Courteline. Quelli delle mezzemaniche

di Mauro Mirci

Pochi lo ricordano, ma le mezze maniche erano dei cilindri di tela nera, fermati alle estremità da elastici, che gli impiegati indossavano sopra le maniche dei propri abiti per proteggerle dalle macchie. Si utilizzavano in tempi in cui in ufficio erano presenti pennini a inchiostro di china e tamponi. Per estensione “mezzemaniche” erano chiamati gli impiegati pubblici e, in genere, di livello modesto. George Courteline, scrittore e autore teatrale francese vissuto tra la seconda metà dell’800 e il primo trentennio del ‘900, dedica proprio agli impiegati questo romanzo, pubblicato nel 1893 col titolo “Messieures les ronds-de-cuir”, che ha un significato analogo all’italiano “mezzemaniche”. “Quelli delle mezzemaniche” vede inizialmente la luce su “L’écho de Paris” sotto forma di raccontini dedicati alla vita d’ufficio (la vie de bureau), poi ricuciti e adattati a formare sei quadri corrispondenti ad altrettanti capitolo del romanzo, ambientato in un ufficio ministeriale denominato Donazioni e Lasciti. I compiti di questo ufficio consistono, sostanzialmente nel redigere decreti di accettazione o rifiuto di donazioni allo stato. Compiti ai quali si dedica il personale (i mezze maniche), ognuno a modo proprio e secondo la propria personale visione del lavoro. Questo per dire, a grandi linee, del contenuto del romanzo che chiaramente è una descrizione parodistica e impietosa della varia umanità che popola il mondo impiegatizio. E, altrettanto chiaramente, ogni personaggio incarna uno stereotipo ben riconoscibile, a partire da Lahrier, che fa la sua comparsa sin dall’incipit, alle prese con evidenti difficoltà a giungere in ufficio in orario. Tra un contrattempo e l’altro, Lahier si ricorda che non ha ancora bevuto l’usuale caffè a colazione e “incerto tra il senso del dovere e l’amore per i propri comodi”, decide di dedicarsi una pausa pre-lavorativa a un tavolino del cafè Riche. Ma, per colmo di sfortuna, Lahier si trova così bene da essere indotto a ritardare ancora un poco il suo ingresso in ufficio. Che, quando avviene, ci dà modo di fare conoscenza con il capo ufficio, La Hourmerie. Un bell’esemplare di burocrate dedito al lavoro e al rispetto pedissequo delle regole e delle gerarchie. La Hourmerie rappresenta bene l’impiegato di livello intermedio, incaricato di mantenere ordine e disciplina nei subalterni ma privo di una reale autorità. Ogni rilievo disciplinare deve essere segnalato, infatti al direttore generale, il consigliere di stato Nègre, anch’egli rappresentazione esemplare di alto burocrate amante del quieto vivere e dedito all’arte e alla poesia. Verrebbe da dire “a tempo perso”, se non che l’impegno nelle discipline artistiche è tale da distrarlo decisamente dalla direzione dell’ufficio, che del resto non sembra presentare problemi tali da richiedere suoi interventi. Tutto procede secondo una routine consolidata e indiscussa. Ci pensa il solito Lahier a spiegare in cosa consista tale routine.

“Alcuni, i corrispondenti, scrivono lettere che non significano alcunché e altri, gli addetti di segreteria, le ricopiano. A questo punto entrano in scena i commessi d’ordine che timbrano in blu i documenti dell’incartamento, registrano le copie e spediscono il tutto a persone che non ne leggono una parola. Ecco tutto.”

Il tono di leggero disincanto del racconto di Lahier accompagna degnamente la scena durante la quale l’impiegato fa il suo racconto. Ha infatti invitato nel proprio ufficio, in orario di servizio, la sua amante con la palese intenzione di consumare un amplesso. E’ proprio la donna che gli chiede lumi sulle attività dell’ufficio Donazioni e Lasciti, incredula che gli impiegati potessero trascorrervi le giornate “a girarsi i pollici”.

La spiegazione di Lahier, che la narrazione non contraddice, rigira il coltello nella piaga dell’inutilità e del parassitismo. Il mondo esterno non riesce a penetrare nell’ufficio ministeriale, regolato da meccanismi interni accettati dai dipendenti ma incomprensibili a chi provenga dall’esterno. L’immagine complessiva è quella di una impressionante perdita di umanità a favore di prassi e usi che hanno senso solo nel groviglio di norme e regolamenti noti a pochi. Umani, molto umani, sono invece i rapporti tra i dipendenti. Il capufficio La Hourmerie vive un rapporto conflittuale con il nullafacente Lahier, senza riuscire a sottoporlo ad alcuna sanzione disciplinare per l’opposizione del direttore generale Nègre, che non gradisce turbative alla serenità forzata dell’ufficio da lui diretto. Chavarax è venale e ambizioso e dedica buona parte delle sue giornate a stilare schemi nei quali, simulando morti di colleghi, pensionamenti e licenziamenti, giunge a calcolare con esattezza i suoi aumenti retributivi e gli avanzamenti di carriera. L’anziano Van der Hogen mantiene la propria famiglia con uno stipendio modesto; è tanto desideroso di un’onoreficenza da rinunciare, per la croce di Cavaliere della Legion d’Onore, a un sostanzioso aumento di emolumenti. E’ zelante Van der Hogen, adoratore della divinità cartacea, immerso negli scartafacci polverosi a ricostruire fatti dimenticati da tutti e interessanti per nessuno. Capace, con il giusto impegno, di dedicarsi alla ricerca di pratiche complicate e controverse per poi smembrarle e disperderle senza che sia possibile ritrovarle più. Nella laboriosa foga della sua opera, mette mano anche sulla pratica del lascito Quibolle (un lascito consistente in un binocolo da marina e due candelabri), in discussione per un conflitto tra due esponenti politici, ognuno dei quali ben intenzionato a far pressioni purché ogni decisione in merito al lascito fosse opposta a quella suggerita dell’altro. Ebbene, Van der Hogen mette mano all’incartamento del lascito Quibolle.

“Saltargli addosso, impadronirsene come di una preda e portarselo nella tana fu per lui un affare di un minuto. Compiuta all’insaputa di tutti, l’operazione riuscì a meraviglia e un’ora dopo, non due ma una!, la questione era risolta. Tra le mani scosse dallo zelo del terribile Van der Hogen, uno dopo l’altro i documenti dell’incartamento se ne erano andati, Dio solo sa dove, a vedere se la primavera arrivava: alcuni scaraventati in provincia come complementi di informazioni, altri finiti per errore tra le pagine di pratiche diverse.”

Se qualcuno trovasse irrealistica questa svolta narrativa, è segno che non ha mai lavorato in un ufficio e non ha alcuna esperienza della straordinaria proprietà di pratiche e documenti di svanire senza apparente motivo, violando le leggi fisiche che usualmente sembrerebbero non consentire la scomparsa nel nulla della materia.

Il lascito Quibolle ricorre sovente nel romanzo, filo conduttore dell’inutilità dell’istituzione e dell’inettitudine dei suoi impiegati. Al lascito Quibolle è legata la breve odissea del conservatore del museo di Vanne-en-Brasse, alla ricerca del funzionario che si occupa della pratica. Un viaggio surreale nel quale l’uomo perde cognizione del tempo e degli spazi e unicamente dopo lungo peregrinare, accompagnato da Chavarax, giunge nell’ufficio del capufficio La Hourmerie solo per trovarvi il cadavere ancora caldo.

Fa il suo ingresso, nella trama della commedia, la tragedia. Tragedia prevedibile. L’assassino, Letondu, è un impiegato che ha dato più volte segni di squilibrio mentale. Chiuso nel suo ufficio, mentre si abbandona a comportamenti antisociali e aggressivi, accompagna lunghi monologhi ad alta voce e privi di senso ad esercizi fisici sempre più faticosi e pericolosi. Convinto, infatti, dell’antico motto mens sana in corpore sano, s’impegna in allenamenti faticosi e addirittura, improvvisandosi discobolo, porta in ufficio una ruota di vagoncino, che si esercita a lanciare contro la porta con prevedibili e devastanti risultati. Preso, poi, da un’insana iperattività, inizia a prelevare pratiche dalle scrivanie altrui, per ricopiare documenti con alacrità ma scarsa accuratezza. Un tour de force privo di senso, ma che non manca di illustrare, con giusta dose d’ironia, come del resto sia privo di senso anche un lavoro “ben fatto”, consistente, come ha spiegato Lahier, nella scrittura e copiatura di documenti da spedire a gente che non li leggerà. Ma La Hourmerie, diligente e zelante capufficio, non è capace di ammettere che la devianza di Letondu non cambierà di una virgola l’ineffabile tran tran dell’ufficio Donazioni e Lasciti e trova il coraggio di contestare all’invasato l’irregolarità del suo comportamento. Coraggio che, come abbiamo visto, pagherà con la vita, accoltellato al petto.

Nè la storia avrebbe potuto avere altra conclusione. In un sistema inesorabilmente votato a girare a vuoto, è fatale che se vittima dev’esserci, essa sia impersonata da chi nel sistema crede ciecamente e si vota alla sua difesa. La Hourmerie aveva tentato di fermate Letondu, arrivando persino a suggerirne il licenziamento al direttore generale Nègre. Suggerimento che non poteva essere accolto, in quanto contrario alla convinzione di Nègre in base alla quale, per mantenere il quieto vivere, è sufficiente non far nulla. Nulla cambiare e in nulla interferire sulle abitudini quotidiane. Non gli si può dar torto, poiché il povero La Hourmerie è morto proprio per aver tentato di andar contro questa regola aurea.

Sarà proprio Nègre a recitare l’orazione funebre di La Hourmerie. Nègre è un ottimo oratore, capace di pronunciare sontuose banalità e di parlare elegantemente a lungo senza dire nulla.

“Solo al cimitero direttore primeggiò grazie all’abilità nel saper dire, come nessun altro, cose che non significavano nulla”.

E, più avanti:

“Era una cosa graziosa: veniva la voglia di seppellire il proprio padre solo per il piacere di sentire quell’orazione funebre”.

Leggendo Courteline si apprezza il piglio ferocemente ironico dell’autore e la contemporaneità del tema. Il libro non è facilmente reperibile, ma online se ne trovano copie anche a buon mercato. Da leggere soprattutto se si è impiegati pubblici con un po’ di autoironia e ancora in possesso di un sano senso di autocritica. Chi non fa un mestiere del genere, però, non dovrebbe leggerlo. Non farebbe che alimentare le proprie convinzioni e i soliti luoghi comuni sugli impiegati fannulloni e assenteisti. Ecco, non è quello il senso del romanzo. E’ invece una severa critica a un certo modo di gestire la cosa pubblica che, fatalmente genera riti e usi privi di senso e di contenuto, completamenti slegati da un fine pratico. Insomma, è una critica all’astrazione della burocrazia e alle mostruosità che può partorire.

Scrive Paolo Comolli nella prefazione al libro:

“Il collegio, il servizio militare, l’impiego nell’amministrazione statale, sono tre microcosmi che hanno in comune la disciplina, la gerarchia, il potere, il formalismo, la burocrazia; elementi verso cui il giovane Courteline manifesta più volte avversione e insofferenza, temi che egli riversa nei sui racconti e nelle sue commedie, dove l’intolleranza e il disagio si tramutano in sorriso divertito, anche se amaro in lucida ironia, in cinica farsa.”

Meglio non avrei saputo scrivere.

[Letto nell’edizione de La Spiga, Firenze, 1995. Tradotta e curata da Monica Garbarini;  XVII + 128 pp. ISBN 88-7100-811-1. Con nota biografica e prefazione di Paolo Comolli]

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