Michelangelo Cammarata. L’amorosa cicala

di Marco Scalabrino

Capitalizzato il piacere di avere ricevuto un libro nuovo, fresco fresco di stampa, ben apprezzato il gesto di omaggio e di affetto, gustata col tatto, gli occhi, l’intelletto la silloge, rimangono sul tavolo, illuminati dalla luce calda della lampada a basso consumo dell’abat-jour, il libro e un interrogativo.
L’haiku, non staremo qui a discorrerne più di tanto, è un antico componimento giapponese, la cui estensione è cinque-sette-cinque sillabe, di argomento filosofico, esistenziale, religioso e richiamo alla natura; la tanka, ci ricorda in prefazione Alfio Inserra, ne estende la inglobandovi due settenari.

Lontano migliaia di chilometri e centinaia di anni – sebbene ad onor del vero esso ha sempre avuto molti estimatori in Italia ove tuttora viene assai praticato, se ne celebrano concorsi letterari, proliferano le pubblicazioni – ecco Michelangelo Cammarata riproporre l’haiku, benché d’una foggia “caudata” ( il Nostro difatti non ricalca né l’una – quella dell’haiku strictu sensu – né l’altra – quella della tanka – bensì “italianizza” la formula, piuttosto adoperando nei due versi di coda, in luogo del settenario, l’endecasillabo ). Continue reading

Hédi Bouraoui. Rosa delle sabbie

di Marco Scalabrino

C’è una volta il Sahara, montagne di sabbia dal gusto di semolino, deserto che non ha mai chiesto la mano del mare. E il sole disco rosso che balbetta all’orizzonte, le carovane, i cammelli; e l’oasi, l’acqua, il profumo del tè.
E c’è Rosa, Rosa dal bel corpo rosa, Rosa coi fianchi brillanti.
E Tar, l’essere-miracolo, il figlio diletto.
E ancora Sterco, Corvo, Ofelia; e Luna-storta, un paese con il motto Liberté Egalité Fraternité inscritto nei cuori e nelle memorie e un altro alle rive dei grandi laghi.
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Andrea D’Agostino. Mi mangiassero i grilli

di Mauro Mirci

Mi mangiassero i grilli ha la peculiarità di giungere all’ultima pagina lasciando il lettore non ancora sazio della storia che ha letto. Anzi, desideroso di leggere il prosieguo di questa storia di picari moderni.
Prosieguo che, purtroppo, ancora non c’è, poiché Mi mangiassero grilli è il primo e per ora unico romanzo di Andrea D’Agostino, giovane narratore che afferma con orgoglio la propria sicilianità ma, da buon picaro che scrive di picari, ha fatto molti mestieri e vissuto in altrettante città.
La trama sembra semplice.
Il giovane Vinicio – ma non è il suo vero nome – fugge.
Fugge dalla ragazza che lo ha lasciato, dal servizio militare, dal tedio della vita di provincia, dal carattere prepotente e incostante della nonna materna, che lo ha cresciuto.
L’apparente semplicità della trama è però messa in discussione non appena ci si addentra nella storia e ci si imbatte nel nonno di Vinicio, anch’egli fuggiasco, ma solo dopo avere scoperto di risultare defunto per l’anagrafe. Continue reading

Andrea Moneti. 1527

di Mauro Mirci

Il genere storico sta rivivendo un periodo florido, e se Wu Ming, Manfredi e Buticchi sono forse i più noti narratori “storici” nostrani, non si può ignorare che ben nutrita è, alle loro spalle, la pattuglia di scrittori che ruba fatti e atmosfere ai libri di storia per trasformarli in convincenti e affascinanti scenari da fiction.
Andrea Moneti è tra loro.
Ingegnere elettronico aretino con la passione per il medioevo e, in generale, per la storia antica, soffre del “vizietto”: scrive.
Così ha scritto e pubblicato in poco tempo due romanzi storici. E se il primo, Eretica pravità – uscito per i tipi della Firenze Libri – mi ha sinceramente poco convinto (ma corre l’obbligo di dire che il romanzo è stato premiato in diversi concorsi), il secondo, 1527, edito da Stampa Alternativa, mi è parso molto più degno di considerazione e godibile, oltre che presentato in una veste editoriale migliore. Continue reading

«Copyleft fino in fondo», un’antologia in nome della scrittura senza proprietà

di Ernesto Milanesi

Pubblichiamo anche su paroledisicilia.it la recensione che Ernesto Milanesi ha dedicato a Copyleft nelle pagine del Manifesto. (PdS)

Copyleft fino in fondo: l’antologia (Alberto Gaffi Editore, pp. 192, € 7) si può scaricare liberamente dal sito dell’editore romano, riprodurre in libertà, diffondere in rete. Stampata con carta ecostenibile, ha anche il pregio di sostenere il progetto «Terre di mezzo», la notte dei senza fissa dimora. L’agile volume con la copertina verde mela della collana Evasioni raccoglie l’esperienza letteraria all’interno della quarta edizione del MArteLive di Roma. «Un contesto informale, distante dalla fredda perfezione dei momenti istituzionali, ma forte dell’artigiana capacità dello stare insieme. I nostri reading si sono svolti la sera, fra birra e musica, tra la stanchezza del giorno e l’ambiguità della notte, tra l’idea della letteratura e la voglia di viverla» sottolinea nell’introduzione Girolamo Grammatico, che ha curato la versione editoriale del ciclo di nove appuntamenti.
L’antologia riproduce il materiale di una ventina di autori, per lo più giovani. Continue reading

D’Agostino. Mi mangiassero i grilli

di Marcello D’Alessandra

La recensione che segue è apparsa sul primo numero di Stilos in versione indipendente. (ma.mi.)

Vinicio, il protagonista-narratore, è un siciliano ventenne, privo dei genitori, cresciuto con i nonni. Il nonno, stanco della moglie e dopo aver scoperto di essere burocraticamente morto, decide di fuggire (un novello Mattia Pascal, sebbene dall’inizio ben più disincantato) per trovare rifugio nell’Oltrepò pavese, presso un cugino in campagna. Non passa molto che Vinicio diserta il servizio militare e raggiunge il nonno, cui è legato da un destino comune, votato alla fuga. Insieme lavorano nei campi; col cugino – torbido figuro – i rapporti sono tesi, fino alla definitiva, violenta rottura. Di nuovo, nonno e nipote sono costretti a fuggire, questa volta in un viaggio a ritroso, alla casa in Sicilia da cui erano fuggiti: un ritorno, controvoglia, alle origini. “Solo uno stupido come Giufà – chiosa amaramente il protagonista, rifacendosi a una figura della tradizione siciliana – tornerebbe nel posto da cui sta scappando”. Continue reading

Marcella Croce. Pupari

di Mauro Mirci

Quando i canali televisivi erano solo due e io ero ancora bambino, capitava spesso che la Rai mandasse in onda alcuni programmi che stavano a metà tra il documentario e il teatro. Credo che se i canali fossero stati più di due mi sarei distratto subito alla ricerca di una trasmissione più avvincente, che parlasse di cose diverse. Invece c’erano solo il “primo” e il “secondo”, per fortuna, così che ebbi modo di sapere dell’esistenza dell’Opera dei pupi. Perché, sia chiaro, io, i pupi, li ho visti solo in TV e appesi nei negozi di souvenirs. Mai su un palcoscenico, comunque. Continue reading

Francesco Lanzo. I lanzillotti

di Maddalena Mongiò

Parlare di un libro, raccontare cosa ti ha lasciato dentro, ricordare le emozioni che ti ha suscitato, è il post di ogni lettura. In ognuno di noi bibliofili onnivori vi è una biblioteca virtuale da visitare regolarmente, un aggirarsi tra improbabili scaffali senza ordine e regole per ritrovare quei personaggi  che ci hanno accompagnato per tratti più o meno lunghi della nostra esistenza. Ovvio, non solo i personaggi e i loro tratti più o meno descritti. Ovvio, le loro storie/avventure/pensieri. Ovvio, come potrei dimenticare/abbandonare le fanciulle in fiore, i mulini a vento, le balene bianche, i rami che sfiorano i laghi, le metamorfosi, gli ossi di seppia, i castelli, i processi, i deserti? Continue reading

Ricci. Il piede nel letto

di Mauro Mirci

Il piede nel letto è una piacevole raccolta di ventotto racconti, ed è anche il secondo libro pubblicato da Luca Ricci. Ventotto storie di vita probabile, un progetto narrativo che se fosse musicale potrebbe essere un concept album (così è scritto nella quarta di copertina). I racconti di Ricci sono frammenti di vita possibile, dove ogni personaggio, ogni situazione e ambientazione sembra volere assurgere ad archetipo di sé stesso, giustificando quindi la scelta stilistica dell’autore che, rinunciando a qualsiasi contestualizzazione storica e geografica, e rifiutando persino di dare un’identità precisa ai personaggi (che sono un Lui, una Lei, l’altro uomo, il figlio – e così via – mai identificati da un nome proprio), afferma il suo intento di narrare storie che si staccano dal realismo in senso stretto per addentrarsi in una sorta di realismo magico in chiave attuale, fatto di aspirazioni inconfessabili, di paure, di fatti che avvengono lungo quel confine indefinito che sta tra la realtà banale della vita quotidiana e la magia intangibile del mondo che ci circonda. Continue reading

Morale. Paulu Piulu: un romanzo che ha il passo della vita

di Roberto Di Maria

Raccomando la lettura di Paulu Piulu (Manni, 2005) di Giorgio Morale, scrittore siciliano che vive a Milano, agli amici siciliani e a tutti coloro che amano la lettura. Ecco una di quelle storie che hanno l’andamento della vita, che grazie a una scrittura serrata, moderna e vibrante risulta sempre intensa. Eppure non ci sono gli effetti speciali di tante scritture odierne, con profusioni di sesso e sangue. La storia è intensa semplicemente perché intensamente vissuta e rappresentata.
E’ intensa quando si parla del dramma della partenza: “Due valigie accanto alla porta, qualche cassetto aperto, qualche oggetto fuoriposto: tutto lì. Eppure contrastava tanto col puntiglioso ordine che abitualmente regnava nella casa, che questa sembrava sottosopra”.

O quando si parla della solitudine dell’emigrazione: “Alle sette ascoltavano il programma italiano a una radio avuta in regalo da gente che se ne doveva disfare. Mezz’ora: qualche notizia, qualche canzone. Poi a lavare i piatti e a letto. La domenica, chi aveva la forza di uscire? Al massimo, facevano quattro passi attorno all’isolato. Finiva che litigavano e rientravano bisticciati. Andavano a letto senza parlare”.
E’ intensa anche quando si parla della noia di un pomeriggio in casa: “Nei dopopranzo i mobili dormivano, e gli occhi, per quanto bussassero alla loro superficie, non ottenevano risposta. Solo le mosche, come Paolo, cercavano amicizia”.
I temi toccati sono tanti, pur nell’apparente linearità della vicenda. All’inizio siamo negli anni Cinquanta, in un paese della Sicilia splendidamente evocato. Paolo viene al mondo in una famiglia poverissima e segue i genitori da un trasloco all’altro, fino a quando vanno ad abitare in una casa messa a disposizione dalla fabbrica di cui il padre diventa il guardiano. Continue reading