure ansiosamente, come se quelle volute bianche dense di nicotina potessero riempire il vuoto della tua anima.

Gente che parla, si muove, che vive. Godi a intuirla dietro di te, a origliarne i dialoghi carpiti a sprazzi. Parole diverse da quelle che ti rotolano continuamente in mente. Voci estranee. Nuove. L’aroma amarognolo della birra che solletica il palato, l’odore intenso, acidulo ma dolce, del locale.
Non può essere un piacere duraturo. Rubare frammenti di quotidianità e fuggire via è la tua condanna. Bevi veloce l’ultimo dito di birra dal boccale che la cameriera dal volto inespressivo ti ha poggiato davanti, da cui sono colate le gocce di condensa che ora schiacci e spandi sul piano del tavolo. Finisci la sigaretta. Schiacci la cicca nel posacenere.
Pochi minuti ancora, ti dici, poi mi alzo e vado via, ma non riesci a separarti da quella parvenza di vita normale, pateticamente simile a quella che conducevi prima, quando tu e i tuoi simili potevate incontrarvi senza timore di essere scoperti. Quando non eri uno degli ultimi rappresentanti – forse l’ultimo – di una razza inconsapevole della sua fine prossima.
Poi hanno cominciato a cercarvi, trovandovi uno a uno.
Pochi, e poi sempre meno. Notturni, fragili, vulnerabili.
Sulla lastra di vetro del tavolo osservi il riflesso del tuo volto pallido, gli occhi cerchiati di nero, i capelli scarmigliati. Ti rendi conto di quanto sei visibile seduto solo a questo tavolo. Loro sono bravi. Sembrano uguali a te, ma sanno cogliere al primo colpo d’occhio gli indizi che vi fanno diversi. Ogni atteggiamento è rivelatore, ogni sguardo, ogni postura, anche quella che prima hai assunto per rovesciarti in gola l’ultimo dito di birra e fuggire da quel posto.
Cominci a sentire occhi che ti studiano. Percepisci che i clienti abituali iniziano a chiedersi chi sia l’individuo nervoso seduto al tavolo più lontano e in penombra. Ti alzi, lasci un paio di banconote e cerchi l’uscita con gli occhi. Vai.
Quando sei fuori, davanti alla vetrata del locale, vedi uno che ti indica mentre parla con un uomo alto, in giacca di pelle nera.
Cominci a correre senza più guardarti indietro, cercando di sfruttare il piccolo vantaggio che hai su di lui, anche se hai visto che è robusto e ha gambe lunghe, più lunghe delle tue leve gracili, indebolite dall’immobilità cui le ha costrette una vita reclusa.
Scendi due alla volta i gradini di una scala di servizio che porta sempre più giù nella rete della metropolitana, quasi che le viscere della terra potessero darti ricetto, accoglierti, nasconderti, strapparti al cacciatore.
S’avvicina, lo sai. Il tuo ansimare faticoso ti assorda, ma senti ugualmente passi rapidi alle tue spalle, leggeri e letali, vicini, ora più vicini, ora sovrastano il battito prepotente del tuo cuore che sembra chiuderti la gola, che ti martella le orecchie.
Non hai più fiato, ma non permetti alla gambe di fermarsi, le costringi a sospingerti avanti, ancora un metro, ancora uno.
Poi le tue caviglie cedono e rotoli a terra. Un urlo forte e stridulo ti esce dalla gola, bagnato di pianto e rabbia insieme, di terrore, stupore e disperazione.
Rimani accovacciato aspirando grosse boccate d’aria, cercando di vedere oltre la coltre di lacrime che ti vela gli occhi. Lui è su di te.
— Era parecchio che non vedevo uno di voi. — ti dice.
Non riesci a rispondergli, troppo ansiosi d’ossigeno i tuoi polmoni. Eppure potresti insultarlo, aggredirlo, sputargli addosso: ormai non hai più nulla da perdere. Potresti lottare, difendere fino all’ultimo la dignità della tua razza scomparsa, dimostrargli che hanno prevalso solo perché erano più crudeli di voi, più numerosi e cinici.
Ma preferisci rimanere rannicchiato per terra, inerme e rassegnato, evitando di guardarlo.
— Quasi pensavo che non esistessero più esseri come te. Ma eccoti qua — Attende una risposta, è chiaro. Sembra innervosirsi. Intuisci che il tuo silenzio lo infastidisce. Forse vorrebbe che tu piangessi, implorassi pietà. E forse desidererebbe fingere un’improvvisa clemenza, abbozzare un sorriso compiacente – e compiaciuto -, decidendo il modo migliore per nutrire la tua illusione di sopravvivenza prima di affondare il colpo mortale.
Forse lui desidera tutto questo. Invece tu serri le labbra e decidi che quella sarà la tua unica reazione.
— Non parli? — ti urla in un orecchio dopo essersi chinato su di te. Quell’urlo ti fa sobbalzare terrorizzato, ma serri le labbra ancora di più.
— Quando l’ultimo di voi sarà scomparso faremo una gran festa — sussurra. — Ci ubriacheremo alla vostra memoria. Ci riusciremo, stai sicuro, a stanarvi dal buio della notte e dai vostri tuguri dove trascorrete il tempo a masticarvi l’anima per la paura. Tutti, vi avremo tutti. Tornerete a essere una leggenda che sbiadirà ogni giorno di più. Una favola che nessuno vorrà più sentire.
L’alito ritmato della sua voce ti sfiora il volto, quasi ti compiaci del senso di pace che ti trasmette. Sorridi. Pensi che, dopotutto, non è terribile come l’immaginavi.
Anche lui sorride, ed il dischiudersi delle labbra mostra i denti candidi, luminosi come un filo di perle.
Pensi che finalmente potrai smettere di nasconderti. Forse sei proprio tu l’ultimo. E non riesci a smettere di sorridere.

***
Nel locale la cameriera dal volto inespressivo raccoglie il boccale vuoto e le banconote. Pulisce il posacenere. Poi passa un panno umido sul tavolo e cancella i segni senza senso che lo macchiano. Di lui non resta traccia.

Immagini
“Uomo al bar”, di Michele Petrucci
tratta da
http://michelepetrucci.blogspot.com/2010/01/uomo-al-bar.html
“Uomo che corre”, di Kazimir Malevich
tratta da:
http://www.rositour.it/Arte/Malevich%20Kazimir/Uomo%20che%20corre.jpg

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2 risposte a L’ultimo

  1. ozarzand dice:

    bellissimo.

  2. mauromirci dice:

    Grazie, Francesco.

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