Zucalò ed io

di Sceccup

Il nome dell’autore del racconto che segue mi è ben noto, ma mi ha pregato di presentarlo solo con lo pseudonimo di Sceccup. “Zucalò ed io” è una storia dove ogni personaggio, a modo suo, rappresenta qualcosa nell’ambito di una tematica più ampia dove il filo conduttore è quello della scomparsa della memoria. ma.mi.

Zùcalò diversi anni fa fu lasciato dalla moglie, allora aveva appena 60  anni. La moglie, una bella donna anche per quell’età: alta, giunonica, bei lineamenti, a tratti dolci ed aristocratici, forse anche troppo, tanto da apparire,  nel suo aspetto generale, enormemente altera, scostante, con-la-puzza-sotto-il-naso. La moglie di Zùcalò era attanagliata dal desiderio di ripudiare la condizione umile dov’era nata e vissuta fino ad allora, da apparire, per chiunque,  veracemente odiosa o semplicemente misera.
Per Zùcalò lo stesso ed anche di più.
Zùcalò aveva una moglie, per farla breve, tanto rompicoglioni che un povero marito qualsiasi con una mente sana e tranquilla può solo concepire per lei “il delitto perfetto”. Ma Zùcalò non l’ha fatto, ha continuato a sopportare, come sempre.
Sopportava anche quando, tornato la sera dal lavoro, lei, senza nemmeno guardarlo ma con gli occhi fissi sul televisore a vivere “Dallas”, a lui rivolgendosi, gli diceva: “Calò,  vinnisti la mula, ah???” e lui con la voce insicura: “Ancora no… Nun si la vò accattari nuddu… Ehmm, nun è facili!… eh!”. Eccoti! Lei, rinunciando ad una manciata di fotogrammi della telenovela, lentamente sollevato il culo steatopigico dal divano, girandosi verso di lui e guardandolo dall’alto in basso, arcigna e da-paura, con il dito puntato sul pover’uomo come un bastone nodoso che può dare legnate e far male. Non più il dito affusolato che le apparteneva, elegante e con tre anelli di finto diamante, ma un fallo enorme, smisurato, irriguardosamente equino. In questa condizione e posizione la moglie aristocratica, come fornita di protesi digitale-fallica, con gli occhi fuori dalle orbite, fino a toccare la punta del naso del povero marito, gli grida: “Allura portala a la carnazzeria, scannala!!! E dalla a li cani, minchia ca nun si autru!!!” e per chiudere come punto esclamativo: due sputi, uno sul viso e l’altro sulla granatiera, così tanto per non  lasciare dubbi su chi era u masculu ca porta li causi. Alla faccia del bicarbonato di sodio! avrebbe detto l’aristicratico più nobile mai esistito!
Zùcalò sovrastato e seviziato  e divenuto ancora più piccolo e mingherlino, non la strangolò neppure quella volta. Io gli dissi che fece male. Quelle sono le occasioni da non perdere per il delitto perfetto ma anche imperfetto quando di mezzo c’è una mula o affini.
La mula tuttavia un giorno non ritornò più nella stalla sotto l’astrico che portava su nella casa dove risiedeva la nobildonna con un fallo da mandingo a posto del dito indice.
“Calò  ammazzasti la mula, ah?”
“Seee!!! la vinnivu!”.
”Ah, bravu! Vò mangiari?”
”Se, eh cchi c’è?”
“Nenti ppi ttia, nuautri ammu mangiatu, dda c’è a pignata, a padedda, si ti vò abbilinari, fatti a pasta e va cùrcàti ca dumani t’ha susiri prestu!!! E va lavati macari, ca si senti u fitu di dda mulazza”.
Zùcalò non la impallinò neppure quella volta, glielo rinfaccio ancora oggi.
I giorni seguenti Zùcalò fece pulizia, liberando la stalla sotto la casa, che era diventata una vergogna per il vicinato, per la legge, per i pruriti evoluzionistici-perbenistici della nobildonna il cui indice della mano destra metamorfosato era lo specchio perfetto della sua anima.
Quando Zùcalò veniva ancora con la mula nella mia terra a fare lavori e la legava sotto l’olivo mentre lui potava o innestava con la solita maestria, io avevo 20 anni ed “a 20 anni  si è stupidi davvero”.
La scienza, la presunzione degli  studi che sbeffeggiavano l’attaccamento ostinato al passato derelitto, povero, ignorante, da  museo etnico-agreste, non mi fece cogliere il momento cruciale per Zùcalò. Oggi avrei fatto un Intifada per questo! Ma allora non capii che Zùcalò buttava nella monnezza più indifferenziata i desideri amari delle mie utopie ancora non comprese.
Mio padre mi disse allora che Zùcalò  voleva portare rratteddi in campagna. Io naturalmente preso fideisticamente dal trend della mia epoca, risposi con indifferenza e disturbo da intellettuale della scienza e dal progresso minchione. Zùcalò buttò veramente tutto allo stazzone; il meglio, il più prezioso finì in discarica. Orrore! Ma è così.
Tuttavia, la mia follia latente allora riceveva nutrimento etereo, misterioso ed inconsapevole; c’erano allora nell’aria degli stimoli extra che omaggiavano la mia fortuna di essere un asino pensante allo stato embrionale.
Ho accettato di fargli portare alcune cianfrusaglie nel podere che alcuni anni dopo avrei iniziato a gestire, scacavalcando mio padre e tutte le cariatidi che pretendevano di fare di testa loro. Ho pertanto custodito un numero spesso esagerato di sidduni, di triorbe, zappatrici, erpici, gioghi, bilancieri, cinghie e affini che Zùcalò in quel periodo riuscì  a portare da me studente cecato. Era la scusa della collezione ma sapevo che dentro una pazzia era pronta senza un senso preciso. Adesso ho ferri, sagome, pezzi forgiati o sagomati con la scure che non so ancora riconoscere ma ho tenuto e protetto come totem di  riti e pratiche che un tempo generavano sudore e pane. Essi oggi sono presenti, vivi e grilli parlanti. Purtroppo i basti, i panneddi, i vertuli sono andati persi. Quel patrimonio della memoria è ormai perduto, è stato il primo che Zùcalò, con il respiro trattenuto e con mano carezzevole, ha buttato nello stazzone, nei calanchi che precipitano verso i valloni che arrivano col tempo sull’alveo del fiume e prima o poi fino al mare. I cassonetti negli anni 80 già c’erano ma Zùcalò non li sapeva usare, lui fece come si usava quando bisognava separarsi da un animale o una cosa incastonata nel cuore. Chiuse gli occhi, lanciò e un urlo gli uscì senza nemmeno volere.
Il patrimonio personale famigliare della civiltà contadina derisa e perseguitata, del resto, non aveva fatto una fine migliore: tutto ciò che organicamente era demolibile è stato consumato dai topi, dall’acqua, dal sole e non c’è più traccia neppure dei due carretti che i miei avi, nello stesso luogo che io adesso ho preso sulle spalle come carico da soma, possedevano e che ancora oggi sono oggetto di discussione quando  se ne parla con mio padre.
Un giorno, quando ancora andavo a scuola e me ne fottevo della campagna e di tutte le suppellettili, alcuni catanesi scassinatori di casolari non più abitati riuscirono a trafugare i due carretti siciliani che mio padre e i suoi cinque fratelli, hanno utilizzato eroicamente, sopravvivendo alla guerra, al dopoguerra ma non alla riforma agraria e al dominio della Democrazia Cristiana e del Pci della “industrializzazione” e dei poli peltrochimici del sud; non sopravvissero neppure all’immigrazione che ha fatto grande la Fiat, tutta la Padania e ha  permesso la Cassa del Mezzogiorno e la beffa dell’estinzione del latifondo.
Ah, quei carretti mitici e quei pochi muli leggendari rimasti dopo che Mussolini requisì a mio nonno, massaro Ghiuggi, i migliori per mandarli al fronte! Ne rimasero due fra cui c’era Brigante, cieco di un occhio, ma grande e forte a dismisura tant’è che i miei lo ribattezzarano Polifemo.
Ancora oggi  piango quando vedo un carretto e non posso sentirli neppure nominare  i catanesi. Per questa semplice ragione tifo il Palermo di Zamparini e lo farei anche se il patron fosse Berlusca.
Intanto negli anni ’80, quasi tutto il patrimonio di oggettistica e strumentistica equina di Zùcalò finì nello stazzone. Lui è stato l’ultimo baluardo, non ancora museo ma esemplare vivente di “pedi ncritati” e l’ultimo vero Signore per muli, asini e affini.
Né io  né Zùcalò capivamo una minchia del progresso: lui ha buttato tutto nello stazzone ed io sono stato solo capace di recuperare frammenti di memoria.
Be’, Zùcalò, nonostante abbia venduto la mula e buttato tutto ciò che c’era nella stalla (che oggi i figli hanno trasformato in “tavernetta” e la ex moglie ci si va ad umbriacare sentendosi  come la protagonista di una delle sue telenovelas), è stato ugualmente cacciato via da quella miserevole aristocratica.
Lei, dopo che la mula non ci fu più disse ancora, ridendo forte: “portami domani il cuore di tua madre per i miei cani. Trallallallà trallallallero”. Lei gli disse anche: “l’ultima tua prova sarà la morte…”
Zùcalò non arrivò a tanto, la lasciò sola ubriaca nella tavernetta a sbollentarsi di telenovelas. Ancora oggi brindiamo a quell’evento.
Zùcalò  fu privato della mula e poi cacciato via dalla sua casa ma poi è arrivata  la pensione dignitosa di 450 euro al mese e con le potature di olivi, gli innesti e le giornate da bracciante è riuscito a comprarsi una casa, a tre isolati da quella vecchia da cui è stato spodestato. Se si contano sono 100 passi…
“Sai contare? Sai camminare?… contare e camminare insieme lo sai fare? Allora conta e cammina…1, 2 , 3, 4, 5, 6, 7, 8… 99 e 100. Lo sai chi ci abita qua? Ah, a zà  Tana  ci abita qua!… 100 passi ci sono da casa mia, 100!”.
Sono passati diversi anni ormai, ma  ho capito chi è stato Zùcalò e lui è ancora rimasto con l’odore che faceva la sua mula ed ha ancora la speranza di trovare il vero amore. Il suo grande cuore gli ha fatto fare pazzie, ha cercato con i suoi occhi vispi laddove poteva solo scottarsi senza bruciarsi però mai del tutto. Vive ancora. Mi viene a trovare sempre più raramente a mostrarmi le foto dell’ultima fidanzata che l’ha però lasciato. Subisce come un toro le truffe che  badanti rumene più giovani di lui di 45 anni  gli confezionano con regolare puntualità.
Adesso è affranto e inconsolabile: la sua ultima fidanzata, dopo una notte d’amore, che spero per lui, immemorabile, se n’è scappata con 3000 euro.

Qualche nota sui termini, anche dialettali, utilizzati

ASTRICO = l’astrico è una scala esterna addossato a una parete della casa, con una ringhiera in ferro oppure in pietra. Attraverso la scala si accede al piano rialzato della casa. Il sottoscala in genere presenta una porticina da cui si accede al pianterreno adibito a magazzino, fienile o stalla o tutto insieme.

RRATTEDDI =  cianfrusaglie. Tutto ciò che si è costretti a non più usare ma anziché disfarsene subito senza battere ciglio, viene affidato ad un angolo estremo della memoria rinviando ancora un poco la sua fine definitiva e completa.

SIDDUNI =  dispositivo in ferro o legno che veniva posizionato tra il garrese e il dorso dell’equino. Attraverso corde o catene al sidduni si aggangiavano gli attrezzi atti a fare solchi nella terra, quando sulla terra il movimento e la forza non veniva generata dal motore a scoppio. Non c’era un rumore e un rombo ma un movimento silenzioso, lento e di trascinamento discissorio. Soltanto lo sbuffare della bestia consapevole e responsabile e poi anche gli ordini, gli incoraggiamenti, le preghiere, le lodi di tutti i Zùcalò che furono.

TRIORBE = aratro, detto anche aratro chiodo, attrezzo principe attaccato al solo punto d’innesto, il sidduni. È formato da un vomere con una barra normale al suo asse che termina con un manico afferrato con forza e delicatezza in genere dalla mano destra di tutti i Zùcalò esistiti nel passato remoto ma che se si guarda bene è ancora dietro l’angolo.
L’aratro chiodo a differenza della triorba veniva collegato al sidduni attraverso una lunga pertica di legno.

ZAPPATRICI =  è un attrezzo che a differenza dell’aratro ha una serie parallela ma asimmetrica di vomeri più piccoli portati da un telaio triangolare su cui è innestata un’asta verticale ricurva sulla cui estremità è inserito il manico della guida. Rispetto all’aratro si ottiene un lavoro di estirpatura, di preparazione e di sminuzzamento del suolo che alla fine appare rigato da solchi più superficiali e ravvicinati fra loro.

ERPICI = esistono le versioni moderne trainati e portate da mastodontici bisonti da cento e più cavalli. Quelli portati da equini ad un solo “cavallo” sono telai a due o tre corpi collegati fra loro in serie successiva e snodati. Ogni telaio porta un numero variabile di denti ricurvi che affinano ulteriormente il terreno lavorato oppure interrano le sementi distribuite a spaglio e a mano. L’erpice viene semplicemente trascinato, non c’è una guida che  corregge la direzione. Si dirige soltanto la bestia.

GIOGO =  anello di legno sagomato più o meno ellissoidale applicato al collo dell’animale per sottoporlo al lavoro accoppiato con un suo omologo.

BILANCIERE = dispositivo oscillante che permette l’aggangio delle catene  opposte e parallele che collegano la zappatrice al sidduni.

CINGHIE = sono robuste fascie di canapa, canapone e lona alle cui estremità sono cucite asole di corda, queste fissano sidduni, canceddi, varde passando sotto la pancia, sul petto o sotto la coda dell’equino.

VARDE e VARDEDDE = sono i basti utilizzati per la cavalcatura e per la soma. I vardunari e cordari li confezionavano su misura per ciascun animale. Si tratta di selle molto pià spesse perchè imbottite di paglia e chiuse da telo di canapone e cuoio; sono tenute rigide da un’armatura di legno sulla parte anteriore che mantiene la forma ricurva da adattare alla schiena e ai fianchi dell’animale che deve portarlo.

PANNEDDI = sono vardedde “disossate”, cioè senza armatura all’interno quindi più flessiili che stanno più aderenti al corpo dell’animale. A rigore non sono adatte alla cavalcatura e alla soma ma alla funzione protettiva in quanto  inserite a quel punto d’attacco che è il sidduni.

VERTULI = sono sacche più o meno capaci inserite alla varda. Tutti i Zùcalò quando si spostavano a dorso di mulo o d’asino li portavano. Sostituivano egregiamente i marsupi e gli zaini di oggi.

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2 risposte a Zucalò ed io

  1. angelo maddalena dice:

    questo racconto è immaginifico, epico a suo modo, po-etico, pro-petico, profalgico insomma, cioè un pò profetico e un pò nostalgico, evviva gesù! anche se non c’è più

  2. u sceccu giulio dice:

    sceccop…..azzo che non può tacere
    che parla e raglia forte anche per chi non ha voce.
    a rileggerti ancora sceccop….

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