Licia Cardillo. Tardara

di Marco Scalabrino

Da tempo ero al corrente che Licia Cardillo stesse lavorando a un nuovo progetto, dopo IL GIACOBINO DELLA SAMBUCA del 2000. Ci eravamo, difatti, incontrati l’estate di un paio di anni or sono a Sambuca di Sicilia, la sua città, e nella frescura della terrazza della sua villa in collina che domina la valle in cui insiste il lago Arancio, sorseggiando una bevanda e discorrendo come avviene in queste circostanze di scrittura e di scrittori, lei mi confermò quanto già mi aveva anticipato al telefono qualche mese prima.

E tuttavia, nonostante la mia manifesta curiosità, nulla allora trapelò in merito all’opera. Finché l’Agosto scorso, daccapo incontratici, mi fece, con amabile dedica, graditissimo omaggio del suo lavoro appena pubblicato.
Tardara, il titolo, e (la) Ninfa, acquaforte acquatinta di Bruno Caruso in copertina, mi intrigarono immediatamente e la lettura, anche in virtù del contenuto numero delle pagine – 160 circa – e della gradevolezza appena sfogliandole del carattere, ne venne ben disposta.
L’incipit è sullo Stretto. Al primo rigo della prima pagina, Gino Roveri sul Caronte, uno dei traghetti che fa la spola tra l’Isola e la penisola italiana, rientra dopo dodici anni; e al secondo, la Sicilia, che emerge dal mare. Continue reading

Francesco Leone. ‘Na scala longa

di Marco Scalabrino

Correvano gli anni Novanta, io ero abbonato al MarranzAtomo, una rivista letteraria edita all’epoca in Catania – direttore Antonino Magrì. Nel numero di Gennaio – Aprile 1996, subito dopo il sommario, il componimento d’apertura era titolato: ‘N COMA, un componimento che, per tensione drammatica, lucida compartecipazione emotiva, felice realizzazione linguistica, lessi con vivo consenso. Ne era autore Francesco Leone da Castellammare del Golfo. Lì lì mi balenò l’idea di prendere carta e penna o di alzare la cornetta del telefono e… Ma, no; a mente fredda mi sembrò un atteggiamento provinciale e lo abbandonai. Continue reading

Giulia Fazzi. Ferita di guerra

di Andrea Carraro

Su Stilos e sul sito dell’editore Alberto Gaffi, compare le recensione che segue, dedicata dallo scrittore Andrea Carraro al romanzo “Ferita di guerra” di Giulia Fazzi. Il volume è copyleft, ed è disponibile anche on-line. E’ on-line che ne ho letto l’incipit, ricavandone la sensazione di avere a che fare con un buon libro. (ma.mi.)

Chi scrive libri come “Ferita di guerra” di Giulia Fazzi (Gaffi editore) credo sia spinto innanzitutto dall’indignazione. Indignazione nei confronti di un fenomeno di manifesta inciviltà che in questo paese ha radici antiche e profonde e che non accenna minimamente a diminuire.
Gli episodi di violenza carnale, in tutte le sue forme, sono purtroppo all’ordine del giorno, al punto che quasi non fanno più notizia sui giornali, a parte qualche caso clamoroso.
In questo libro la violenza carnale fiorisce in un contesto di lavoro, ed è una figura dirigenziale ad esercitarla su un’operaia, quindi se possibile l’episodio è ancora più grave perché si può leggervi anche del disprezzo sociale e perché avviene sotto l’insegna del mobbing. Continue reading

Morale e il suo Paulu Piulu

di Mauro Mirci

“Paulu” era il nome, di cui “piulu” era, con l’artificio della consonanza, una duplicazione. “Piulu” era un sostantivo onomatopeico, che si potrebbe tradurre con lamento. Indicava il verso di un uccello notturno e, per trasposizione, lo stesso uccello, che si diceva avesse il potere di dare la chiamata della morte; perciò, figurando come apposizione di Paolo, gli attribuisce il potere dell’animale.

Giorgio Morale pubblica il suo primo romanzo a cinquant’anni, ed è un romanzo che testimonia la maturità umana prima ancora che dell’artista. Paulu Piulu e Giorgio Morale sono due figure sovrapponibili: hanno osservato gli stessi eventi, sono coeve e siamesi.
L’esordio a cinquant’anni di un buon scrittore è logico, giusto addirittura, se una storia reca tutta la poesia, la malinconia e le speranze del vissuto. Una storia così necessita di lunga gestazione e accumulazione di esperienze. Se il risultato, poi, è la storia di Paolo, cioè un ottimo esempio di reale letterario – ossimoro seducente e invitante – la conclusione inevitabile è che tutto questo tempo è stato speso bene. Continue reading

Michelangelo Cammarata. L’amorosa cicala

di Marco Scalabrino

Capitalizzato il piacere di avere ricevuto un libro nuovo, fresco fresco di stampa, ben apprezzato il gesto di omaggio e di affetto, gustata col tatto, gli occhi, l’intelletto la silloge, rimangono sul tavolo, illuminati dalla luce calda della lampada a basso consumo dell’abat-jour, il libro e un interrogativo.
L’haiku, non staremo qui a discorrerne più di tanto, è un antico componimento giapponese, la cui estensione è cinque-sette-cinque sillabe, di argomento filosofico, esistenziale, religioso e richiamo alla natura; la tanka, ci ricorda in prefazione Alfio Inserra, ne estende la inglobandovi due settenari.

Lontano migliaia di chilometri e centinaia di anni – sebbene ad onor del vero esso ha sempre avuto molti estimatori in Italia ove tuttora viene assai praticato, se ne celebrano concorsi letterari, proliferano le pubblicazioni – ecco Michelangelo Cammarata riproporre l’haiku, benché d’una foggia “caudata” ( il Nostro difatti non ricalca né l’una – quella dell’haiku strictu sensu – né l’altra – quella della tanka – bensì “italianizza” la formula, piuttosto adoperando nei due versi di coda, in luogo del settenario, l’endecasillabo ). Continue reading

Hédi Bouraoui. Rosa delle sabbie

di Marco Scalabrino

C’è una volta il Sahara, montagne di sabbia dal gusto di semolino, deserto che non ha mai chiesto la mano del mare. E il sole disco rosso che balbetta all’orizzonte, le carovane, i cammelli; e l’oasi, l’acqua, il profumo del tè.
E c’è Rosa, Rosa dal bel corpo rosa, Rosa coi fianchi brillanti.
E Tar, l’essere-miracolo, il figlio diletto.
E ancora Sterco, Corvo, Ofelia; e Luna-storta, un paese con il motto Liberté Egalité Fraternité inscritto nei cuori e nelle memorie e un altro alle rive dei grandi laghi.
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Andrea D’Agostino. Mi mangiassero i grilli

di Mauro Mirci

Mi mangiassero i grilli ha la peculiarità di giungere all’ultima pagina lasciando il lettore non ancora sazio della storia che ha letto. Anzi, desideroso di leggere il prosieguo di questa storia di picari moderni.
Prosieguo che, purtroppo, ancora non c’è, poiché Mi mangiassero grilli è il primo e per ora unico romanzo di Andrea D’Agostino, giovane narratore che afferma con orgoglio la propria sicilianità ma, da buon picaro che scrive di picari, ha fatto molti mestieri e vissuto in altrettante città.
La trama sembra semplice.
Il giovane Vinicio – ma non è il suo vero nome – fugge.
Fugge dalla ragazza che lo ha lasciato, dal servizio militare, dal tedio della vita di provincia, dal carattere prepotente e incostante della nonna materna, che lo ha cresciuto.
L’apparente semplicità della trama è però messa in discussione non appena ci si addentra nella storia e ci si imbatte nel nonno di Vinicio, anch’egli fuggiasco, ma solo dopo avere scoperto di risultare defunto per l’anagrafe. Continue reading

Andrea Moneti. 1527

di Mauro Mirci

Il genere storico sta rivivendo un periodo florido, e se Wu Ming, Manfredi e Buticchi sono forse i più noti narratori “storici” nostrani, non si può ignorare che ben nutrita è, alle loro spalle, la pattuglia di scrittori che ruba fatti e atmosfere ai libri di storia per trasformarli in convincenti e affascinanti scenari da fiction.
Andrea Moneti è tra loro.
Ingegnere elettronico aretino con la passione per il medioevo e, in generale, per la storia antica, soffre del “vizietto”: scrive.
Così ha scritto e pubblicato in poco tempo due romanzi storici. E se il primo, Eretica pravità – uscito per i tipi della Firenze Libri – mi ha sinceramente poco convinto (ma corre l’obbligo di dire che il romanzo è stato premiato in diversi concorsi), il secondo, 1527, edito da Stampa Alternativa, mi è parso molto più degno di considerazione e godibile, oltre che presentato in una veste editoriale migliore. Continue reading

«Copyleft fino in fondo», un’antologia in nome della scrittura senza proprietà

di Ernesto Milanesi

Pubblichiamo anche su paroledisicilia.it la recensione che Ernesto Milanesi ha dedicato a Copyleft nelle pagine del Manifesto. (PdS)

Copyleft fino in fondo: l’antologia (Alberto Gaffi Editore, pp. 192, € 7) si può scaricare liberamente dal sito dell’editore romano, riprodurre in libertà, diffondere in rete. Stampata con carta ecostenibile, ha anche il pregio di sostenere il progetto «Terre di mezzo», la notte dei senza fissa dimora. L’agile volume con la copertina verde mela della collana Evasioni raccoglie l’esperienza letteraria all’interno della quarta edizione del MArteLive di Roma. «Un contesto informale, distante dalla fredda perfezione dei momenti istituzionali, ma forte dell’artigiana capacità dello stare insieme. I nostri reading si sono svolti la sera, fra birra e musica, tra la stanchezza del giorno e l’ambiguità della notte, tra l’idea della letteratura e la voglia di viverla» sottolinea nell’introduzione Girolamo Grammatico, che ha curato la versione editoriale del ciclo di nove appuntamenti.
L’antologia riproduce il materiale di una ventina di autori, per lo più giovani. Continue reading

D’Agostino. Mi mangiassero i grilli

di Marcello D’Alessandra

La recensione che segue è apparsa sul primo numero di Stilos in versione indipendente. (ma.mi.)

Vinicio, il protagonista-narratore, è un siciliano ventenne, privo dei genitori, cresciuto con i nonni. Il nonno, stanco della moglie e dopo aver scoperto di essere burocraticamente morto, decide di fuggire (un novello Mattia Pascal, sebbene dall’inizio ben più disincantato) per trovare rifugio nell’Oltrepò pavese, presso un cugino in campagna. Non passa molto che Vinicio diserta il servizio militare e raggiunge il nonno, cui è legato da un destino comune, votato alla fuga. Insieme lavorano nei campi; col cugino – torbido figuro – i rapporti sono tesi, fino alla definitiva, violenta rottura. Di nuovo, nonno e nipote sono costretti a fuggire, questa volta in un viaggio a ritroso, alla casa in Sicilia da cui erano fuggiti: un ritorno, controvoglia, alle origini. “Solo uno stupido come Giufà – chiosa amaramente il protagonista, rifacendosi a una figura della tradizione siciliana – tornerebbe nel posto da cui sta scappando”. Continue reading