Le meravigliose avventure di Cervantes e Veneziano, secondo Francesco Randazzo

di Mauro Mirci

“Cervantes si trovava prigioniero in Algeri già da tre anni”. Sono parole di Leonardo Sciascia tratte da “Vita di Antonio Veneziano”, saggio storico inserito ne “La corda pazza”. Avrebbero potuto appartenere all’incipit de “I duellanti di Algeri”. Poi c’è il cimitero dei libri dimenticati, di Carlos Ruiz Zafon. Poi il Don Chisciotte di Cervantes, ma pare ovvio! E l’Odissea, perché no?
Sono molti gli spunti colti che Francesco Randazzo addomestica e riunisce per comporre questo suo romanzo breve e intenso, opera che viene dopo altre, numerose, di poesia, teatro e narrativa, tutte di stile raffinato e fuori dagli schemi, coerenti con le scelte stilistiche di questo autore, siciliano della diaspora, siracusano di nascita, sempre altrove per scelta e necessità.
Nelle carceri di Algeri, nella stessa cella, due uomini d’armi e di lettere condividono privazioni e disagi. Don Miguel de Cervantes, offeso nella mano ma di spirito indomito; Antonio Veneziano, da Monreale, poeta e attaccabrighe, in ismanie d’amore per la lontana Eufemia. I due uomini ingannano la noia della prigionia sfidandosi in duelli verbali e poetici. Nel frattempo il vicerè Hassan, “il crudele Hassan”, li spia e sospetta trame in realtà inesistenti. Ha chiesto a Cervantes un libro su di sé, “che esaltasse la sua vita e le sue imprese”. Lo alletta l’idea di un cristiano stimato in patria che “scrivesse la sua apologia”. Ma Cervantes prende tempo, accampa scuse, non scrive nulla. E mentre i due cristiani discutono in cella delle poesie che Veneziano compone, per celia, per l’amata Eufemia – che diviene, ineluttabilmente, la Celia declamata nei versi –, “il crudele Hassan” decide di farli spiare da un cristiano convertito, Barrigòn, uomo semplice e suggestionabile. Piuttosto che separarsi dalle sue amate pecore, catturate in Andalusia dai pirati barbareschi, aveva preferito darsi prigioniero assieme a esse. Continue reading