Tra non molto

L’IMPAVIDA EROINA ECCETERA
(continuazione)

— Lei è una privilegiata — disse l’uomo. Sorseggiò il caffè. — E anch’io.
— Me lo hanno regalato — disse lei. Lui la fissò incuriosito.
— Lavoro nella casa di un colonnello di artiglieria. Conti, non so se lo conosce.
— Conti? No, non lo conosco. Ma ero solo caporale, non frequentavo gli ufficiali. Solo qualche subalterno.
— Beva.
Lui bevve.
— Buono.
Erano seduti: lui sulla poltrona, lei su una delle sedie. Stettero a fissarsi per un tempo indefinito, in silenzio. Per la prima volta, dopo molto tempo, l’uomo non provò il desiderio di nascondere il volto a uno sguardo estraneo.

— Non prova disgusto? Io stesso ho ribrezzo di questa faccia.
— Lei si vede peggio di com’è davvero. Forse perché non ha uno specchio.
— È perché vedevo ogni giorno questa faccia che non ho uno specchio. E poi come fa a sapere che non ne ho uno nell’altra stanza?
— Ho indovinato, allora.
L’uomo rise.
— Lei è intelligente, mi estorce piccole confessioni fingendo di sapere tutto.
— Ho imparato a conoscere gli uomini. Bisogna prendervi così, coll’inganno.
— È troppo giovane per dire di conoscere gli uomini.
— Sono sposata. Mio marito è in Russia, ogni tanto mi scrive. E poi la casa del colonnello è sempre piena di ufficiali che si vantano e parlano di questo e di quello, ognuno nasconde le sue debolezze dietro grandi parole e le imprese del suo reparto.
— Le faccio pena?
— Pena? No, lei non può farmi pena: è il mio eroe, l’ha dimenticato?
L’uomo fissò il bicchiere che teneva in mano, poi lo posò sul piatto.
— Non so se avrei veramente sparato.
— Quell’uomo ha creduto di sì.
— Lei avrebbe voluto che gli sparassi?
— Avrei voluto solo che andasse via. Ed è andato via.
— Ma avrebbe voluto vederlo morto o no?
— Non lo so. Non ho avuto il tempo di pensare a quello che volevo, avevo troppa paura. Forse sì: avrei voluto vederlo morto.
Tacquero.
— Come mai ha una rivoltella? — disse la donna.
— Per salvare giovani donne in difficoltà.
— Però non è sicuro di volerla usare.
— No.

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