L’imponderabile

Appunti per la chiacchierata “Preannunzio di disastro”, tenuta all’UPTL il 12 maggio 2001. Testo rubato da Wikipedia e riorganizzato (nemmeno tanto bene) per stare appresso a un’idea di Mauro Mirci.

Il Tambora è un vulcano, per la precisione, e se ci si interessa della materia, uno stratovulcano. Sorge nell’isola di Sumbawa, situata nell’arcipelago indonesiano della Sonda. Un po’ più a sud del Borneo.
Siamo abbastanza distanti dall’Europa. Dico abbastanza per usare un eufemismo. In effetti siamo agli antipodi, diciamo 20.000 chilometri da qui.
Al tramonto dell’11 aprile 1815 una serie di potenti boati, simili a tuoni o cannonate, misero sull’avviso le truppe britanniche che da non molto tempo si erano stanziate nella regione dopo averne scacciato gli Olandesi. Questa prima serie di esplosioni cessò rapidamente. Il 19 aprile, si ebbero esplosioni più intense, tali da far tremare le abitazioni, e abbondanti emissioni di cenere che oscurarono il cielo dell’intera regione per giorni e, quando ricaddero al suolo, ricoprirono ogni cosa con una spessa coltre. Le navi incontrarono in mare, anche dopo 4 anni dall’eruzione, cenere e isolotti galleggianti di pomice.

Tambora crollò. I vulcanologi direbbero che si ebbe il collasso della caldera, ossia della grande camera magmatica nella quale ristagna la roccia fusa prima dell’eruzione. In tre mesi di convulsioni Il vulcano passò dai 4.100 metri di quota sul livello del mare, a soli 2.850,. Secondo Thomas Stamford Raffles, all’epoca luogotenente governatore di Giava, scrisse che l’area in cui si osservarono gli effetti immediati dell’eruzione (tremori, rumori, ecc…) si allargava per circa 1.600 km intorno all’isola di Sumbawa.

L’eruzione del 1815 è stata, a detta dei vulcanologi, una delle più potenti, almeno dalla fine dell’ultima Era glaciale; l’emissione di ceneri fu, quantitativamente, circa 100 volte superiore a quella dell’eruzione, pur rilevante, del monte Sant’Elena del 1980, e fu maggiore anche di quella della formidabile eruzione del Krakatoa del 1883. Complessivamente, vennero proiettati in aria circa 150 miliardi di metri cubi di roccia, cenere e altri materiali. L’eruzione, o meglio l’esplosione, creò disastri di proporzioni bibliche, con una stima di 60.000 morti dovuti sia direttamente all’esplosione che alle pesanti carestie che seguirono il disastro.

L’eruzione del Tambora non fu l’unica, in quel periodo: nel 1812 esplose con violenza il vulcano Soufrière, nei Caraibi, mentre l’anno prima fu il vulcano Mayon, nelle Filippine, ad entrare in attività. Tutte queste eruzioni vomitarono enormi quantitativi di cenere e polvere nell’atmosfera, producendo un denso “velo” di polvere vulcanica nella stratosfera. Questo velo schermò una discreta parte dei raggi solari negli anni successivi, provocando un periodo dal clima più freddo.

La polvere restò per molti anni nell’atmosfera diminuendo la quantità di radiazione solare che abitualmente colpisce il suolo della terra. Il pianeta conobbe un’epoca di estati mancate ed inverni freddissimi, che ebbero come conseguenza scarsissimi raccolti e un impoverimento importante di vaste aree del pianeta. Il 1816, l’anno successivo all’eruzione, fu poi ricordato come “l’anno senza estate”.

Quell’anno senza estate cambiò la storia d’Europa.

C’è una cittadina belga nella provincia Brabante Vallone, in Vallonia. Il 1° gennaio 2006 contava poco di più di 29.000 abitanti, la gran parte dei quali lavora nelle istituzioni di Bruxelles, alla Commissione Europea, al Parlamento Europeo al Consiglio dell’Unione Europea. In questa cittadina ha sede la insigne Église Saint-Joseph, una delle scuole internazionali più grandi e antiche del Belgio. Anche la sede europea di MasterCard si trova in questa città.
Il suo nome è Waterloo.
Non ho idea di quanti abitanti contasse il 18 giugno 1815, ma certo dovevano essere ben spaventati dal fatto che il Duca di Wellington avesse scelto proprio quel posto per insediarvi il proprio quartier generale, alla volta del quale muovevano le armate francesi, guidate da Napoleone Bonaparte da Ajaccio, fuggito, non più di cento giorni prima dall’esilio all’isola d’Elba.

Il combattimento durò complessivamente circa otto ore, nelle quali morirono oltre 48.000 soldati. Napoleone voleva attaccare le forze alleate alle sette del mattino, bombardandole con l’artiglieria ma, poiché che era piovuto a dirotto tutta la notte e il giorno precedente, non riusci a muovere i cannoni prima di mezzogiorno.
Questo contrattempo gli fu fatale.
Napoleone era sicuro di vincere, anche se non poteva contare più sul suo geniale collaboratore, il Maresciallo Berthier morto il 1 giugno 1815, e sul Maresciallo Davout, eroe della battaglia di Auerstedt, che aveva inviato a Parigi quale ministro della guerra e comandante della piazza per affrontare lì un eventuale attacco della formidabile armata alleata ed evitare la possibile caduta della città.

Sin dai primi attacchi però gli inglesi si rivelarono un avversario impossibile da battere, e ben presto colonne prussiane apparvero in lontananza sulla destra dei francesi. La strategia di Napoleone era stata infatti quella di dividere i suoi avversari e affrontarli separatamente. L’imperatore francese, prima di arrivare a Waterloo, aveva tentato in tutti i modi di evitare che la superstite armata di Blücher si congiungesse con gli inglesi e i loro alleati sul campo di Waterloo e per questo aveva dispiegato le truppe del Maresciallo Grouchy perché lo intercettasse e lo impegnasse tenendolo lontano dal teatro d’azione principale.

Ma sin dalle prime ore del pomeriggio i francesi dovettero invece combattere anche con le colonne prussiane che arrivavano una dopo l’altra dalla destra, esaurendo le riserve francesi che altrimenti avrebbero potuto essere rovesciate su Wellington. Blücher era infatti riuscito a precedere, in una corsa verso Waterloo, il suo antagonista francese Grouchy, la cui responsabilità in proposito, nonostante gli ordini non chiari di Napoleone, è riconosciuta da tutti gli storici. L’ultimo attacco francese, disperato, fu sferrato dalla “Vecchia Guardia” contro quanto rimaneva delle forze di Wellington, ma fallì. Nello stesso momento i francesi non poterono più contenere l’esercito prussiano sulla destra e la rotta divenne generale.

Wellington conosceva bene il terreno da una sua precedente permanenza in Belgio per un viaggio di piacere l’anno precedente e ne sfruttò al meglio le caratteristiche . D’altra parte, gli errori commessi da Napoleone nella giornata furono molti e decisivi, mentre alleati e prussiani si batterono al meglio. Ciononostante, il risultato fu a lungo in bilico e la vittoria finale fu probabilmente decisa da un pizzico di fortuna in più a favore degli alleati.

In seguito a questa battaglia Napoleone fu esiliato a Sant’Elena, dove morì sei anni dopo, il 5 maggio 1821.

E Tambora?

Ricordate della grandi nubi di polvere che il vulcano rilasciò nell’atmosfera? Be’, provocarono cambiamenti climatici su scala mondiale e piogge tali da sconvolgere i programmi tattici dell’Imperatore, che pensava di dover combattere solo contro le truppe della coalizione guidata da Wellington. Non dimentichiamo che Napoleone era stato ufficiale d’artiglieria, e proprio sull’uso dei cannoni fondava le sue tattiche di battaglia. Tambora gli tolse la sua arma preferita, quella che sapeva usare meglio e in maniera micidiale per gli avversari. Non aveva previsto, e come avrebbe potuto?, che il giugno belga potesse essere tanto piovoso.

Il fango gli impedì di muovere i suoi cannoni, sconvolgendo i piani di battaglia e costringendolo a decidere un attacco di cavalleria. Gli inglesi si disposero in quadrati e falciarono la cavalleria francese con intense raffiche di fucileria che opposero un muro di piombo e fuoco ai cavalleggeri e lancieri dell’Imperatore.
Quelli che non caddero rimasero stravolti e sfiancati da quegli attacchi che non riuscivano a intaccare le formazioni inglesi, invisibili nel fumo delle fucilerie che aleggiava come nebbia sui campi di Waterloo.
Forse le truppe di Grouchy, i tanto attesi rinforzi, avrebbero potuto ribaltare le sorti dello scontro, Ma anch’esse, come i cannoni dell’Imperatore, rimasero impantanate nel fango di un’inverno imprevisto. Non arrivarono mai e Napoleone Bonaparte, dopo un disperato, sanguinoso e inutile contrattacco dei suoi veterani, la “vecchia Guardia”, fu perduto.

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2 risposte a L’imponderabile

  1. Stefano dice:

    Secondo me te la sei cavata egregiamente.

  2. mauromirci dice:

    Altri appunti (Misunderstanding) il 15 maggio alle ore 13,51.

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