Leonardo Sciascia. A futura memoria

di Marco Candida

Il testo che segue è già apparso sul sito di Pordenonelegge e sullo psicheledelico blog di Marco Candida. Viene pubblicato anche su ParoleDiSicilia gentile concessione dell’autore. (m.m.)

A Futura memoria di Leonardo Sciascia (Edizioni Bompiani) è un libro che ha per me un significato particolare. Il libro è una raccolta di articoli pubblicati da Sciascia tra il 1979 e il 1988 per i più importanti quotidiani d’Italia. Essenzialmente parla della mafia, ma, solo per cominciare, interessante è la posizione dalla quale Sciascia ne parla. In un articolo per il Corriere della Sera del 19 settembre 1982 Sciascia scrive: “Non c’è nulla che mi infastidisca quanto l’essere considerato un esperto di mafia o, come oggi si usa dire, un “mafiologo”. Sono semplicemente uno che è nato, è vissuto e vive in una paese della Sicilia occidentale e ha sempre cercato di capire la realtà che lo circonda, gli avvenimenti, le persone. Sono un esperto di mafia così come lo sono in fatto di agricoltura, di emigrazione, di tradizioni popolari, di zolfara; a livello delle cose viste e sentite, delle cose vissute e in parte sofferte” (p.41). “a livello delle cose viste e sentite, delle cose vissute e in parte sofferte”: mi sembra questo, in particolare, il passaggio più importante.

Sciascia era un siciliano ed era uno scrittore: quel che fa uno scrittore è principalmente “sentire e vedere”: se si è scrittori e si abita, ad esempio, in Siberia si vedranno e sentiranno e scriveranno certe cose, se si abita, invece, in Sicilia se ne vedranno e se ne sentiranno e scriveranno altre di cose. C’è una verità semplice e brutale in questa affermazione: che probabilmente chi è scrittore siciliano non può non vedere e sentire intorno a sé la mafia – così come non può non vedere e non sentire l’agricoltura, l’emigrazione, le tradizioni popolari, la zolfara. Lo scrittore, almeno come si capisce da quel che Sciascia scrive, non ha un ruolo particolare: è soltanto una persona che guarda nella realtà e con coraggio dice ciò che vede e sente.

Il concetto è espresso limpidamente in un articolo per l’Espresso del 20 Febbraio 1983: “Non solo – scrive Sciascia – non riesco a vedere gli intellettuali come corpo a sé, come categoria o corporazione, ma ho del mondo intellettuale una nozione così vasta da includervi ogni persona in grado di intelligere, di avere intelligenza della realtà. Non mi pare si possa restringere il mondo dell’intelligenza a coloro che hanno a che fare con la carta stampata o con altri mezzi di comunicazione: e credo se ne abbia prova nel fatto, quotidianamente verificabile, che tanti che scrivono libri o articoli non sono minimamente in grado di leggere la realtà, di capirla, di farne giudizio. Conosco persone di astrale cretineria che trovano spalancate le porte di case editrici e giornali; e presumo che ce ne siano in circolazione, da noi, più di quanto una società bene ordinata possa sopportarne senza cadere in collasso.
“Fintanto, dunque – scrive ancora Sciascia – che si parla dell’intellettuale come a uno che partecipa di una categoria o corporazione, non mi sento chiamato in causa. Anche ammettendo la restrizione che intellettuali siano quelli professionalmente e sindacalmente definibili in quanto tali, credo si possa senz’altro affermare che ci sono, all’interno della corporazione, tanti singoli tipi d’intellettuale quanti sono – per così dire – gli iscritti. Ogni intellettuale è una monade. E c’è la monade con porte e finestre, e c’è la monade chiusa. E nessuno dovrebbe azzardarsi a giudicare che la monade chiusa merita ostracismo e disprezzo mentre da coltivare, da preferire e da privilegiare è la monade aperta. Ci sono monadi spalancate che sono del tutto cieche, e monadi chiuse che vedono tutto” (p.56).
Tutti gli articoli di Sciascia sono connotati da grande coraggio e non c’è l’ombra di una esitazione nel fare affermazioni sconvenienti. Ad esempio Sciascia nell’82 fu tra i pochi a affermare che il generale Dalla Chiesa venne ucciso perché “non aveva capito la mafia nella sua trasformazione in “multinazionale del crimine”, in un certo senso omologabile al terrorismo e senza più regole di convivenza e connivenza col potere statale e col costume, la tradizione e il modo d’essere dei siciliani. La frase che i giornali riferirono come pronunciata dal Presidente Pertini – “Potevano almeno risparmiare la signora” – in effetti muoveva dalla stessa ingenuità da cui il comportamento di Dalla Chiesa è stato dettato: la mafia ormai non solo uccideva giudici, ufficiali dei carabinieri e della polizia, uomini politici che la combattevano, ma anche le signore (la moglie di Sirchia davanti al carcere dell’Ucciardone”. Lo sguardo di Sciascia è inoltre efficace e rivelatore anche per il caso Tortora e, in generale, per molti altri fatti (i maxiprocessi, le Brigate Rosse) e figure (Buscetta, Sindona, Michele Greco, Adriano Sofri…) che se nell’89, anno di uscita del libro, appartenevano alla cronaca degli ultimi anni, adesso fanno parte della storia – tristemente famosa – del nostro Paese.
Dicevo all’inizio, però, che A futura memoria – sottotitolo: (se la memoria ha un futuro) – ha per me un significato particolare. In tre dei trentuno articoli che compongono questo libro di centosessanta pagine, infatti, si menziona la figura, e nell’articolo che chiude il libro, se ne parla per esteso, di Renato Candida, il fratello del mio nonno paterno e che io ho anche conosciuto, purtroppo solo da molto piccolo. L’articolo del 19 settembre 1982 apparso sul Corriere della Sera avvia una polemica tra Sciascia e Giorgio Bocca e poi il figlio del generale Dalla Chiesa e altri personaggi e avrà strascichi fino al 15 maggio 1983: la polemica scoppia quando Sciascia assume la posizione scomoda di analizzare obiettivamente le motivazioni dell’omicidio Dalla Chiesa parlando della figura del Generale senza una remora: “Negli ultimi anni, dalle confessioni di Peci in poi, c’è stata la tendenza di fare di Dalla Chiesa un mito. Il più bravo di tutti contro il terrorismo, il più bravo di tutti contro la mafia. E ancora si tende a farne un mito da morto. Non c’è dubbio che nell’attuale dissoluzione le sue qualità fossero giustamente di spicco. Era un ufficiale dei carabinieri di vecchio stampo: onesto leale, coraggioso. E intelligente. Ma aveva i suoi limiti e ha fatto i suoi errori” (p. 44). Poco più avanti (p. 45) Sciascia afferma a chiare lettere che uno degli errori più grossi di Dalla Chiesa è stato “non avere stabilito un sistema di vigilanza e protezione intorno alla sua persona” e la sua motivazione è che il generale Dalla Chiesa avesse fatto questo errore a causa di un atteggiamento piuttosto acquiescente e scarsamente lucido nel valutare i cambiamenti della mafia, ma anche di superiorità come testimonia il suo riconoscersi totalmente nel personaggio “idealizzato e poco credibile “ del capitano Bellodi del Giorno della civetta. E qui Leonardo Sciascia (p. 45) menziona per la prima volta Renato Candida: “In questi giorni, per ristabilire la verità (e anche per abito di discrezione), sono stato costretto a dire che l’ufficiale dei carabinieri dalla cui conoscenza e amicizia mi era venuta l’idea di scrivere il racconto non era Dalla Chiesa, ma l’allora maggiore Renato Candida, comandante del gruppo di Agrigento. Candida aveva acquisito una tale coscienza e nozione del problema mafia, che si trovò ad un certo punto a scrivere un libro molto interessante, che fu pubblicato dall’editore mio omonimo e che io recensii sulla rivista Tempo Presente. […]
“Pubblicato il libro, Candida fu regolarmente trasferito: alla scuola allievi carabinieri di Torino. Ed è da notare come allora ufficiali e commissari di polizia, non appena mostrassero intelligenza e volontà nel combattere la mafia, venivano prontamente allontanati dalla Sicilia; mentre si è ora verificato, col generale Dalla Chiesa, esattamente il contrario: lo si è fatto ritornare in Sicialia appunto per la sua competenza in fatto di mafia. Per la sua intelligenza e volontà di combatterla.
“Tirato in scena da me (e me ne scuso con lui), Candida, su La Stampa del 12 settembre, giustamente dichiara di non riconoscersi nel capitano Bellodi del Giorno della Civetta. Dice, in effetti, quello che io, in autocritica, ho sempre detto: che il capitano vi è troppo idealizzato, che è un portatore di valori e non un personaggio reale. “Il boss – dice Candida – è un personaggio reale, anche il maresciallo che opera accanto a Bellodi è credibile. Bellodi lo è meno”. In questo personaggio idealizzato e non credibile. Dalla Chiesa invece si riconosceva. Questo era il suo limite. Aveva di sé e dell’avversario immagini letterarie e comunque “arretrate””
Sciascia parla ancora di Renato Candida in un articolo del 20 febbraio 1983 su l’Espresso e infine, come ho già scritto, nell’ultimo articolo che chiude il libro l’11 novembre 1988 su La Stampa. Ne riporto alcuni passi, che, ovviamente, a me hanno sempre toccato molto e che desidero rendere noti.
“Renato Candida, generale dei carabinieri in pensione, è morto a Torino il giorno 11 del mese scorso. Tranne questo giornale, che ne ha dato notizia, nessuno mi pare si sia ricordato che, nel tanto parlare che si fa della mafia, che Candida aveva scritto sulla mafia un libro che precorre di ben trentadue anni, rompendo il silenzio che le istituzioni e gli uomini e gli uomini che le rappresentavano rigorosamente mantenevano, quella volontà di abbatterla che oggi sembra anche diffondersi, oltre che nella coscienza degli italiani, nelle istituzioni. E la precorreva, il suo libro, dando del fenomeno un ragguaglio di prima mano, qual gli veniva dall’operare, come comandante del gruppo carabinieri di Agrigento, contro una mafia tornata, sulle rovine della guerra e con l’assenso, il compiacimento e il servirsene delle forze americane di occupazione, al rigoglio degli anni prefascisti.
“Vecchia mafia, dunque, legata all’economia agraria in quegli anni piuttosto grama: ma appunto stava passando, nel momento in cui cadeva sotto la sagace osservazione di Candida, a più vasta e diversa attività: i lavori pubblici, le erogazioni riformistiche e assistenziali. […] Ma non voglio ora tornare a parlare del suo libro […] Voglio ora ricordare l’uomo, l’amico.
“Ci siamo conosciuti nell’estate del 1956. Io avevo da qualche mese pubblicato La parrocchia di Regalpetra. Candida lo aveva letto, mandò a dirmi che desiderava ci incontrassimo. Ci incontrammo a casa mia, a Racalmuto: un uomo simpatico, aperto, spiritoso. E debbo anche dirlo, e sarà magari perché ne conoscevo pochi: ma era il primo funzionario della stato veramente antifascista che io avessi incontrato. La sua radice di avversione alla mafia era appunto questa: il suo antifascismo. É…* E debbo aggiungere che questo creò subito tra noi una confidenza, un’intesa che mi pareva allora impossibile – e di fatto lo era – io potessi raggiungere con un rappresentante, come si usa dire, delle forze dell’ordine, che altro ordine credo allora vagheggiassero.
“Diventammo amici. Ci incontravamo spessissimo, almeno due volte per settimana, in paese o nella mia casa in campagna; e ad Agrigento, nel suo ufficio. Stava scrivendo il suo libro sulla mafia. Quando lo ebbe finito, lo portai a Caltanissetta, dall’amico editore Salvatore Sciascia: che subito, senza alcuna esitazione, lo pubblicò. Qualcuno osò poi dire che io, sollecitato dal mio amico Luigi Cortese, capogruppo comunista all’assemblea regionale, aveva chiesto a Candida di tagliare quelle parti del libro che prospettavano collusione tra comunisti e mafiosi: nulla di più falso; e del resto, nel libro, qualche elemento in questo senso si trova. Non erano i comunisti, che preoccupavano Candida in quanto comandante del gruppo carabinieri di Agrigento, ma i democristiani. E tentò, proprio tra i giovani democristiani, di seminare coscienza antimafiosa […]
Ma la pubblicazione del libro segnò l’arresto di quel tanto che si era mosso. […]
Ci incontravano ogni volta che io capitavo a Torino, ci scrivevamo. […]
Ci siamo incontrati per l’ultima volta, durante le manifestazioni del Salone del libro, al caffè Platti, dove era stato organizzato un mio incontro coi lettori. Era magrissimo, respirava con affanno, stentava a reggersi in piedi […] E poi due mesi fa, un ultimo saluto per telefono: mi disse che per lui era finita, che non ci saremmo mai più incontrati.
Debbo ancora dire di lui, a suo grande onore, che pur attaccatissimo all’Arma e alla sua storia, pur ritenendola forse la più integra e incorruttibile istituzione di questo nostro paese, molto soffriva di quelle pratiche non del tutto dimesse per ottenere che un indiziato diventasse reo confesso. Usava perciò, quando era in servizio, arrivare di sorpresa, in ore insolite, nelle stazioni dei carabinieri che da lui dipendevano: e non sempre, purtroppo, inutilmente. Mi raccontava episodi di incredibile stupidità e violenza – e qui Sciascia riporta un episodio in particolare nel quale mio zio salito per una ispezione sul cellulare aveva scoperto che i carabinieri di scorta avevano acciuffato un facchino e lo avevano chiuso nella cella, al posto di un detenuto che era riuscito ad evadere – Tragicomico episodio, che nemmeno il più fantasioso inventore di barzellette sui carabinieri riuscirebbe ad inventare.
E infine, quel che i lettori si aspettano che io dica: non solo per Il giorno della civetta, ma per ogni racconto in cui c’è il personaggio di un investigatore, al figura e gli intendimenti di Renato Candida, al sua esperienza, il suo agire, più o meno vagamente mi si sono presentati alla memoria, all’immaginazione”

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