Audie Murphy. All’inferno e ritorno.

di Mauro Mirci


Il peggiore approccio al romanzo autobiografico di Audie Murphy consisterebbe nel vedere prima il film che ne è stato tratto. Film, peraltro, che vede Murphy protagonista nella parte di sé stesso, e quindi teoricamente accreditato – solo teoricamente – di un’alta fedeltà al testo letterario. Viceversa, come quasi sempre accade, il romanzo di Murphy è una narrazione dura e realistica dei fatti di guerra, mentre il film “con” Murphy, pur rispettando il canovaccio disegnato dal libro, risulta un polpettone insopportabile, zeppo di retorica, frasi epocali, gesti eroici in scene assolutamente improbabili, operazioni militari descritte in maniera abbastanza superficiale. Nulla a che vedere con film meno datati (Salvate il soldato Ryan, per esempio), altrettanto retorici nello sviluppo narrativo ma stupefacenti e realistici nelle scene di combattimento.
Ma non si vuole, qui, fare apologia delle mattanze cinematografiche e, del resto, si voleva parlare del romanzo, non certo di un film discutibile e, giustamente, dimenticato persino dalla tristi programmazioni televisive d’estate.
Il romanzo è del 1955, pubblicato  da un Murphy appena trentunenne. E’ il racconto scarno e immediato di tre  anni vissuti pericolosamente, dal luglio 1943 all’aprile 1945. Ossia dallo sbarco in Sicilia ai combattimenti nelle campagne alsaziane poco prima della caduta di Berlino. Inizia con una scena che dà subito la misura dello stile con il quale sarà sviluppato poi tutto il testo.
“Su un’altura a poche centinaia di metri dagli approdi delle forze d’invasione in Sicilia, un soldato è seduto su una roccia. Si è tolto l’elmetto; e il sole rovente brilla tra i suoi capelli color rame. Con la manica della camicia si asciuga il sudore dal viso; poi, col mento nella mano, si china in avanti sopra pensiero.”
L’immagine è immediata, quasi cinematografica. S’immagina l’espressione affaticata del viso, anche se non è descritta.
E, per tutte le sue 327 pagine dell’edizione economica Longanesi del 1965 tradotta da Gilberto Forti, lire 350, lo stile della scrittura si mantiene asciutto, senza fronzoli, talvolta quasi tecnico nel descrivere le azioni di guerra. E’ un romanzo che parla di violenza e morte, ma non è una glorificazione né della violenza, né della morte. E’, invece, una descrizione prevalentemente in soggettiva degli avvenimento cui Murphy prese parte, inizialmente da soldato semplice per finire la guerra, poi, da tenente. E’ esplicita la volontà di raccontare, senza compiacimento, l’inferno nel quale Murphy si era avventurato, arruolandosi volontario, appena diciannovenne. La guerra è descritta senza perifrasi, con linguaggio apparentemente asettico, talvolta crudelmente autoironico e sarcastico quando i soldati, per opporsi alla terribile pressione fisica e psicologica cui sono sottoposti, si lasciano andare a scambi di battute macabre e impietose. Il messaggio che se ne ricava è netto: la vita del combattente di prima linea è fatta di fango, fatica, privazioni, dolore, terrore. Ciò che lega gli uomini in trincea e sotto il fuoco nemico è il legame spontaneo che nasce tra chi condivide la stessa esperienza. Nessun proclama, nessuna professione d’amor di patria. Solo la lealtà verso il compagno.
La trama descrive i combattimenti dopo lo sbarco in Sicilia, poi il  consolidamento e della difesa della testa di ponte ad Anzio, altra località di sbarco delle truppe alleate. Infine il trasferimento nel sud delle Francia e della faticosa avanzata verso l’Alsazia e il territorio tedesco. L’evoluzione di Murphy da recluta inesperta a veterano di provato coraggio viene descritta attraverso le relazioni coi compagni del suo plotone, che uno ad uno perderà perché caduti oppure gravemente feriti e congedati. Con l’avvicendamento dei militari del suo reparto, Murphy perde progressivamente la capacità e il desiderio di stringere rapporti umani coi compagni, che si costringe a vedere solo come unità combattenti il cui fine principale è ottenere un risultato militare. Non è cinismo: è paura di soffrire enormemente e di nuovo per la perdita di un amico.
Leggere questo romanzo vuol dire anche partecipare a questa sofferenza, alla sensazione di perdita irreparabile, ogni volta che s’incappa nella  morte o nel ferimento grave di uno dei soldati che hanno vissuto e agito nelle pagine precedenti. Si entra in empatia con Brandon, Novak, l’indiano Swope, Kerrigan, Johnson, Beltsky, Steiner e tutti gli altri. Si avverte un senso di vuoto e di ingiustizia quando li si vede colpiti e sanguinanti.
La sua biografia dice che Audie Murphy si era arruolato volontario, entusiasta di combattere contro i nazisti. Era stato rifiutato da più armi e accettato solo dalla fanteria. Dotato di mira infallibile, era intenzionato a fare carriera nell’esercito. Ma già all’inizio del secondo capitolo scrive: “La campagna di Sicilia mi ha tagliato le gambe. Ho visto la guerra come è veramente, e non mi piace.”
Verso la fine del romanzo, già promosso tenente, si chiede: “Perché non c’è qualcuno che la storia la scrive com’è veramente? Dovrebbe essere scritta in modo che tutti si facessero un’idea precisa di come vanno le cose. Vorrei che tutti potessero vedere gli uomini che strisciano nella neve come vermi, pieni di paura e di freddo, tormentati da un solo dilemma: chi ci ammazzerà prima, i kraut o il gelo?”

Insomma, si chiede Murphy, perché non c’è qualcuno che racconti l’inferno?
E, mentre l’inferno è un’esperienza totale e comune a tutti gli uomini e donne travolti dalla guerra, i pochi momenti di serenità sono del tutto personali. L’incontro con Maria e la sua famiglia è uno di questi. Grazie alla intermediazione di un mezzano Murphy porta in dono ai genitori della ragazza dei generi di conforto. In cambio loro lo ospitano a tavola. Suonano le sirene dell’allarme aereo. I genitori di Maria fuggono nel rifugio antiaereo. Murphy no, e rimane in casa, senza paura per quelle bombe che esplodono molto più lontano del solito. Maria lo raggiunge. E’ tornata perché vuole rispettare il contratto? Il testo sembra farlo intuire. Ma tutto finisce. “Sta per far giorno”, dice lei. “E tra poco ritorna mio padre.” Solo una vaga promessa di scriversi. Lui torna al suo reparto. “Mi accorgo di non averle nemmeno detto grazie.”
Poi c’è Helen Hansel, infermiera di un ospedale da campo dove Murphy viene ricoverato per la malaria. Con lei il soldato si confida. Le dice che, appena sedicenne, aveva perso la madre. Le racconta della povertà. “A casa eravamo un mucchio di ragazzi e dovevamo arrangiarci per mangiare. Così cominciai molto presto ad andare a caccia e imparai a sparare nel centro. Non potevo permettermi il lusso di sbagliare. Adesso anche questo vien buono. Certe volte avevo solo una cartuccia. Certe volte, al fronte, sogno di camminare al buio, con una pallottola sola nel fucile. I tedeschi sono intorno a me, da tutte le parti”.
Quello con Helen è poco più di uno scambio di battute e confidenze, ma è il massimo che un teatro di guerra possa offrire a un soldato di prima linea. Relazioni che nascono impreviste e sono destinate a concludersi presto e per sempre.
“Mi fa una smorfia; ed è l’ultima cosa che vedo di lei. AL fronte trapela la notizia che la zona dell’ospedale è stata bombardata e che diverse infermiere sono rimaste uccise. Provo, ma non mi riesce di sapere se Helen è tra quelle che ci hanno lasciato la pelle.”
Basta. Di Helen, Murphy non parlerà mai più.
E infine c’è il ritorno. Murphy è a Cannes, in albergo. La guerra è finita, si attende di conoscere il proprio destino. Come sarà vivere lontano dai campi di battaglia?
“Quando ero bambino, mi dicevano che la guerra lascia un marchio, sugli uomini. Anch’io porto addosso questo marchio? Questi anni di sangue e rovina mi hanno spogliato di ogni umanità? Di ogni fede?”
L’ultimo rigo.
“E alla fine, sì, alla fine, come innumerevoli altri, anch’io imparerò di nuovo a vivere.”
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