LA SICILIA SEDUCENTE E TRUCE DI VITO CATALANO

di Enzo Barnabà

Vito Catalano ha appena pubblicato il suo quinto romanzo (“Il Conte di Racalmuto”, Vallecchi, 2021) ispirato a una fosca vicenda di quattrocento anni fa che resta viva nella memoria del paese in cui avvenne. Quando era ragazzino e passava le estati nella casa di campagna del nonno materno Leonardo Sciascia, l’anziano vicino Nicuzzu gliene parlava con indignazione non sopita dai secoli. Il nonno, a sua volta, ne aveva accennato nelle “Parrocchie di Regalpetra” (Regalpetra = Racalmuto) e nella “Morte dell’inquisitore”, che narra dell’assassinio di quest’ultimo avvenuto nel 1657 per mano di un frate agostiniano racalmutese.
Il conte del romanzo, Girolamo del Carretto, viene invece assassinato (qualche anno prima, nel 1622) da un suo servo, Antonio Di Vita. A Vito Catalano – che scrive, abitando in Polonia, di una terra alla quale un non reciso cordone ombelicale lo tiene saldamente legato – non interessa effettuare indagini storiografiche (il ruolo svolto nella vicenda dal conflitto in corso tra il conte e il comune che cercava di affrancarsi dai diritti feudali, per esempio); i fatti di cui è a conoscenza mettono in moto la sua creatività unitamente ai suoi gusti letterari. Chi ha letto i precedenti libri ne conosce la passione per i romanzi di cappa e spada ed i thriller. Ed eccolo scatenarsi, inanellare, una dopo l’altra, pagine avvincenti che trasudano di amori, di tradimenti e di sangue. Dumas (una della letture preferite di Vito) non è lontano. La cosa non può stupire se si pensa, per esempio, che, per Umberto Eco, i “Beati Paoli”, il classico della letteratura popolare siciliana, altro in buona sostanza non sono che un remake dei “Tre Moschettieri” in salsa isolana.
Qui, però, c’è sullo sfondo anche l’amatissimo (dal nonno e probabilmente anche dal nipote) Alessandro Manzoni con don Rodrigo, i bravi, Renzo, Lucia e fra Cristoforo. Il conte siciliano, brutale e ingordo di donne, di potere e di denaro, può far pensare al coevo signorotto lombardo, ma il frate agostiniano racalmutese, cui il giovane perseguitato chiede consiglio, è lontano mille miglia dal corrispondente manzoniano, visto che arma la mano della vittima inducendolo all’omicidio. È un religioso ben poco religioso, figlio di una terra in cui, come pensava Leonardo Sciascia, il cristianesimo è molta forma e poca sostanza. Dal suo convento qualche anno dopo passerà, d’altronde, il frate che ucciderà l’inquisitore.
Se la società siciliana che vien fuori dal romanzo è cupa, truce e presumibilmente irredimibile, la natura della tarda primavera isolana (la trama si svolge nei mesi di aprile e maggio) è piena di colori, di odori e di suoni che la rendono idilliaca e seducente. E forse anche emozionante, se la si scruta dall’Europa centrale.
Un personaggio estraneo alla vicenda storica, ma centrale in quella del romanzo è Pietro D’Asaro, il sorprendente pittore racalmutese privo di un occhio. Un omaggio al paese agrigentino, ma anche a nonno Leonardo che lo valorizzò e che come pochi altri seppe navigare nel grande e poco solcato mare della pittura siciliana.

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