VOLI DI CORVI SU KYFFHÄUSER

Antica leggenda tedesca*

di Mauro Mirci

Un volo di corvi si ripete sempre uguale intorno alla cima del monte Kyffhäuser. Talvolta il volo compone un anello scuro, quasi un’aureola attorno alla cima della montagna, ma solo talvolta, e i corvi preferiscono comporre stormi compatti, simili alle nubi gravide di temporali.
Si dice che il Grande Imperatore sia dentro quella montagna che domina le piane sassoni.
Dorme, si dice.
Molti non lo credono. — E’ morto —  dicono. — I testimoni non hanno mentito. E’ annegato nelle acque traditrici del Saleph.
Ma chi invece è convinto che dorma scuote la testa con un sorriso.
— Dorme —  insiste, — recluso nella sua grotta di monte Kyffhäuser. Siede coi gomiti poggiati a una tavola di  legno massiccio, le mani a reggere il mento, le dita immerse nella barba vigorosa, ancora colore del fuoco, tanto folta e vitale che le ciocche hanno attraversato le connessure tra le tavole di quercia, hanno allargato le piccole fessure del legno, e ora trapassano il piano del tavolo.

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L’incidente

di Mauro Mirci

racconto di Natale

L’incidente capitò alle 19 e trenta del 24 dicembre. Non fu un incidente particolarmente grave – appurarono poi che si era trattato solo dell’allentamento di una cinghia di carico – ma abbastanza per scompaginare tutti i programmi per la notte.
Però è meglio essere più ordinati, ché i fatti vanno raccontati nel giusto ordine.
Il negozio di cravatte aveva deciso di fare orario continuato per la vigilia. Chiusura alle 20. La cravatta è un regalo intramontabile, soprattutto se chi le vende ha l’accortezza di aprire una vetrina accanto a un negozio di computer. Da anni tutti l’elettronica era diventata la scorciatoia del regalo di Natale. In questo, si può dire senza tema di smentita, aveva sostituito le cravatte. Per chi – dubbioso, inconcludente e, per di più, giunto alla sera del 24 senza avere deciso il giusto regalo da piazzare sotto l’albero – la scelta del dono pendesse sul capo come una spada di Damocle, l’elettronica era ormai il passepartout delle buone figure. I telefoni cellulari, soprattutto. Con la videocamera, con suonerie mono, poli, cito e sinfoniche, satellitari e telescopici, colorati o tecnometallici, di design o copiati da un modello più costoso. Così per i computer: modelli da desktop, notebook, con monitor al plasma, integrati da tecnologie designate con nomi che erano virtuosismi di eufonie e doppi sensi linguistici, anche se in inglese, e che quindi richiedevano doppia cultura e doppia perspicacia per istigare un sorriso.
Ma parlavamo di cravatte.

Classe 1980

“spacchiosamente bello”
Francesco Randazzo

Quattro ultrasettantenni in una vecchia auto piena d’armi. Un premier che non invecchia. Un poliziotto che non ricorda nulla dei carri armati al Quirinale, nel 2013.
Tutto questo in
CLASSE 1980

Librettino elettronico di Mirkalebook liberamente scaricabile cliccando qui
Buona lettura.

Sempre per Mirkalebook sono usciti:
MMX, di Francesco Randazzo
Prove di scrittura 1, di Regina Franceschini

La solitudine del geometra

Stava nel fondo dell’hard disk, senza nessuna pretesa di venirne fuori. Il titolo, con ogni probabilità (dovrei ricordarmene, ma non me lo ricordo), è stato mezzo copiato da quel del romanzo di Paolo Giordano. Non ricordo nemmeno più dove volevo andare a parare. Potrebbe anche essere il frutto, vedi tu, di una seduta di autoanalisi. ma.mi.

E’ un geometra, di quelli degli uffici tecnici comunali, di quelli che la gente chiama ingegneri. Ingegneri diplomati, a differenza degli ingeneri laureati, quelli che la gente chiama, appunto “ingegneri laureati” soprattutto quando c’è odore di causa in tribunale, e dire “ingegnere laureato” serve a intimidire l’antagonista, soprattutto se ha dato incarico a un ingegnere che ha solo il diploma.
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Attenti al leopardo

Ad Arthur Dent vogliono demolire la casa. Pare che si trovi giusto sul tracciato di una superstrada. Così, una mattina, Arthur, vede delle ruspe gialle avvicinarsi. ma.mi.

La faccenda riguardava una tangenziale. Era una faccenda che lui aveva appena scoperto. Nei canali d’informazione più riservati era nota già da mesi, anche se sembrava che nessuno ne fosse mai stato informato.
[…]
Arthur uscì di casa e si sdraiò davanti al grosso bulldozer giallo che stava avanzando lungo il viottolo del suo giardino.

[Ovviemente i lavori si bloccano. Un certo Prossner tenta di far desistere Arthur dalla sua protesta così da completare la demolizione entro il tramonto.]

” – Su, piantatela, signor Dent – disse – non potete farcela e lo sapete. Non potete stare sdraiato davanti al bulldozer all’infinito
[…]
Arthur bettè le mani nel fango in cui era steso, producendo un ciac ciac.”
[…]
Disse [Prossner]: – Avevate tutto il diritto di fare eventuai rimostranze o di dare eventuali suggerimenti quand’era il momento, non vi pare?
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Carrapipani? Ladri ed assassini

Questo brano, che ho conosciuto grazie a Enzo Barnabà, è pubblicato online sul sito www.valguarnera.com, dove potrete leggerlo anche nella originale versione americana. ma.mi

Siamo a Rochester, nel nordest degli Stati Uniti, sul finire della prima guerra mondiale. Jerre é un ragazzino appartenente ad una famiglia che proviene da Montallegro nell’Agrigentino. Un suo compagno di giochi, Robert Di Nella, detto il Kaiser, lo insulta dandogli del siciliano.

Se qualcun altro mi avesse chiamato siciliano non l’avrei presa come un insulto. Detta dal Kaiser, però, la cosa mi bruciava ed assumeva un significato diabolico, specialmente quando questa parola veniva seguita da insulti quali “estorsore” ed “assassino”. Per qualche tempo, i ragazzi della banda usarono questi improperi contro di me e contro mio fratello ogni volta che si arrabbiavano con noi. Il risultato fu che Joe ed io, normalmente in stato di guerra, cominciammo a venirci in soccorso quando uno di noi difendeva l’onore dei siciliani e veniva attaccato per questo.
Trattandosi di un “lavoro di gruppo”, abitualmente vincevamo le nostre battaglie. Capimmo presto tuttavia che le previsioni volgevano disperatamente contro di noi. Tutti coloro che ruotavano attorno a Robert Di Nella erano più robusti, troppo grandi per noi.
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La foto

C’era stato un tempo in cui nonna Carmela aveva dedicato ogni attenzione alle riviste illustrate che parlavano della ritirata di Russia. Osservava le foto in bianco e nero per studiare i volti dei soldati. Fissava quelle facce smagrite, i corpi infagottati in coperte e cappotti sformati, il ghiaccio che cresceva sulle barbe e i baffi. — Poveretti — esclamava.
Una volta si convinse di avere riconosciuto nonno Michele, ma era impossibile perché l’uomo che indicava col dito sulla foto era di spalle. Faceva parte di una lunga colonna di figure scure, i tascapane mezzi vuoti, i muli carichi tirati per la cavezza. La colonna non aveva inizio e non aveva fine, tagliava in diagonale la foto e si perdeva nella pianura bianca e vuota, assottigliandosi via via per il gioco della prospettiva.
— È lui — gemette nonna Carmela con una mano sulla bocca. — Lui è: Michele.
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