Lina Riccobene. Polvere d’attese

di Marco Scalabrino

C’è un termine, in questi giorni, che mi è capitato di sentire spesso in televisione (la nova magistra vitae!?): deriva. Il sostantivo “deriva” evoca lo spostamento scomposto di un natante per effetto delle correnti o in balia dei marosi; un vocabolo marinaresco, dunque. Ma evidentemente, mentre volgevamo altrove le nostre cure, una diversa accezione del termine nel senso traslato di “tendenza incontrollabile sul piano sociale e politico” si è attestata. Questo fenomeno avviene, invero, assai più frequentemente di quanto si creda.
La lingua difatti è un organismo vivente, una struttura articolata i cui elementi, le parole, sono in continua correlazione e trasformazione. Trasformazione dovuta al variare della società, connessa alla evoluzione filosofica, scientifica, tecnologica di questa. Le parole, gli studiosi rilevano, hanno una vita.
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Annie Messina. Il mirto e la rosa

di Mauro Mirci

Viene spontaneo, durante la lettura de Il mirto e la rosa, cercare riferimenti letterari, e non, ai quali comparare la storia di Hamid al Ghazi (nome che si dovrebbe trascrivere con un doveroso corredo di accenti che la tastiera, ahimé, non possiede) e del Principe Falco. Le suggestioni e le magie de La mille e una notte, di sicuro, e poi un po’ delle atmosfere di Liala, e poi ancora, ma sì, Thelma e Louise. Questo per dire che quando si parla di contaminazioni non è necessario cercare lontano. Basta sbirciare nella libreria vicino casa e prelevare un volumetto da meno di duecento pagine, edito da Sellerio e scritto da una tale Gamila Ghali.

Anche per Gamila Ghali vale il discorso sugli accenti già fatto per Hamid al Ghazi, sennonché la mancanza risulta in definitiva poco grave poiché, in realtà, l’autrice di questo romanzo d’amore e guerra ambientato in un’epoca senza tempo di sultani, califfi, harem, scimitarre e gesta eroiche, si chiama Annie Messina. Siciliana, spentasi novantenne, è nipote della scrittrice Maria Messina, autrice dei primi del ‘900 “stimata da Verga, da Borgese e da Sciascia”. Continue reading

Quattru sbrizzi, di Salvo Basso

di Marco Scalabrino

La tentazione, non appena l’hai ricevuto, è quella di lasciarlo scivolare, destramente, nella tasca della tua giacca e da qui, senza ulteriori indugi, distrarlo nell’archivio morto della memoria. E gli appigli, in apparenza, ci stanno tutti: le dimensioni ridottissime, il corpo minuscolo e leggero del carattere che spavaldamente ti preannuncia la fatica alla quale dovresti sottoporre i tuoi occhi, le pagine: poche, spoglie. E come non bastasse… Dov’è la prefazione? E l’indice? Oddio, manca finanche la numerazione!
Passiamo ad altro! – verrebbe la voglia di dire. E invece, no. La curiosità, quella sana curiosità che ci avvince ogni qual volta ci si trova al cospetto di un testo nuovo – nuovo in quanto non conosciuto – è tanta, irrefrenabile. E l’amore per la Poesia, per il Siciliano, come sempre ci vince, ci convince. E allora beviamo, tutto d’un fiato, questo calice di inchiostro.
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Domenico Seminerio. Senza re né regno

di Mauro Mirci

Il 29 dicembre 1945, a San Mauro di Caltagirone, nei pressi del monte Mossitto, fu combattuta una battaglia che la storia ufficiale misconosce. Si fronteggiarono oltre settecento militari dell’esercito italiano, forti di cannoni e mitragliatrici, e un centinaio di separatisti agli ordini di Concetto Gallo. La seconda guerra mondiale era terminata da pochi mesi, e in Sicilia il movimento di Finocchiaro Aprile spingeva forte sul pedale del separatismo regionale.
La battaglia di San Mauro fu vera battaglia. La sconfitta su vera sconfitta.

Domenico Seminerio trae ottimo spunto da questi fatti
storici per imbastire una storia che si legge con gusto sino alla fine, anche quando, abbandonata la dimensione di racconto parallelo alla storia, il romanzo si fa pura invenzione e la verve narrativa della prima metà cede il passo a qualche cliché troppo smaccatamente di genere. Continue reading

Mercadante scrive dei Grilli

di Gianluca Mercadante

Andrea D’agostino mi segnala questa recensione di Gianluca Mercadante a Mi mangiassero i grilli, apparsa su Pulp. (ma.mi.)

Si fa chiamare da tutti Vinicio il protagonista del romanzo d’esordio di Andrea D’Agostino, nonostante il suo nome autentico sia un altro. È un biglietto da visita, questo gesto, e la fuga di Vinicio dalla Sicilia che il libro racconta ne sottolinea in pieno tutto il disagio: un sacrosanto rifiuto viscerale, maturato nel giovane siciliano alle prese con una nonna nevrotica all’ennesima potenza. Continue reading

Francesca Incandela. Elide e le altre

di Marco Scalabrino

Nata a Castelvetrano nel 1955, Francesca Incandela è mazarese di adozione. Laureatasi a Palermo in Lettere Moderne con 110 e lode, discutendo una tesi sulle varianti fonetiche e lessicali contenute in una raccolta di proverbi del Settecento, è oggi titolare di cattedra di Italiano e Storia. Sposata, madre di tre ragazze, ama il cinema dell’impegno, la narrativa italiana e inglese, la musica contemporanea e il teatro.
Le sue prime prove di scrittura risalgono all’adolescenza e già allora la sua penna affondava nel rapporto tra l’Io e il ” mondo “, il sé e la società ( profilo creativo che del resto ha mantenuto ). I consensi e gli incoraggiamenti degli esordi ( Irene Marusso previde per lei ” un luminoso avvenire letterario ” ), l’hanno determinata a continuare. Continue reading

Licia Cardillo. Tardara

di Marco Scalabrino

Da tempo ero al corrente che Licia Cardillo stesse lavorando a un nuovo progetto, dopo IL GIACOBINO DELLA SAMBUCA del 2000. Ci eravamo, difatti, incontrati l’estate di un paio di anni or sono a Sambuca di Sicilia, la sua città, e nella frescura della terrazza della sua villa in collina che domina la valle in cui insiste il lago Arancio, sorseggiando una bevanda e discorrendo come avviene in queste circostanze di scrittura e di scrittori, lei mi confermò quanto già mi aveva anticipato al telefono qualche mese prima.

E tuttavia, nonostante la mia manifesta curiosità, nulla allora trapelò in merito all’opera. Finché l’Agosto scorso, daccapo incontratici, mi fece, con amabile dedica, graditissimo omaggio del suo lavoro appena pubblicato.
Tardara, il titolo, e (la) Ninfa, acquaforte acquatinta di Bruno Caruso in copertina, mi intrigarono immediatamente e la lettura, anche in virtù del contenuto numero delle pagine – 160 circa – e della gradevolezza appena sfogliandole del carattere, ne venne ben disposta.
L’incipit è sullo Stretto. Al primo rigo della prima pagina, Gino Roveri sul Caronte, uno dei traghetti che fa la spola tra l’Isola e la penisola italiana, rientra dopo dodici anni; e al secondo, la Sicilia, che emerge dal mare. Continue reading

Francesco Leone. ‘Na scala longa

di Marco Scalabrino

Correvano gli anni Novanta, io ero abbonato al MarranzAtomo, una rivista letteraria edita all’epoca in Catania – direttore Antonino Magrì. Nel numero di Gennaio – Aprile 1996, subito dopo il sommario, il componimento d’apertura era titolato: ‘N COMA, un componimento che, per tensione drammatica, lucida compartecipazione emotiva, felice realizzazione linguistica, lessi con vivo consenso. Ne era autore Francesco Leone da Castellammare del Golfo. Lì lì mi balenò l’idea di prendere carta e penna o di alzare la cornetta del telefono e… Ma, no; a mente fredda mi sembrò un atteggiamento provinciale e lo abbandonai. Continue reading

Giulia Fazzi. Ferita di guerra

di Andrea Carraro

Su Stilos e sul sito dell’editore Alberto Gaffi, compare le recensione che segue, dedicata dallo scrittore Andrea Carraro al romanzo “Ferita di guerra” di Giulia Fazzi. Il volume è copyleft, ed è disponibile anche on-line. E’ on-line che ne ho letto l’incipit, ricavandone la sensazione di avere a che fare con un buon libro. (ma.mi.)

Chi scrive libri come “Ferita di guerra” di Giulia Fazzi (Gaffi editore) credo sia spinto innanzitutto dall’indignazione. Indignazione nei confronti di un fenomeno di manifesta inciviltà che in questo paese ha radici antiche e profonde e che non accenna minimamente a diminuire.
Gli episodi di violenza carnale, in tutte le sue forme, sono purtroppo all’ordine del giorno, al punto che quasi non fanno più notizia sui giornali, a parte qualche caso clamoroso.
In questo libro la violenza carnale fiorisce in un contesto di lavoro, ed è una figura dirigenziale ad esercitarla su un’operaia, quindi se possibile l’episodio è ancora più grave perché si può leggervi anche del disprezzo sociale e perché avviene sotto l’insegna del mobbing. Continue reading

Morale e il suo Paulu Piulu

di Mauro Mirci

“Paulu” era il nome, di cui “piulu” era, con l’artificio della consonanza, una duplicazione. “Piulu” era un sostantivo onomatopeico, che si potrebbe tradurre con lamento. Indicava il verso di un uccello notturno e, per trasposizione, lo stesso uccello, che si diceva avesse il potere di dare la chiamata della morte; perciò, figurando come apposizione di Paolo, gli attribuisce il potere dell’animale.

Giorgio Morale pubblica il suo primo romanzo a cinquant’anni, ed è un romanzo che testimonia la maturità umana prima ancora che dell’artista. Paulu Piulu e Giorgio Morale sono due figure sovrapponibili: hanno osservato gli stessi eventi, sono coeve e siamesi.
L’esordio a cinquant’anni di un buon scrittore è logico, giusto addirittura, se una storia reca tutta la poesia, la malinconia e le speranze del vissuto. Una storia così necessita di lunga gestazione e accumulazione di esperienze. Se il risultato, poi, è la storia di Paolo, cioè un ottimo esempio di reale letterario – ossimoro seducente e invitante – la conclusione inevitabile è che tutto questo tempo è stato speso bene. Continue reading