La storia terribile delle bambine di Marsala

di Mauro Mirci

Caro Antonio,
mi avevi lasciato nel 2015 con i baci della tua bielorussa, assai in linea con le truculente trame dei tuoi romanzi precedenti. Vero è che, nel 2010, avevi deviato dalla strada maestra concedendoti al giapponese cannibale e alla non-fiction, ma sembrava una faccenda episodica, il quadernetto d’appunti per un romanzo che rimane sulla scrivania e poi, a tempo perso, ci si impegna a trasformare in storia autonoma.
Questo per dire che mi aspettavo un romanzo tradizionalmente à la Pagliaro, mentre mi sono trovato per le mani un volume serio e sostanziosetto (fanno più di 340 pagine, se non sbaglio) con tanto di serissima prefazione di Pietro Melati, mappe, elenchi di persone (e, correttamente, non “personaggi”, come sarebbe stato di prassi in un romanzo), inserti iconografici d’epoca, appendice e dettagliato elenco delle fonti. Forse dovrei chiarire qualcosa in merito al “serio” scritto su. Non che i romanzi non siano cose serie, ma le storie vere sono altra cosa. Un romanzo di fiction pura, anche se grondante sangue e crudeltà, può anche non essere serio. Può ridere di sé e della violenza che contiene perché tanto, in linea di massima, non è vero nulla.
Però, quando mi hai detto che il tuo nuovo libro sarebbe uscito per i tipi di Zolfo editore, ho pensato che ero proprio curioso di vedere cosa avrei letto. “Antonio tradirà sé stesso?” mi sono chiesto? “Prenderà il tono del conferenziere brillante? Ne avrebbe il diritto e gli strumenti, in fin dei conti è un astrofisico: di conferenze e saggi avrà una discreta esperienza”.


Niente di tutto ciò: la Storia terribile delle bambine di Marsala è il saggio di uno scrittore brillante che dimostra come nessuna trama noir sarà mai più spaventosa dei mostri in carne e ossa che popolano la realtà. Tutto banalmente terribile e crudele. Ora, Antonio, io non lo so se tu riesca a mettere su carta trame così spaventose per studiato mestiere, o per talento naturale, o per talento naturale affinato dallo studio e dal mestiere. Però, te lo dico davvero, certe cose che scrivi mi fanno paura davvero. Scompaiono tre bambine. Una viene ritrovata cadavere e si arriva ad accusare lo zio. Che confessa e fa ritrovare anche i corpi della altre due piccole. Turpe e crudele, come sa esserlo la cronaca nera. Ma non è questo che mi fa più paura. È, invece, la capacità di ricostruire il male tutt’intorno al nucleo centrale e sanguinolento della storia. Non l’omicidio, non le ragioni futili e animalesche. Il contorno. L’opinione pubblica che VUOLE un colpevole. La brama dei concittadini di volerne la morte. La necessità di proteggere l’indiziato dai colleghi detenuti. E, dall’altra parte, un omino che si giustifica con l’amore per la ragazzina che ha ucciso e seviziato. I suoi tentativi di discolparsi dopo avere fornito le prove che lo incriminano. Le bugie studiate per coinvolgere altri nel delitto, per alleggerire una posizione giudiziaria francamente indifendibile.
E, infine, la cosa più crudele. Nessuno saprà mai davvero cosa è successo e perché. Raramente l’amministrazione della giustizia giunge alla verità, ma solo alla verità processuale. Che è quanto di più vicino alla realtà l’essere umano sia riuscito a ottenere dal lavoro di giudici e giurie. Esistono gli atti del procedimento penale. E basta. L’imputato, riconosciuto colpevole, va in carcere. Le bambine nella tomba. I genitori rimangono col loro dolore, ad accudire figli ai quali assegnano i nomi di quelli che non ci sono più.
Ecco Antonio, c’è questo scorrere del tempo, nella tua scrittura, che assorbe e attenua il momento di crisi, lo fa sbiadire e sposta l’attenzione sulle disumanità successive: l’istinto di conservazione dell’imputato, il desiderio, contestuale nei parenti delle vittime, di giustizia e di oblio. Nella storia, le comparse e i protagonisti del dramma si mischiano in una via di mezzo tra la ricostruzione giudiziaria e la sottolineatura di rimarchevoli coincidenze. L’evocazione delle trame mafiose mai confermate, le inattendibili accuse a Franco Nania, le accuse, altrettanto inattendibili, al padre di una della piccole, coinvolgono Terranova e Ciaccio Montalto, magistrati che la mafia ha ucciso. Cos’è, complottismo o ipotesi su cui lavorare ancora? O, semplicemente, la conferma che la storia umana ha tante comparse e pochi protagonisti, e quei pochi compaiono spesso per fatale insufficienza d’organico?

Dici bene nella tua appendice: la storia delle bambine di Marsala è solo una terribile storia semplice.

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