Storie brevi che scorrono lievi e meravigliano

Se fosse belga di lingua francese, puttaniere e giramondo, sarebbe Simenon. C’è quella stessa scrittura apparentemente lieve e disinteressata, scevra da compiacimenti, lo stesso occhio sulla vita e sulle persone, le loro storie minime, personali, intime che divengono grandi storie, assumono il respiro grande della narrazione, catturano il lettore e aprono sguardi profondi sull’umanità.

Così scrive Francesco Randazzo, con grande imbarazzo del gestore di questo sito. Su Mirkal.

Erei, di Tino Sanalitro

Si terrà a Gattatico, dal 23 agosto al 25 settembre 2011, la mostra delle opere di Tino Sanalitro a Gattatico. Quello che segue è un breve testo di presentazione di Giovanni Monasteri.

EREI

di Giovanni Monasteri

Il paesaggio ritorna, nella produzione di Cateno Sanalitro, zampillando copiosamente da un gesto ormai automatico, ripetitivo, quasi rituale. Immagino l’artista e amico nell’atto di tracciare – col pennello, con la spatola – una linea d’orizzonte, di confine tra terra e cielo; una linea ora dritta e netta, ora ondulata e sfumata. Lo rivedo nel gesto lento e sapiente di mesticare gli ocra, i verdi, gli
azzurri, il bianco e il nero, per riprodurre non solo nelle tinte, ma persino nella loro consistenza, nella loro matericità, le terre calcinate, le terre arate, le terre bruciate dal sole, le terre verdi d’aprile, le maggesi e le sterpaglie. Terre e ancora terre.

E poi il cielo, azzurro e intenso o percosso da nuvole bianche come vele: un cielo che non sovrasta i luoghi rappresentati, ma pare allontanarsene, simmetricamente, come lo sguardo al di qua della tela.

Lo sguardo dell’artista si allontana il più possibile per abbracciare spazi sempre più vasti, ritraendosi verso un primo piano talvolta fatto di zolle, talaltra di botri profondi, linee diagonali che danno il senso della prospettiva, della
distanza. A volte si tratta di una distanza aerea, il paesaggio è visto dall’alto, da un belvedere, da una di quelle alture che conosciamo. E’ come se l’artista volesse, nostalgicamente, rappresentare la lontananza dei luoghi amati: una loro disperante inattingibilità, ma anche il loro dilatarsi nel ricordo affettuoso e il bisogno di ritrovarli e immergervisi: il bisogno fisico di ricreare e manipolare la materia in cui consistono.

Il paesaggio dipinto non è solo un simulacro, un potente sostituto simbolico dei luoghi reali dell’infanzia: la pittura “è” il paesaggio.

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Dudici, di Flora Restivo

Con CIATU del 2004 e con PO ESSIRI del 2008 abbiamo conosciuto Flora Restivo quale Poeta. Sui temi e sulla forma, sulla progressione e sugli esiti della sua poesia sono stati spesi da più versanti autorevoli e lusinghieri giudizi. Nondimeno eccoci per le mani un suo nuovo lavoro: non poesia, come ci saremmo aspettati, bensì prosa, ancorché sempre in Dialetto. Questa virata merita un esercizio di decifrazione: la nostra è che, attraverso la breccia che la Poesia ha aperto, una regione dell’Autrice fino a quel momento segreta, recondita, inconfessata, quella regione carsica venutasi a creare in tutta una vita dalla sovrapposizione degli strati ancestrale, sociale, culturale, trascinando con sé custodite memorie, esperienze, sentimenti, si sia rivelata e, felicemente assistita dal suo genuino talento, abbia conquistato naturale, confacente sbocco. Una diversa cifra, quindi, una ulteriore opportunità, un aggiunto tramite mediante il quale svelarsi, ampliando l’orizzonte della sua comunicazione. E perciò nessun addio alla poesia, che peraltro ci risulta lei continui a frequentare con dedizione, quanto la chance per adempiere a una ritrovata occorrenza.

Di solito coloro che prediligono la misura del racconto ne allestiscono una serie: Flora Restivo per la precisione dodici; una dozzina di racconti dei quali si elencano in accesso random i titoli: STORIA DI MARIA, 8 MARZU, DDA NOTTI CHI SPARIU LA LUNA, MANU PILUSA, L’ALI DI ANCILU, DUMANI NI PARRAMU, FRANCU, L’EGITTU È SEMPRI L’EGITTU, NOZZI D’ARGENTU, ACCIA E AMURI, LITTRA, CASA E PUTIA. Nomi, date, contingenze. Tuttavia non una mera passerella di eventi, una pittoresca riedizione di campioni, una artificiosa condizione per raccontare e raccontarsi … bensì la restituzione alla collettività di alcune fette del patrimonio memoriale di una generazione, quella nata nell’arco della seconda guerra mondiale, l’invenzione e/o la riproposizione di storie che ci appartengono, l’epifania in chiave catartica di dolorose vicende. Testi che la Nostra ha permeato di tutto il suo temperamento, nei quali ha infuso la sua visione dell’esistenza, ha disseminato per intero il suo animo e che pertanto, benché ciascuno in sé concluso, vanno contemplati nell’ideale collegamento unitario con tutti gli altri inclusi nella raccolta.
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Libia. Oltre quarant’anni di doppiezza paranoide

di Emanuele Pecheux

La Baronessa Catherine Ashton di Upholland con il suo ovale molto british che ricorda la romantica donna inglese di Enrico Montesano, è l’icona vivente dell’incapacità dell’ Europa a fare fronte comune nell’ennesima crisi internazionale, la più grave dalla fine della guerra fredda.
Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, in parole semplici ministro degli esteri europeo, Milady fu nominata a succedere allo spagnolo Javier Solana alla fine del 2009, al termine di estenuanti trattative che videro prevalere l’indirizzo del politicamente agonizzante premier britannico Gordon Brown, e subito definita, con teutonica brutalità dalla Bild Zeitung, autorevole giornale tedesco, “Frau None”, signora nessuno.
I fatti hanno dato ragione a i molti che videro quella scelta la rappresentazione plastica della fragile costruzione dell’UE, incapace, al di la delle questioni finanziarie e monetarie, sulle quali tuttavia permangono gravi incognite e divisioni, di trovare punti di sintesi legati alla definizione di una propria identità politica e dunque alla costruzione di strategie diplomatiche condivise e degne di questo nome.
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Senzio Mazza. Ummiri e sònnira

di Marco Scalabrino

Luntanu … intra ‘na notti ca non ‘gghiorna mai … ‘n pòuru sbannutu / c’a tantuna s’abbranca a li mistèrii / di la palora … sugnu a milli mìgghia e chiùi / ma li ràdichi mei / su’ attàgghiu a chiddi di li ficudìnia / ’llippati tra li sciàri / du Passupisciaru, ‘zziccati / na li faddacchi / ca sùcunu la stòria (lontano … dentro una notte infinita … un povero sbandato / che a tentoni si aggrappa ai misteri / della parola … sono a mille miglia e oltre / ma le mie radici / sono accanto a quelle dei fichi d’India / abbarbicate tra le sciare / di Passopisciaro, infilate / nelle fenditure / che succhiano la storia).
Versi tra i più appassionati e commoventi mai scritti da Senzio Mazza, ai quali con struggimento egli accosta: mi spirniciu … di turnari arreri / nall’acqua ‘zzùlia / gilestri / d’argentu e di smiraldi risquagghiati / unni si sguazza la Sicilia mia (mi scervello …. di tornare indietro / nell’acqua azzurra / celeste / d’argento e di smeraldi liquefatti / dove si sciacqua la Sicilia mia).
E, con amarezza e altresì con piena consapevolezza di sé, prosegue: li frutti di la menti / ca pàrunu ghiumputi, / beddi di facci e ghini di sustanza / li mentu supra  fogghi ‘mmaculati … [ma] non tròvunu accàttutu: / dìciunu ca non sanu di nenti / ca su’ mirmati dintra / e a smircialli non si busca nenti … [eppure] mentri li riminu / m’addunu ca ponu valiri [perché scritti] ccu ‘na lingua ca sàzia / cori e raggiuni (i frutti della mente / che sembrano maturi, / belli a vista e pieni si sostanza / li appoggio su fogli candidi …. [ma] non trovano compratori: / dicono che non sanno di niente / che sono marci dentro / e a commerciarli non si guadagna niente … [eppure] mentre li rigiro / mi accorgo che possono valere [perché scritti] con una lingua che sazia / cuore e ragione).
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Il Cimitero di Praga? Va via che è un piacere.

di Ezio Tarantino

Che libro è Il cimitero di Praga di Umberto Eco? Un libro scritto al computer, è la prima cosa che mi viene da dire. Eco utilizza una lingua elementare, dal periodare semplice e senza voli pindarici (metafore e altri orpelli ridotti al lumicino), un “plain italian” che scorre via come acqua sulle pietre levigate dei torrenti di montagna. Intendiamoci, non è un difetto. Il libro va via che è un piacere (se questo è lo scopo di un libro: andar via).

[il resto potete leggerlo su “La poesia e lo spirito”, blog multiautore di Fabrizio Centofanti]

Scalabrino su “L’impoetico mafioso”

di Marco Scalabrino

“Ci siamo abituati: tutti i giorni … morti ammazzati stesi sull’asfalto … ma questa indifferenza … è un sintomo del male”, Davide Puccini.

Muove Gianmario Lucini, nella prefazione a questo volume, dal confronto fra il ruolo della poesia nell’età classica e quello nell’attuale società. “La poesia epica parlava della pòlis, del suo popolo e della sua vita, dei suoi problemi, dei suoi dubbi, delle sue paure ataviche. Era una poesia capace di stare dentro la società storica e proporsi con un ruolo molto chiaro, quello di interprete della umanità più profonda, di metterla in scena anche nelle sue contraddizioni e nei suoi dolorosi paradossi. La poesia contemporanea invece, troppo spesso, è la noiosa e monocorde proposta di un Io poetico solipsistico, che non si cura dell’altro, ma solo di se stesso, non si sente responsabile del processo di comunicazione ma si mette gegenstand, di fronte, troppo spesso da un pulpito, dall’interno di un gioco le cui regole non sono chiare a nessuno. Non c’è da meravigliarsi se la gente non legge poesia.”
E allora, giusto per rintuzzare questa sorta “di auto-difesa dal non-senso della poesia decaduta e auto-referenziale”, per stabilire un legame tra quel passato e il nostro presente, per riguadagnare il proprio originale ruolo, anzi, più, “nell’idea di assumere un ruolo speciale”, questa antologia poetica, soggiunge Lucini, “esprime il proposito di rottura con la cultura mafiosa e lo fa parlando alle coscienze, alle sensibilità individuali di ognuno”.
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A proposito di “Siamo tutti mafiosi”

di Pasquale Faseli

Dal dopoguerra ad oggi la lotta alla mafia, tra alterne vicende, ha fatto registrare perdite di vite umane solo sul fronte dei servitori dello Stato e dei privati cittadini. Un sacrificio inutile perché le cosche invece di indietreggiare hanno conquistato nuovi territori e, con azioni a tenaglia, dal piede dello stivale sono arrivate alla rotula indisturbate. Per ogni cento mafiosi assicurati alla giustizia ce ne sono altri mille pronti a sostituirli perché la mafia non è costituita solo da quelli che delinquono, questi sono solo la punta dell’iceberg. La mafia più pericolosa è quella sommersa, fatta da innumerevoli formiche mafiose che lavorano incessantemente per procurarsi vantaggi ridicoli gli uni sugli altri. Questa mafia sommersa procrea senza sosta quella che delinque, la procrea e la sostiene, trasformando dei semplici criminali in paladini di un costume, di un modo di essere, di un modo di vivere. Il criminale può essere arrestato, annientato; il mafioso mai, perché lui incarna un’idea, e, tolto di mezzo lui, l’idea rimane e lui viene subito rimpiazzato. Dentro ogni mafioso c’è un retaggio culturale così radicato, come di scienza sin dentro la coscienza, che lo fa sentire combattente di una religione non confessata e senza idoli, ma pur sempre una religione.
Vorrei adesso citare due libri per me esemplari su quanto detto sin qui. Il primo è “Dieci anni di mafia. La guerra che lo Stato non ha saputo vincere” di Saverio Lodato. È una sequenza impressionante di inquirenti e forze dell’ordine che cadono sotto la mannaia mafiosa tra l’indifferenza generale. Uomini difensori degli ideali di giustizia, che a un certo punto sentono intorno a loro il vuoto anticipatore della loro condanna a morte. Amici, colleghi e conoscenti, si allontanano, si eclissano, si negano al telefono, ed essi capiscono che la loro ora è vicina, che la loro sorte è ormai ineluttabile; sono cioè dei morti che camminano, oppure morti che ancora non sanno di esserlo, come si usa dire nel gergo mafiato. Poi, dopo il loro assassinio si levano le condanne contro la mafia, si fanno manifestazioni, ci si indigna per qualche ora e, infine, tutto torna come prima. Le indignazione a posteriori sono come le lacrime di coccodrillo.
Il secondo libro è “Il prefetto di ferro” di Arrigo Petacco, Mondadori. (Alcune frasi del libro sono intercalate alle mie nei paragrafi che seguono).
Siamo nel 1924, Mussolini sta compiendo il suo primo viaggio in Sicilia in veste di Presidente del Consiglio. Il programma prevede una visita di quindici giorni, ma se ne torna a Roma con una settimana di anticipo. Cosa gli fa anticipare il rientro?

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Mario Gallo. U Principinu

di Marco Scalabrino

L’immagine scelta per la copertina è quella del principinu sull’asteroide B 612, il pianeta d’origine del principinu che è stato visto al telescopio, una sola volta, all’incirca nell’anno 1920 da un astronomo turco. Altrove abbiamo rintracciato quella del principinu che “approfittò, per venirsene via, di una migrazione di uccelli selvatici” o quell’altra del principinu nel “miglior ritratto che riuscii a fare di lui più tardi”. Quale comunque che essa sia, sono tutte immagini assai belle, le quali, è risaputo, sono creazioni dell’autore stesso di le petit prince, ovvero dell’aviatore-scrittore francese Antoine De Saint-Exupéry.
Per questa illustrazione e per le successive, la più parte a colori, assodata la felice collocazione rispetto al progredire della narrazione, un primo aspetto che ci colpisce (che c’entri la globalizzazione?!) è che questo volume, pubblicato in settecento copie col patrocinio della Regione Siciliana, dell’Assemblea Regionale Siciliana e della Fondazione Ignazio Buttitta di Palermo, risulta essere stato stampato in … Germania, dalle Edition Tintenfass.
Non i contenuti e le forme de le petit prince, né i contenuti e le forme della versione in lingua italiana a noi più vicina saranno all’attenzione di questa breve testimonianza, quanto piuttosto i temi e soprattutto gli esiti di questa ennesima versione. Come non mai possiamo affermare ennesima versione, giacché le petit prince, che ci risulti, è stato tradotto ad oggi in oltre 220 idiomi, dall’afrikaans allo zulu, dal bengalese allo yiddish, passando per l’armeno, il bielorusso, il croato, il coreano, il lituano, lo swahili, il tahitiano, il tamil, e perfino l’esperanto, il gaelico, il latino, il provenzale, e ciò fa di le petit prince un’opera universale, una tra le più diffuse, conosciute e lette al mondo. Tant’è che, soltanto in Italia, essa è stata adattata, oltre che nella lingua nazionale, altresì nei dialetti bergamasco, bolognese, friulano, milanese, napoletano, piemontese, sardo, veneziano e, ora, anche siciliano. Alla edizione in italiano curata da Nini Bompiani Bregoli ci rifaremo, comunque, per quegli accostamenti fra gli esiti in lingua e quelli in siciliano realizzati da Mario Gallo dei quali ci occuperemo.

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Giovani Nuscis scrive de La casa viola

Queste poesie sembrano comporsi partendo dalla musica, che l’orecchio fine del poeta capta calandosi nell’ascolto di quel mondo, vagliandolo e rianimandolo in brevi partiture che disegnano paesaggi inediti eppure familiari, nello spirito del luogo. Descrizioni spesso minime ma sapide, concentrate (ti facisti un pileri/lu pizzu/l’aricchinu.//E mi jisanti li manu.), che riassumono come in questo testo (Pileri) ricordo personale, condizione socio-ambientale e tratto antropologico; con registro ora lirico (Frivaru, che ci ricorda l’Ungaretti de L’Allegria), ora metafisico (Battaria); ora, marcatamente civile (C’è), a dimostrazione della duttilità del dialetto a dare voce a tutte le voci, là dove il silenzio è d’oro ma a vantaggio dei soliti noti; là dove i problemi e le difficoltà del vivere sono la piena di un fiume che esonda fino ai nostri piedi, e sembra mancarci l’aria, i movimenti: C’è catervi di cazzi di scardari/-droga travagghiu paci libirtà/giustizia malatia puvirtà…

Lo scrive Giovanni Nuscis parlando delle poesie contenute ne “La casa viola”, di Marco Scalabrino.
E’ possibile leggere l’intera recensione su La poesia e lo spirito.