Giuseppe Bascietto. Stidda

di Mauro Mirci

Nella particolare tassonomia delle mafie, quattro sono gli esemplari universalmente noti: Cosa Nostra, la Camorra, la ‘Ndrangheta e la Sacra Corona Unita. Più recentemente, grossomodo dalla metà degli anno ’80 in avanti, si è affermato un nuovo esemplare di Mafia. Nasce nell’agrigentino, per opera di Giuseppe Croce Benvenuto e Salvatore Calafato, per la precisione a Palma di Montechiaro. Ma vuole la leggenda che il nome sia legato alla patrona di Barrafranca, in provincia di Enna: la Madonna della Stella.
E appunto la Stidda (Stella) viene detta la Quinta Mafia, come recita il sottotitolo del libro del giornalista vittoriese Giuseppe Bascietto.
Ci sono due modi possibili di leggere questo libro. Mantenendo un punto di vista esterno, distaccato, senza coinvolgimento emotivo, come mera enumerazione e descrizione di fatti di cronaca siciliana.
Oppure questo libro può essere letto con la partecipazione di chi vive nei luoghi di cui si racconta, e non riuscirebbe a mantenere un atteggiamento distaccato neanche se lo volesse.

Ancora una volta tocca a un giornalista spendersi contro il silenzio che in genere accompagna i fatti di mafia, e Giuseppe Bascietto lo fa compilando un reportage dal taglio assai divulgativo, ricco di nomi di persone e luoghi. Un libro che ha il pregio di trattare aspetti poco noti delle dinamiche mafiose. O almeno, poco note al grande pubblico, mentre la provincia siciliana deve sentirsi molto vicina ai fatti descritti se – a dispetto della distribuzione fortunosa e della poca fama della casa editrice – Stidda ha ottenuto un certo successo di vendite.
In un’intervista ad Ateneonline Bascietto rivela, infatti: “Prima dell’aggressione era da quasi un anno che non scrivevo più di mafia locale, ma in quei giorni ho capito di aver toccato dei forti interessi economici. Ho scritto questo libro per riassumere il lavoro di 3 anni e per svelare un fenomeno ai più sconosciuto”.
Fa riferimento all’aggressione di cui fu oggetto, il 20 ottobre 2002, ad opera di alcuni cavaddari (proprietari di cavalli), durante un comizio del sindaco Aiello, fatto legato probabilmente alla messa in onda, da parte di Striscia la notizia, di un servizio sul palio di Vittoria e sui maltrattamenti ai cavalli durante la manifestazione. Non furono estranei ai fatti, con ogni probabilità, l’abitudine di Bascietto alla denunzia del malaffare, né la sua attività di giornalista.
Stidda non è, quindi, mera collazione di cronache mafiose, ma assume il significato di testimonianza e documentazione dell’evoluzione del fenomeno mafioso negli ultimi vent’anni. Con metodo e buona prosa, Bascietto descrive le origine della Quinta Mafia, racconta come abbia rappresentato una soluzione di continuità nelle linee dinastiche di Cosa Nostra, distinguendosi per la crudeltà dei metodi e la giovanissima età dei suoi appartenenti. E chi ha buona memoria non può avere dimenticato i boss e killer quindicenni di qualche anno fa, che ha Gela sparsero il terrore per le strade quando tentarono il “golpe” mafioso a colpi di pistola.
Ciò che è sempre difficile comprendere, nelle dinamiche mafiose, è il loro reale movente. Il libro di Bascietto è un buon esempio di come si possa documentare la ferocia dell’organizzazione mafiosa mantenendo tuttavia il distacco necessario per illustrarne le finalità. Finalità che, banalmente, si possono descrivere come la volontà di mantenere il controllo del territorio per svolgervi attività economiche proficue. In tale logica ogni ferocia risulta perfettamente incastonata in una razionale strategia del terrore tutta finalizzata a fini concreti e certi, e anche scelta di affidarsi a killer quindicenni o persino tredicenni si spiega con la considerazione – scarnamente tattica, lucidamente militare – che nessuno si attenderebbe di essere aggredito da una ragazzino.
Bascietto è abile nel condurre il lettore fino alla comprensione delle logiche che guidano l’operato mafioso, logiche che non si può che trovare coerenti e intelligenti, a patto di non interrogasi sulla liceità e moralità degli scopi.
I quattro capitoli del libro sono altrettanti dossier d’indagine giornalistica dedicati a diversi aspetti dell’espressione mafiosa. Dopo la descrizione dell’origine della Stidda, dei motivi di conflitto con Cosa Nostra, dei suoi legami con le organizzazioni mafiose lituana e albanese, Bascietto prende a illustrare le emergenze mafiose alle quali stampa e televisione, forse distratte dagli eventi dei due grandi poli economici siciliani – Palermo e Catania – dedicano poco spazio e attenzione.

Così a Enna, provincia “babba” per definizione, viene dedicato un interessante capitolo dove, mettendo sul tavolo della discussione la indiscutibile povertà del comprensorio e l’altrettanto indiscutibile interesse manifestato dalla mafia, si conclude che il territorio sembra essere “naturalmente vocato” allo smaltimento illecito di rifiuti e a fungere da polo di smistamento degli stupefacenti.
Gela sembra destare l’interesse mafioso per l’appetibilità delle attività economiche correlate al polo petrolchimico, tanto essenziale per la sopravvivenza di un’intero comprensorio che la popolazione sembra rassegnata a convivere con una delle percentuali di tumore tra le più alte d’Italia. E il petrolio si trasforma in un fattore di arretratezza, anziché di sviluppo, quando lo sviluppo industriale non si accompagna al cambiamento culturale di un popolo che, legato alla terra, si trova d’improvviso ciminiere e condotte là dove prima si raccoglieva il cotone. Una brusca frattura col passato che genera una città senza più legami con la propria storia e le proprie tradizioni, involuta attorno ai fumi e alle commesse di un impianto che alimenta un mercato del lavoro sempre più asfittico.

Infine, il capitolo dedicato a Vittoria, città natale di Bascietto, è naturalmente il più ampio e argomentato.
Così esordisce l’autore: “Fuori dalla Sicilia si sa ben poco di Vittoria città delle primizie, di fontane della pace e di chioschi delle stragi. Di morti ammazzati e di prepotenze ai danni della povera gente. A Vittoria l’emergenza non esiste. La mattanza è norma. Oltre cento morti ammazzati tra il 1989 e il 1992. Milletrecento arresti per mafia negli ultimi anni che, tradotto in cifre, significa un carcerato o un inquisito ogni 120 abitanti. Cinquecento persone considerate dagli investigatori appartenenti alle bande criminali.”
L’area di Vittoria, ricca di aziende agricole floride, sembra essere il luogo meno favorevole all’instaurarsi del regime mafioso.
“California siciliana, ricca e progressista. Provincia babba, poco furba (cioè senza tradizioni criminali, senza Cosa Nostra)… Qui, nella Vittoria ricca e comunista, insieme agli oltre cento morti ammazzati, muiono due luoghi comuni: che la mafia cresca in aree povere e che si sviluppi esclusivamente all’ombra della DC.”

Giuseppe Bascietto. Stidda. Ed. Pitti, Palermo. Pp. 176, € 12,00

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