Steve Hockensmith. Elementare, cowboy

di Mauro Mirci
Capitato, senza averlo previsto, nel grande e bellissimo cortile di palazzo Platamone, a Catania, incontro Martino Ferrario, conosciuto un sabato sera di alcuni anni fa a Modica, per una faccenda di racconti che non sto a raccontare. Il cortile dove ci incontriamo ospita il Sabirfest, manifestazione culturale messinese e catanese ispirata dall’”esigenza primaria di sapere e di comunicare”. E, insomma, esauriti i convenevoli, viene fuori che Martino, con alcuni amici, ha messo su una casa editrice e quello è ciò che fa nella vita. L’editore, appunto. La casa editrice si chiama CasaSirio. Una casa editrice che pubblica libri pop, così mi spiega Martino. Sul sito web, alla pagina “chi siamo”, c’è scritto che si tratta di un’editrice che “ama le storie semplici e veloci, storie vere e storie da bar, libri che si vorrebbe non finissero mai”.
Il Sabirfest riserva anche degli spazi e stand agli editori. C’è Nulla Die, di Piazza Armerina. E c’è anche Casa Sirio, dove Martino Ferrario, su mia richiesta, mi consiglia due libri. Uno è “Elementare, cowboy”, di Steve Hockensmith. Da quel che mi dice Martino, Casa Sirio ha investito molto su questo romanzo, e la cosa mi incuriosisce. Come mi incuriosisce il fatto che del suo autore, Steve Hockensmith, si trovino relativamente poche informazioni in rete, e praticamente tutte su siti in lingua inglese. Il risvolto di copertina dice che è nato il 17 agosto 1968 (io sono nato il 6), non è famoso per il senso degli affari e indossa magliette che imbarazzano la moglie. In pratica un mio omologo americano.
Il romanzo, dunque. Si tratta di un giallo di ambientazione western. Molto giallo e molto western. I protagonisti sono due fratelli dai capelli decisamente rossi e dal cognome impronunciabile: Amlingmeyer. Il più giovane, Otto “Big Red” è un ragazzone che ha studiato e svolto anche il lavoro del contabile, ma alla fine s’è risolto ad unirsi al fratello maggiore Gustav e imparare da lui il mestiere del cowboy e il maneggio della colt. Gustav “Old Red” è invece analfabeta e di poche parole, ma esperto e di cervello fino. Soprattutto, non riesce a rimanere nelle vesti che il destino sembra avergli cucito addosso: uomo delle vacche, sporco, ignorante e selvatico. In un dialogo, verso la fine del libro, dice a Otto: “Magari esiste davvero qualcosa come il destino. E se c’è, ti posso dire come dovrebbe essere un tipo come me: scemo e povero in canna. Che poi faccia il fattore o il cowboy, non ha importanza. Sono nato per usare le mani, non il cervello. E, che Dio mi maledica fratello, questa cosa non riesco proprio ad accettarla”.
Ora, il titolo inglese del romanzo, “Holmes on the range”, fa il paio con il titolo italiano. E tutta la storia è una applicazione del metodo deduttivo di Sherlock Holmes a fatti delittuosi avvenuti nel Montana, USA. La cosa curiosa è vedere un vaccaro ignorante nella parte dell’investigatore e il suo forzuto e irascibile fratello in quella del dottor Watson. Curiosa ma buona per imbastirci una storia che, dalla prima all’ultima pagina, scorre via bene, con i suoi bravi momenti di azione, i colpi di scena e la suspence che ben si addicono al giallo. Ma come ci arriva Sherlock Holmes nel Montana? Be’, vuole il caso che anche in Montana giungano le riviste periodiche in cui sono pubblicate le storie del principe degli investigatori. Nel nostro romanzo, però, non si tratta di storie inventate, bensì di veri e propri memoriali che il dottor John Watson dà alle stampe per raccontare le imprese di Sherlock, non personaggio letterario ma genio in carne e ossa, oltre che contemporaneo dei nostri protagonisti. Bene, Gustav “Old Red” ama sentir leggere al fratello Otto le storie di Holmes. Tanto si appassiona a quelle e al metodo deduttivo che l’inglese adotta alle sue investigazioni, da citare con frequenza le principali massime di Sherlock. Diviene anche un tenace assertore del metodo deduttivo, adeguando a esso ogni suo ragionamento e azione.
L’ambientazione western, poi, è ricostruita con la sapienza di uno scenografo dei più classici film. Non mancano steccati, praterie, redini, selle, vacche, Colt, Winchester, saloon e personaggi violenti e odiosi coi quali farsi cattivo sangue.
Della storia, per forze di cose e dato il genere, non si può dire molto. I due Amlingmeyer sono assunti in un ranch dai perfidi fratelli McPherson, che lavorano agli ordini dell’inglese Perkins, delicato e apparentemente inadatto alla vita dura del Far West. Non passa molto tempo prima che Perkins, uscito inspiegabilmente di notte, finisca sotto gli zoccoli di una mandria di bovini fuori controllo. Di lui non resta molto. Giusto una mano e una gran poltiglia nella sabbia. Quale migliore occasione perché Gustav “Old Red” possa tentare di spiegare questa morte seguendo il metodo deduttivo del suo idolo Holmes? E, poi, come mai sia Perkins sia i McPherson sembravano sapere in anticipo della visita dei proprietari del ranch, che in teoria avrebbe dovuto essere inattesa?
Basta, si rischia di dire troppo, e sarebbe un peccato, perchè il romanzo è godibile e divertente e vale la pena leggerlo.
Una nota in chiusura. Una cosa che avrebbe probabilmente innervosito Gustav “Old Red”. L’investigazione con “metodo deduttivo”, almeno quella letteraria, nasce proprio negli Stati Uniti, nella prima metà dell’800, a opera di Edgar Allan Poe, inventore del personaggio di Auguste Dupin. Insomma, chissà come avrebbe reagito il più anziano degli Amlingmeyer, alla notizia che il suo idolo si rifaceva ai metodi di un francese nato (almeno letterariamente) nell’Est.
Altra nota. Complimenti al traduttore. Non conosco il testo originale, ma c’è questo brano che è un gioiellino.”… La cosa migliore che riuscì a fare fu togliersi il capello e borbottare qualcosa che suonò come ‘Pace fave sugo e scienza’. Che credo fosse un ‘Piacere di fare la vostra conoscienza’”.
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