Stefano Amato Le sirene di Rotterdam

di Mauro Mirci

Stefano Amato si porta appreso il fardello pesante dell’essere siciliano senza sentircisi. A occhio e croce (e senza stare tanto a sindacare se Amato ne sia consapevole) è una caratteristica che lo accomuna al protagonista del suo secondo romanzo, “Le sirene di Rotterdam”, Dino Crocetti, ventenne siracusano (come Amato, che però ha qualche anno in più) affascinato dagli artisti ebrei del ‘900 e dai loro pseudonimi. Nel romanzo ne sono elencati parecchi, e ne viene fuori una piccola apologia semita quando ci si rende conto che molto del buono che il cinema, la letteratura e la scienza del secolo scorso hanno prodotto viene da lì, dai discendenti del Popolo Eletto, uomini e donne spesso agnostici, in perenne conflitto con le proprie radici etniche e religiose.

“Stato pensando di diventare ebreo, dice Dino
E come mai, se è lecito saperlo? (è la madre di Dino che parla)
Tanto per cominciare, le persone più intelligenti che conosco sono ebree.
Fammi capire, ci sono molti ebrei a Sircusa?
Non lo so, non credo. Io mi riferivo ad altra gente. Bob Dylan, Philip Roth, i fratelli Marx.
E ovviamente tu conosceresti Bob Dylan, quel porco di Roth e i fratelli Marx.
Non è che li conosco. Ho letto i loro libri, ascoltato i loro dischi, visto i loro film.
E secondo te, leggere il libro di qualcuno equivale a conoscerlo.
Non lo so mamma, credo di sì.”

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Salvatore Di Marco, poeta e letterato

di Marco Scalabrino

Ho sempre sentito il fascino del dialetto e le sue suggestioni nell’approccio con un linguaggio carico di suoni inediti e di significati nuovi.” Così Salvatore Di Marco su di sé.
Poeta, storico della letteratura e della cultura siciliana, Salvatore Di Marco, Monreale (PA) 1932, si può definire, appunta Tommaso Romano, “un esponente della cultura militante”.
E lo stesso Tommaso Romano, unitamente alla Fondazione Thule – Cultura di Palermo, ha organizzato il convegno sul tema LA FIGURA, IL PENSIERO E L’OPERA DI SALVATORE DI MARCO, POETA E LETTERATO, svoltosi il 22 Dicembre 2007 nel capoluogo siciliano, nelle circostanze della celebrazione del suo settantacinquesimo compleanno. “Convegno, precisa Aurelia Ambrosini, mirato ad analizzare mezzo secolo dell’impegno culturale e letterario di Salvatore Di Marco, intellettuale e poeta.”
La Fondazione Thule ha quindi editato nel 2008, Le parole che contano, gli atti di quel convegno, che raccolgono le testimonianze di Tommaso Romano, Nino Aquila, Pino Giacopelli, Eugenio Giannone, Gaetano Pulizzi, Antonio Riolo, Ciro Spataro e le relazioni di Vincenzo Arnone, Franco Brevini, Licia Cardillo, Dante Cerilli, Giuseppe Cottone, Domenico Cultrera, Corrado Di Pietro, Enzo Papa, Pino Schifano, Melo Freni, Mimmo Galletto, Carmelo Lauretta, Alfio Patti, Turi Vasile; e in chiusura i testi poetici, a Salvatore Di Marco dedicati, di Paola Fedele, Nino Agnello, Lina Riccobene e un rapido album fotografico.
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L’impavida eroina eccetera

Alle 17,30 del prossimo 1° aprile, per chi vorrà esserci, il gestore di questo sito sarò preso la scuola media Cascino di Piazza Armerina, per leggere alcuni suoi raccontini. I raccontini medesimi stanno, per l’occasione, raccolti in un opuscoletto dal titolo “L’impavida eroina eccetera“, stampato in numero minimo di copie per quelli che si ostinano a leggere sulla carta.
Per chi, invece, trova comodo leggere sullo schermo, l’e-book è liberamente scaricabile in formato PDF (dimensione: 436 kB).
L’occasione è propizia per ringraziare l’Università Popolare del Tempo Libero “Ignazio Nigrelli”, il cui nutrito e stimolante calendario dei corsi 2008/2009 è consultabile in rete, così come alcune delle sue pubblicazioni.
Mauro Mirci

Novità del 6 novembre 2009
Poiché “L’uomo del caffé” è stato incluso nell’antologia “Senza Zucchero“, edita da Avagliano, “L’impavida eroina eccetera” non può più contenerlo. I racconti diventano quindi cinque. Pazienza.

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Nino Savarese. I fatti di Petra

di Mauro Mirci

Quando Leonardo Sciascia si dedica alla stesura del suo Le parrocchie di Regalpetra, la citazione de I fatti di Petra, di Nino Savarese, è esplicito. Sciascia colloca altrove la sua città immaginaria, la identifica con Racalmuto, la immagina intessuta di strade a lui ben note. Nino Savarese, invece, immagina la sua Petra nell’entroterra. E’, in realtà, un entroterra ben strano, non troppo lontano dal mare (a sole cinque miglia), ma sul quale il mare ha poca influenza. Curiosamente la Petra di Savarese, ha alcune peculiarità, – inerenti la sua collocazione geografica – che l’avvicinano molto più a Racalmuto che a Enna, città nella quale Savarese nacque nel 1882.
Dedicarsi ancora a questo gioco di parallelismi e identificazioni rischia però di divenire un’attività sterile. Petra e Regalpetra sono città immaginarie come lo sono tutte le città immaginarie che si rispettino. Adempiono al loro compito principale, che è quello di non consentire a chicchessia – nemmeno all’autore, credo – di affermare con sicurezza dove si trovino, perché esisteranno sempre incongruenze e contraddizioni che frustreranno qualsiasi tentativo di collocazione certa.
“I fatti di Petra” rappresenta per il lettore, quindi – quanto meno il lettore che conosca l’interno della Sicilia – anche un tentativo di lettura in trasparenza delle vicende e dei personaggi che hanno ispirato il romanzo.
La storia di Petra parte da lontano, dall’epoca mitica degli dei e dei semidei. Erano i lestrigoni che occupavano le terre sulle quali sorse Petra – ci narra Savarese -, questi esseri antropofagi dalle dimensioni colossali, fuggiti dalle regioni dell’Etna, che scorazzavano liberamente tra la costa e il piano, costringendo i sicani tra i monti, nelle caverne. E’ Ercole che finalmente, approdato sulla costa, con la clava e la pelle del leone Nemeo gettata sulla spalla, li libera dalla minaccia dei lestrigoni alla maniera degli eroi omerici. Infine chiama attorno a sé i sicani.

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Marco Scalabrino. Canzuna di vita, di morti, d’amuri

di Giovanni Nuscis

Di Marco Scalabrino, poeta, saggista e traduttore che vive a Trapani dov’è nato, nel 1952, esce per i tipi di Samperi Editore la nuova raccolta poetica Canzuna di vita, di morti, d’amuri, ventiquattro componimenti scritti in dialetto siciliano con traduzione in italiano, brasiliano e inglese. L’esserci occupati del suo precedente libro di poesie Tempu, palori, aschi e maravigghi (2002) non può che disporci favorevolmente alla lettura dell’ultima sua opera, e ad esprimerci su di essa.
Si rileva innanzitutto che i testi – “…un corpus di ventiquattro unità liriche, senza titoli, legate le une alle altre da asterischi, che da segni di punteggiatura assumono il ruolo di silenziose cifre poetiche…” osserva il prefatore – appaiono sulla pagina uno di seguito all’altro senza soluzione di continuità, e siamo in dubbio se ascriverlo ad un’esigenza meramente tipografica o alla volontà, invece, di farli deflagrare in una successione quasi poematica. Il dubbio ci deriva dalla cifra poetica di Marco Scalabrino, dove è la parola ad assumere centralità e dignità, prima del verso: composto in prevalenza di pochi sintagmi distanziati, in quasi tutte le poesie, da una o più interlinee in bianco.

Una scelta indubbiamente controcorrente rispetto a molta poesia contemporanea ipertrofica ed espressionista. Parola essenziale, dunque, ed equilibrio armonico tra silenzio e suono, dentro una scrittura che appare prevalentemente denotativa e, non di meno, acuta, dal segno forte. Sciogliendo il dubbio iniziale, propendiamo perciò per la prima ipotesi, in merito alla disposizione di più testi nella medesima pagina. Al pari dei versi, i componimenti di Marco Scalabrino paiono infatti rivendicare una loro prossemica, una doverosa armonia, un’equa alternanza di vuoto e di materia.
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I vendemmiatori dell’Etna

Di Antonio Aniante. Traduzione di Mauro Mirci.

La carovana dei vendemmiatori è da ore in marcia verso la vigna; il suo arrivo è previsto domani; tutti gli anni è arrivata senza un’ora di ritardo. Giunge da lontano alla sua vigna preferita; da generazioni torna tutti gli anni a questa vigna. Il proprietario della vigna scruta lontano, sulla strada principale, attende da un momento all’altro la comparsa dei suoi fedeli vendemmiatori; scruta la strada principale, perché ha fretta di raccogliere l’uva e di fare il vino; ma sa che i vendemmiatori non arriveranno che domani verso mezzanotte, sotto una luna enorme.
C’è, tutto attorno alla vigna, e nell’unica strada che delinea il paese, molto nervosismo, come alla vigilia di una festa sanguinosa; c’è un va e vieni di gente indaffarata che parla troppo e non fa nulla, che si agita per spaventare le ragazze. Il motivo di tanto tumulto è l’arrivo imminente dei vendemmiatori. Quando arriveranno vorranno trovare tutto pronto, anche il pasto, che consumeranno immediatamente, sulla strada, in piena notte. E per questo che il proprietario della vigna e tutta la sua famiglia, i suoi amici, i suoi parenti e i suoi servitori, corre dappertutto con le braccia ora cariche ora vuote. Continue reading