Ciò che so di Anna Setari


Non so nulla di Anna Setari, eppure la conosco. Anna Setari è una mia amica, ma non l’ho mai conosciuta di persona. Ci “frequentiamo” da alcuni mesi e ancora, quando la leggo, mi stupisco di averla incontrata in un blog. Più che da un blog, sembra uscita da un’antologia, dal più amato tra i libri dei poeti che amo.

Ha al suo attivo una sola raccolta di versi pubblicata (oltre – è lecito supporre – a una gran quantità di materiale inedito): una pubblicazione con cui è stata premiata come vincitrice di un importante concorso letterario. Questo è quanto so della sua “carriera letteraria”, a cui, semplicemente, lei sembra aver voluto rinunciare. Poco o nulla mi racconta di sé, della sua vita, nelle e-mail che di tanto in tanto mi scrive. Eppure mi sembra di sapere tutto di lei, grazie al diario in versi che leggo ogni giorno nel suo blog. La sua poesia non indulge all’intimismo e non è autobiografica in senso stretto; ciononostante, mi sembra che la persona, questa donna straordinariamente colta, sensibile, ironica, sia tutta nei suoi versi. Anna Setari, semplicemente, non ha bisogno di svelarsi, né di celarsi e travestirsi nei versi: obbedisce a una sua incoercibile vocazione, e canta. Canta come respira, e non può non respirare. Nessuna urgenza di raccontarsi, nessuna contorsione auto-analitica né effusione sentimentale; eppure Anna riesce a trasfondersi interamente nei suoi versi, fino a diventare quei versi stessi. E’ una specie di transustanziazione, resa possibile da una straordinaria capacità di inglobare e riscattare qualsiasi riflessione, qualsiasi avvenimento, anche il più insignificante e quotidiano, nel duttile tessuto dei versi.

I versi di Anna, anche quelli all’apparenza dimessi, che scelgono il “tono minore” per riferire di minuti malumori, o di crepuscolari malinconie, rivelano una sapienza compositiva fuori dal comune. E anche quando si dipanano in agili fraseggi colloquiali, non mancano mai di riportarsi a quote alte con un colpo d’ala. Raffinata e affabile, colta e antiletteraria, tecnicamente molto sorvegliata ma disinvolta nei toni e nella scelta dei temi, la poesia di Anna Setari rovista in ogni angolo della realtà, ma non rinuncia a una sua nobiltà d’origine, alla grande tradizione letteraria nel cui solco, con giusta fierezza, sembra volersi collocare.

Poesie di Anna Setari possono essere lette nell’unico contesto in cui l’autrice le rende disponibili: http://secondariamente.splinder.com.
(Giovanni Monasteri)

primo

procedere cancellando
lasciare dei quaderni le copertine
soltanto
arrivare prosciugati
alla fine – sparire
senza un troppo lungo marcire
tra polvere e ruine

secondo

abbandonare la carta
scrivere senza la traccia
della mano sul foglio
senza lo sbaffo dell’inchiostro
che macchia la parola
e le dita
senza fare le orecchie
alla pagina
abituarsi a perdere il corpo

treno

Ci svegliamo infine – ed è l’alba
d’un inverno che appanna i vetri
o n’è appannato forse. Passano
capannoni abbandonati, campi
di cui non si capisce il frutto,
lo sferragliare breve e ripetuto
di ponti su invisibili fossati,
pali che spariscono come lampi.
Non deve mancar molto alla stazione.
C’è chi dorme ancora, chi è già sceso
in precedenti scali, chi da poco
è salito – e chi sta nel corridoio
a fumare, le spalle contro il vetro
che riflette il mio viso sgualcito.
Si capisce che non vuol parlare.

nella Cappella degli Scrovegni

Sotto il giudizio universale
oltre il taglio di luce della porta
come miti custodi ve ne state.
Tutta la storia intorno – nascite
e morti, e tavole imbandite
e concitazione di discorsi
e notturno balenìo di lame –
la passione – l’inferno
il paradiso – la famiglia – tutto
dispiegato e concluso nel giro
dell’affresco, azzurro come questo
nostro pianeta che dal cielo pare
cielo o bolla di sapone lieta.
E voi, piccoli e quasi vergognosi,
dubitando ch’io vi riconosca,
nulla dite, e pur so che un poco
forse sorridete, lì, nell’ombra
dell’antico inferno che si scrosta.

un quadro di Caravaggio

Non meno sgomento della vittima,
il carnefice, isolato, sembra
sopraffatto dall’evento – in mano
ha l’arma ormai inutile strumento,
spento, come già lui è dannato.
Fissata da una lama di luce, lei
contro il fondo oscuro già non è
che biacca, corpo che si fa pietra
calcinata e sepolcrale tufo,
terra – e guarda là dov’è colpita
stupita che sia questo la morte –
tanto incommensurabile è l’evento
rispetto alla minuscola ferita
e all’ira stessa – così come al rosso
vestito della vita che ancora
contro il vuoto ed il buio, stringe
da vicino chi uccide e chi muore.

visita mattutina

Attraverso chissà quali sferzate
d’acqua, ieri una scura cavalletta
è sbandata dalla sua estate
fino al tavolo della mia stanza.
Forse ve l’ha sospinta la folata
che spalancò di notte la finestra
portando odor di neve nella casa.
Salta ancora. Non pare rassegnata.

30 luglio 2004

Tra il primo e il terzo gradino
è cresciuto qualcosa che sembra
un piccolo nido di rondine
per come è cementato.
Nel mezzo si vedeva un forellino,
ma è stato da ieri otturato.
Passo con cautela, tenendolo
d’occhio, di lato –
che non mi esploda di colpo
saettando il suo drago neonato.

as you like it

La città dove vivo s’inombra
sotto basse volte di portici
ineguali e disadorni – e odora
stantìa di umidità e di guano
di colombi, di pozzi neri e d’acqua,
cheta o santa – è una pia città
di giardini, di chiostri e di orti
conclusi, invisibili – di pochi
bambini e nascosti – di antica
cultura e di arte di alti maestri
rimasti tra le sue mura foresti –
vecchio approdo di santi, è città
di studenti e di ceri, terreno
fiorente di usura, di miracoli
e di scuole di scrittura.

13 dicembre 2004

Fiume che nell’ora del tramonto mite
t’increspi, ceruleo come un mare,
tu non sai di naufragi su cui l’onda
placata infine si richiuse.
I suicidi conosci,
e i morti per fango, rivoltati
dalle case e dai letti, nel sonno,
tra i rifiuti – e dolce intanto
scendi con le liete canoe domenicali
come angeli in corsa indietro spinti.

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