Il cordless

di Anna Setari

Entrò nell’ospizio il giorno dopo Santo Stefano.
Era stata lei a decidere di andarci. I figli avrebbero voluto metterle una badante in casa, ma lei, in casa sua, a contrastarla nelle sue abitudini, a trattarla come una bambina, magari anche frugare tra le sue cose, non voleva nessuno.
“Meglio l’ospizio”, aveva detto.
“Sarà come stare in una pensione, dopotutto…”
Fu il figlio ad accompagnarla. Con le labbra strette e la fronte corrugata. Si vedeva che si sforzava d’essere meno impaziente del solito mentre le faceva vedere il letto, il tavolo, l’armadio a lei assegnati nella camera che avrebbe condiviso con altre tre vecchie.
C’era molto più spazio di quanto si fosse figurata. Anche il tavolo era abbastanza grande, dopotutto, anche se sacrificato in un angolo cieco: c’era spazio per farci i solitari e poteva disporci anche con comodo i suoi quaderni. Come a casa. Quasi.

Da quando la memoria aveva cominciato a farle scherzi, aveva preso l’abitudine di scrivere su un quaderno i nomi delle persone – del medico, per esempio, o di certe ragazze che erano venute talvolta a farle alcuni servizi, o il nome di alcune vicine, che conosceva da anni, ma che inspiegabilmente le svaniva di mente quando doveva nominarlo.

Aveva annotato anche i nomi dei nipoti che tendeva a chiamare con i nomi dei suoi figli o delle sue sorelle, a volte, combinando su in tal modo una gran pasticcio. Li aveva messi su un quaderno a parte. Per mantenere un maggiore ordine. Ma alla fine le capitava sempre di scrivere sul primo quaderno che le veniva sottomano, salvo poi ricopiare a sera, quando si ricordava, in quelli giusti. Così i quaderni si erano moltiplicati, pur contenendo però, in definitiva, più o meno le stesse cose. Fatto, questo, che la irritava, ogni volta che se ne rendeva conto, ma cui non aveva saputo opporre nessuna strategia praticabile.
Tra l’altro, aveva trascritto più volte anche il nome di certi oggetti nuovi, di cui si sforzava di tenere a mente le caratteristiche: il cellulare, per esempio, che non era mai riuscita ad usare – come del resto anche il cordless, che si scaricava sempre e non si capiva di che utilità fosse se poi bisognava tenerlo in carica tanto a lungo, ed era allora come tenere il solito telefono.
Il suo telefono vecchio era ancora appeso alla parete, vicino alla porta della cucina, come sempre era stato da quando l’aveva fatto mettere per la prima volta, negli anni Cinquanta.
Il cordless glielo aveva regalato la figlia, in una di quelle sue rare e chiassose visite che finivano sempre con una sequela di rimproveri. Per sua figlia tutto ciò che lei faceva – i suoi orari, le cose che mangiava, le medicine a cui era affezionata – tutto era sbagliato. La trattava come se avesse l’intenzione di educarla o ri-educarla, forse.
Per il trambusto che le portava in casa nell’animo, la vecchia vedeva andar via la figlia ogni volta con un sollievo pari solo all’allarme che le procurava sentire la violenta scampanellata che ne annunciava l’arrivo.
Capitava raramente, tuttavia. Perché abitava a una certa distanza e anche perché in realtà non si erano mai molto sopportate. Fin dalla nascita quella bambina aveva mostrato nei tratti qualcosa del marito. Anzi, non qualcosa, ma precisamente quegli atteggiamenti e quelle espressioni del marito che più le davano fastidio. Sempre, poi, crescendo, la figlia aveva continuato a somigliare al padre. Pignola e perfezionista, come lui. Esperta sempre di tutto. Infallibile, come lui. Gli stessi gesti. La stessa ruga sulla fronte.
Insopportabile come lui – pace all’anima sua, che se ne era andato ormai da un pezzo. Poveraccio.
Chissà poi perché lei lo aveva sposato? A novanta anni passati ancora non avrebbe saputo rispondere a questa domanda. Che fosse stato un errore, un grande errore, se ne era accorta piuttosto presto. Ma erano arrivati i bambini. Lei non aveva un diploma, un mestiere, nulla: avrebbe potuto solo arrangiarsi con cosette da poco. Sì, certo, non aveva avuto il coraggio di separarsi. Non era tanto comune, allora, farlo. Occorreva sul serio coraggio. Lei non l’aveva avuto. Aveva sbagliato. Era stato il suo secondo errore, forse.
D’altra parte il marito non era cattivo. Era solo petulante, pesante, dispotico.
Donnaiolo, anche. Insopportabile a lei. Non un uomo davvero cattivo. Capace persino di qualche generosità. Comunque, era morto a meno di sessant’anni. Poveraccio. O fortunato, forse. Se ne era andato con una malattia breve, non dolorosa, per la quale si era intestardito a volersi operare, contro il parere del cognato medico. Era morto sotto i ferri. Senza accorgersene, e senza aver avuto il tempo di sapere che la sua idea di svegliarsi guarito in barba ai pronostici del cognato era sbagliata. Era morto senza ricevere smentite, insomma, sicuro fino all’ultimo di aver ragione, reso impermeabile per sempre ad ogni smentita da quell’anestesia destinata a proteggerlo in saecula
saeculorum…

Quando era entrata nella stanza dell’ospizio sulle prime aveva visto solo una delle sue compagne. Una donna all’apparenza più giovane di lei, non paralitica, ma come bloccata nei movimenti, col viso paonazzo affondato nelle spalle, senza collo. Se ne stava seduta sul proprio letto, senza far nulla e l’aveva guardata entrare mantenendo un atteggiamento del tutto impassibile. La vecchia l’aveva salutata, facendo l’atto di presentarsi, le aveva sorriso persino. Ma quella non aveva mutato minimamente la sua positura, né aveva risposto allo sguardo né al saluto. Come se fosse sorda, o muta. Ma non doveva essere sorda, né pareva stordita o attonita: era solo indifferente, di quell’indifferenza che a volte ostentano i parenti, quando sono ostili.
La vecchia aveva guardato il figlio con un mezzo cenno d’intesa, come per dire “Ma guarda che tipo…”, e aveva abbozzato anche un sorriso, come per farsi coraggio, e sperando di incoraggiare un sorriso di risposta del figlio. Quando lui era ragazzino, tante volte si erano lanciati simili sorrisi d’intesa. Si capivano al volo. Lei a quel tempo usava dire che non c’era nessuno che la capisse così bene e prontamente, quasi senza parole, o prima delle parole, quanto lui.
Ma questa volta il figlio, evitando il suo sguardo, aveva stretto ancor più le labbra e si era fatto più brusco, come se tutto il suo impegno si fosse all’improvviso concentrato nel vedere come sistemare la roba portata da casa.
Aveva aperto la valigia e ne stava ora estraendo gli oggetti e la biancheria.
“La sveglia, vedi? la metto qui sul comodino. Con la radiolina”
“Sì”, rispondeva lei, più con la testa che con la voce. Ubbidiente.
“E qua nel cassettino, metto le pile. Vedi?”
“Qua, nel primo cassetto ci sono le camicie da notte.”
Lei annuiva. Ma non stava attenta. Quando il figlio fosse andato via, avrebbe passato in rassegna da sola, a modo suo, le cose che lui aveva sistemato, scrivendosi poi sul quaderno il contenuto dei cassetti. Non poteva fidarsi della memoria. Ora, però, davanti a lui, non osava mettersi a scrivere, per non fargli perdere tempo e pazienza.
S’irritava, il figlio, di questi “riti”, come lui li chiamava, quando non diceva direttamente “manie”.
Quando tutto fu sistemato, il figlio la accompagnò dal capo reparto.
Fu solo allora, uscendo dalla camera, che la vecchia si accorse dell’altra sua compagna di stanza: stava distesa nel letto più vicino alla porta, tutta nascosta sotto le coperte e ronfava di là una specie di sibilo o lamento.

Il capo reparto, un giovanotto dalla faccia di ragioniere, li accolse con un sorriso un po’ distaccato, freddo – forse lui lo avrebbe definito professionale, pensò la vecchia, ricordandosi subito, però, che non avrebbe potuto condividere con nessuno quel suo commento. Il figlio sembrava troppo teso per tentare un nuovo scambio di sguardi.
Dopo un po’ di informazioni sugli orari e sul resto, il ragioniere le chiese, affettando professionalmente un tono più delicato, se avesse mai usato il pannolone.
“La notte”, disse lei. “Perché di notte…” cominciò a spiegare. Ma il ragioniere la interruppe. “Di giorno – chiese – non ritiene di averne bisogno?”
Non sapeva cosa rispondere.
“Finora, no…” disse, già incerta. E aggiunse: “Perché? …Dovrei… forse?”
“No, signora! cosa dice?” esclamò il capo reparto, come se avesse sentito un vero sproposito. “Voi ospiti qui siete come a casa vostra: noi ci teniamo che ognuno mantenga le sue abitudini. Non ci sono obblighi, qui…”
Sembrava quasi che la volesse rimproverare per quei pregiudizi negativi sulla loro istituzione. “…Signora, gliel’ho chiesto giusto perché il personale, lei capirà, ha bisogno di sapere… In linea generale, noi incoraggiamo, per praticità, gli ospiti ad abituarsi al pannolone. Così poi,”concluse sorridendo, “se ne avranno bisogno, tutto viene più semplice.”
Somigliava a una madre badessa. Un ragionier-madrebadessa – si disse la vecchia cercando di sorridere tra sé, ma sentendosi in realtà un po’ allarmata. Non tanto dalle cose che quello diceva, ma appunto dal suo tono: da quella maschera di cortesia con cui quell’uomo pallido e ulceroso (tutti i pallidi, secondo lei, soffrivano di ulcera) si difendeva contro il rischio di un rapporto più umanamente amichevole – no, macché amichevole: rispettoso – sì, rispettoso – verso gli ospiti. Di rispetto si trattava,
altroché..

“È già ora di pranzo”, disse infine il caporeparto. “Cosa vuole fare? Può mangiare in camera, se preferisce. In questi primi giorni, forse è meglio, non crede?”. Di nuovo distese le labbra nel suo freddo sorriso. “C’è anche suo figlio,” aggiunse, volgendo a quest’ultimo uno sguardo come di complicità: “Se volete restare da soli, vi portano da mangiare in camera…”
“No, no,” si affrettò a rispondere lei, “vado con gli altri. Dovrò pure far conoscenza.
No?”
Il capo reparto rispose con un sorrisino, che a lei parve non privo di commiserazione, forse anche di disprezzo. Un sorrisino degno di suo marito. Come se volesse dirle: “Fa pure di testa tua, ché presto imparerai come funziona. Sei qui perché nessuno più ti può soffrire. E anche gli altri, sono qui per questo. Altro che fare amicizia…”

La sala da pranzo era allegra, con le pareti colorate di giallo, di rosso e di verde. C’erano tanti tavolinetti da quattro o anche da sei, con le loro brave tovaglie candide, ben stirate. Proprio come in quelle pensioncine familiari di montagna dove tante volte era stata d’estate con i bambini.
Anche il figlio poteva sedersi con lei in quel primo giorno, dissero le signorine addette al servizio, indicando un tavolino da quattro proprio accanto alla grande finestra che dava sul giardinetto. Le parve un tavolo carino, lieto, e si avviò verso quell’angolino quasi di buon umore, anche perché intanto le era venuto appetito.
La donna vista prima in camera era già seduta, con le spalle alla finestra e con in faccia la stessa espressione indifferente di prima. Come prima, non rispose al suo saluto quando lei si sedette, giusto di fronte a lei.
L’altro commensale, alla sua destra, era un uomo: vecchissimo, pareva, forse perché irrigidito da un Parkinson avanzatissimo. Forse volle salutare, ma il suo cenno fu infinitesimale e si capiva che non sarebbe comunque riuscito a parlare.
Venne l’inserviente a presentare la scelta del menù. Il figlio intanto cercava di distrarla da quei commensali, che chiaramente gli facevano impressione, e ai quali non sapeva relazionarsi, avrebbe detto la nuora, sua moglie, la psicologa. Ignorantella, dopotutto. Una supeficialona. Buona ragazza le era parsa, all’inizio. Almeno quello. Poi, col tempo, nemmeno più quello. Troppo superficiale per essere buona. Grandi sorrisi, e grande fretta: questa la sua ricetta per evitar conflitti. La psicologa.
Si lasciava distrarre intanto dai laconici discorsi del figlio: voleva distrarsi. Addirittura trovò buona la minestra di fagioli che venne servita. Forse perché si aspettava di peggio.
Sorrideva ogni tanto ai suoi commensali, accennava ancora a qualche tentativo di contatto chiedendo il permesso di prendere l’oliera, o il sale. Ma quelli niente: difendevano gelosamente il loro diritto alla solitudine.
A un certo punto la donna dal viso paonazzo ebbe un attacco di tosse che quasi soffocava. Forse qualcosa le era andato per traverso. Si fece ancora più paonazza, quasi cianotica e sputò in giro, quasi vomitò nel piatto e sul tovagliolo quel po’ di minestra o pane masticato che aveva in bocca.
La vecchia si mosse, tentò persino d’alzarsi, per come poteva, per aiutarla. Ma accorsero le inservienti e in breve l’attacco passò. La donna si ricompose tornando alla sua impassibilità.
“Tutto bene, ora?” azzardò lei.
La donna riprese a mangiare, con lentezza e qualche difficoltà nel trangugiare, senza alzare lo sguardo.

Il figlio tornò a trovarla nel pomeriggio e restò con lei fino all’ora di cena, che venne
presto, alle cinque, come negli ospedali. Poi la riaccompagnò nella stanza.
“Ora me ne vado, ” disse. “Vedo che tutto è a posto. Hai bisogno di niente? la radiolina è qui. Qui ci sono gli auricolari. Le pile, le ho messe qui nel cassetto. Va bene?”
“Sì, sì. Va’ pure. Va tranquillo. Ora io faccio un solitario qui, ascoltando la radio, e poi mi metto a letto.” Sorrise: “Vai, vai pure. Grazie, sai?” Lui le diede un bacio sulla fronte e se ne corse via. Con sollievo probabilmente, anche se con qualche peso sul cuore. Chissà?

La vecchia fu sola, con le due impassibili compagne di stanza. Il quarto letto era vuoto.

Accese la radiolina. La vecchia paonazza, girandole la schiena guardava una sua piccola televisioncina. Con gli auricolari, per fortuna.
A casa la vecchia era abituata ad andare a letto tardi la sera. Anche qui cercò di rimandare il momento, anche se le luci si andavano spegnendo, e le infermiere erano già passate a salutare, a dare le ultime medicine.
“Può andare a letto quando vuole” le aveva detto il capo reparto. “Non c’è nessun obbligo di orario”.
Però le luci erano basse. Non riusciva a disporsi a fare un solitario mentre in camera una giaceva nel letto semiaddormentata, ronfando il suo lamento, e quell’altra le girava le spalle. Con fatica allora si avviò col suo passo incerto, sostenuta dal bastone, verso il corridoio.
Fuori, eccetto che nella malinconica saletta della TV, dove davanti all’apparecchio acceso su un chiassoso programma c’erano due solitari uomini che parevano appisolati, tutto era deserto. Vuoti i corridoi e le sale. Non un infermiere, non un inserviente, non un ospite.
Ospiti, li chiamavano. Ospiti. Giusto: nell’Ospizio che altro si può essere, del resto? ridacchiò amara, con una smorfia.
Finì con il tornare in camera e stendersi.
Nella stanza ora le pareva che aleggiasse un certo odore d’orina.
Non avrebbe mai voluto sporcarsi nel sonno. Non le era mai successo, ma qui temeva che potesse succederle. Era vero che la notte da un po’ di tempo s’era abituata a mettere il pannolone. Ma a casa sua non le era mai davvero capitato di sporcarsi: aveva sempre fatto a tempo a raggiungere il bagno che era proprio attaccato alla sua camera. Qui il bagno era, sì, in camera, ma più distante, e poi soprattutto era diverso, non c’erano i soliti suoi riferimenti di appoggio: avrebbe dovuto imparare a muoversi tra i nuovi. Tra l’altro la sua vista era ormai molto debole. Sempre era stata miope, ma ormai poteva quasi dirsi cieca.
Questo pensiero le impediva di prendere sonno. Così dopo vani tentativi di avviare i pensieri verso immagini più serene – arrivò persino a mormorare qualche avemaria, in memoria di sua madre che le diceva quando da piccola si svegliava la notte: “Di’ un’avemaria, girati sull’altro lato, e vedrai che ti addormenti…” – fu presa da un’ansia che non sapeva spiegare e volle alzarsi, per andare a telefonare a suo figlio.
Così, tanto per sentire la sua voce, per salutarlo. “Tutto bene”, gli avrebbe detto. “Ora vado a letto: non ti preoccupare per me.” Non era tardi, in fondo. Lo avrebbe trovato forse che ancora cenava.
Si avviò verso la porta col suo passo zoppicante e cercò il telefono sul muro.
Ma non c’era nessun telefono.
Si incamminò allora lungo il corridoio, sempre scrutando il muro in vicinanza delle altre
porte.
“Dove avrò messo il cordless?” si chiedeva, sempre più in ansia. “Forse me lo hanno preso…”
Non riusciva a trovare il soggiorno. Si era persa. Non c’era più nessuno dei suoi mobili laggiù dove si era persa.
Fu allora che un uomo, un giovane, le si avvicinò: “Cosa stai cercando?” le chiese.
Non lo riconosceva. Che fosse uno dei suoi nipoti? Tanto cresciuto, troppo cresciuto… Le dava il tu, però. Chi era?
“Vieni, vieni, su. Andiamo in camera. È ora di dormire, questa. È notte, sai?”
Ma sì, certo, era un infermiere dell’ospizio. Certo. Ma perché le dava il tu? La stava trattando come una bambina.
“Cercavo il telefono”, disse indicando il muro. ” L’hanno portato via…”
“Non c’è, non c’è mai stato qui il telefono”, disse lui.
“Ma come?” s’irritò lei. “È sempre stato qui…”
“Dai, dai, che è ora di dormire, questa”, disse l’infermiere prendendola per il braccio. “Telefonerai domani. Ora tutti dormono.” E intanto la guidava lungo il corridoio verso la camera. Lei protestava. Insisteva che anche il cordless era sparito.
“Su, su! non fare i capricci. È notte: è ora di dormire.”
“In cucina…” disse lei. “L’avrò lasciato in cucina…”
“Ora ti porto in cucina, ti bevi un bel bicchiere d’acqua, e poi a letto. Senza capricci. Va bene?”
La cucina era tutta di metallo. Grande. Senza niente, né una tazza, né una pentola, né un pezzo di pane, niente. Vuota. Deserta. Grigia. Come quella dell’ ospedale dove si era operato ed era morto il marito.
Piano piano, bevendo il suo bicchiere d’acqua, si rese conto di dove si trovava e smise di protestare. Si sentiva stanca e avvilita. Non disse più nulla e si lasciò condurre dall’infermiere fino alla stanza, fino al letto. Lui l’aiutò a coricarsi.
“Basta andare in giro, adesso” disse prima di allontanarsi. “Ora si dorme. Mi raccomando. Eh?” aggiunse, alzando anche un dito di minaccia. Ed uscì.
Fu allora, nel buio della camera, al suono discorde del lamento ronfato da una vicina e del russare dell’altra, che infine lei si vide come era: una vecchia finita ad aspettare la morte nell’odore di piscio di un ospizio. Una vecchia che aveva fatto l’ultima grande sciocchezza della sua vita.

Già apparso su http://uffenwanken.splinder.com di Franz Krauspenhrar

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